Archive for the ‘Storia’ Category

7 set 1860 Giuseppe Garibaldi fece il suo ingresso trionfale a Napoli.

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Il 7 settembre 1860 il Generale arriva nella capitale borbonica salutato da ali di folla esultante.

Nei loro elementi essenziali, l´arrivo di Garibaldi a Napoli e l´ingresso in città, il 7 settembre 1860, sono ben noti. A tappe forzate, proveniente dalla Calabria, giunge a Salerno nel pomeriggio inoltrato del 6 settembre, accolto da entusiasmo incontenibile. Da segnalare, la quasi concomitante partenza da Napoli, alla volta di Gaeta, del re Francesco II di Borbone (”Franceschiello”). Il Generale è accompagnato da poche persone, e comunque il grosso delle sue forze è ancora impegnato nelle regioni meridionali. All´alba del giorno 7, è già in piena attività; riceve una delegazione e si appresta a ripartire, questa volta per un primo tratto in carrozza e quindi su un treno speciale che lo conduce «nella bella Partenope». Nelle stazioni e località attraversate dal convoglio prima di arrestarsi a Porta Nolana, ancora scene di folle festanti. In città, le autorità (Liborio Romano, in testa) si preoccupano soprattutto di creare un clima disteso, e lo stesso Garibaldi si è premunito facendo diffondere un manifesto-appello dai toni più che concilianti. Una volta in città, il resto della giornata fatidica è impegnato nell´attraversamento di Napoli, lungo via Marina, costeggiando il Carmine, lambendo il Maschio Angioino, il Largo di Palazzo Reale (con breve discorso); quindi, il trionfo per Toledo fino a Palazzo d´Angri, dove è riunita una moltitudine di napoletani: si vedono tantissimi ritratti del Generale sollevati in segno di giubilo e devozione. Non è mancata la sosta al Duomo, per il rituale “Te Deum” di ringraziamento. Dalla guarnigione borbonica, nessun segno di particolare allarme o di ostilità, neppure dal folto presidio dislocato nel forte di Sant´Elmo.Il Generale trascorre la sera e la notte al Palazzo, stanco e bisognoso di meritato riposo. Nel pomeriggio seguente (8 settembre) si concederà alla folla: stavolta, attraversando, in parata, la Riviera di Chiaia, diretto alla chiesa di Piedigrotta, per la tradizionale festa in onore della Madonna. Non c´è che dire: per la città, anche una straordinaria, emozionante Piedigrotta questa del 1860! Read the rest of this entry »

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La liutera napoletana: un pò di storia, tradizione e curiosità.

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Napoli è ben nota nel mondo per la antica tradizione di costruire eccellenti e ricercati strumenti a plettro o a pizzico come liuti, mandole, mandolini, mandoloncelli, chitarre, lire, etc. Strumenti a plettro e a pizzico delle famiglie Fabricatore, Filano, Vinaccia, Calace, così come quelli di tanti altri liutai napoletani, sono entrati nei musei di storia della musica in tutto il mondo e sono ricercati da professionisti e collezionisti sia per la raffinata e impeccabile fattura che per le straordinarie qualità sonore. E’ ben noto che dopo il ‘700, Napoli è stata culla di una lunga e costantemente viva tradizione liutaria nei secoli.

E’ ancora a Napoli che ai primi del ‘900 vengono per al prima volta realizzate e commercializzate le corde in acciaio per strumenti ad arco ad opera di Vincenzo Gagliano. L’accezione comune che la liuteria ad arco napoletana discenda direttamente da quella cremonese, essendo il capostipite della famiglia Gagliano, Alessandro, andato a bottega a Cremona dal “sommo” Stradivari, è “vera” ma imprecisa.

Infatti l’arte di costruire strumenti ad arco era già da tempo patrimonio di questa città e che il ritorno a Napoli di Alessandro Gagliano, avvenuto intorno al 1695, diede solo un nuovo e forte impulso alla nobile professione. I figli di Alessandro, Nicola, ed in particolare Gennaro, vengono comunemente considerati i veri antesignani della liuteria campana. Essi, insieme ai Ventapane, pur rifacendosi ai principi costruttivi cremonesi, furono capaci di imprimere agli strumenti caratteristiche di tale personalità ed originalità da essere considerati come di scuola indipendente.

L’influenza che queste due famiglie ebbero su chi continuò a lavorare il legno per produrre strumenti ad arco è evidente ma l’originalità (basti pensare ai vari Della Corte, Garani, Iorio, Obbo, Loveri, della famiglia Fabricatore, di Raffaele Trapani, di Verzella, del grande Postiglione e dei suoi discepoli, Desiato, Pistucci, Altavilla, Contino, etc.) è la caratteristica peculiare della scuola Napoletana frutto dell’indole del popolo campano.

E’ questo che crea infatti la differenza tra arte ed artigianato.
Mentre molti liutai di altre scuole si son rifatti, a volte pedissequamente, ai grandi maestri del ‘700 copiando con estrema precisione e fedeltà i loro strumenti, i liutai napoletani, nessuno escluso, sono
stati sempre capaci di introdurre nei loro modelli uno o più elementi personali ed originali. I liutai napoletani, anche se meno raffinati nell’esecuzione, hanno comunque sempre interpretato, più che copiato. Attribuire con certezza uno strumento ad un determinato autore è sempre stata prerogativa di esperti liutologi. L’etichette apposte all’interno dello strumento non e mai stata garanzia di autenticita, infatti queste, secondo una pratica diffusa in tutto il mondo liutario in ogni epoca, spesso sono state sostituite con dei falsi o con etichette di liutai con più alte quotazioni.

Tratto da: www.ernestodeangelis.net

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Complesso monumentale San Lorenzo Maggiore

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La nostra città stupisce sempre… girando per il centro storico, mi sono imbattuto nello spettacolare Complesso monumentale San Lorenzo Maggiore, sopra San Gregorio Armeno.

VISITE  SPETTACOLO
Partiranno, da ottobre, le visite guidate al Complesso (aera archeologica e museo dell’opera). Assoluta novità di quest’anno saranno le visite spettacolo: attori in costume riproporranno scene e ambientazioni della antica città di Neapolis. Il Complesso ha così voluto sviluppare un’offerta culturale basata, anche, su fruizioni di tipo esperenziali. I visitatori saranno, quindi, accolti e guidati nell’antico mercato romano, rivivranno, grazie agli attori in costume, i colori, gli odori, i gesti, le pratiche e le tradizioni della Antica Roma.

MUSEO
Il Museo dell’Opera di San Lorenzo Maggiore allestito negli ambienti cinquecenteschi, si sviluppa intorno alla torre civica. Esso offre uno straordinario spaccato della storia di Napoli che abbraccia un arco temporale ampio 25 secoli, a partire dal periodo greco romano fino al ‘700/’800. Nel suo ordinamento scientifico e nel percorso della visita sono riflesse le stratificazioni storiche, presenti all’interno del Complesso. Il visitatore passa dalle testimonianze di epoca greca a quelle di epoca romana, repubblicana ed imperiale, dall’epoca-tardo antica a quella paleocristiana e poi bizantina, dall’alto medioevo e dalle civiltà Normanna e Sveva, a quella angioina e aragonese. Passando da un livello all’altro del museo, si risale idealmente nel tempo sino alle ultime sale che ospitano i pastori sette-ottocenteschi della prestigiosa collezione del convento. Una caratteristica peculiare, consiste nel fatto che le opere sono presentate nel contesto stesso di origine, allo scopo di favorire la corretta e completa comprensione di quanto esposto, ricomponendo fisicamente gli spazi in cui erano collocati e ricercando le stesse condizioni originarie di luce, le viste prospettiche e le finalità per cui erano state prodotte. Tale esigenza è tanto più avvertita quanto il contenitore museale è esso stesso uno spazio denso di storia.

SALE – Sala capitolare
Tra due quadrifore in tufo, attraverso un portale del XIV secolo, si accede ad un suggestivo ambiente con volte riccamente affrescate: è la sala Capitolare. Essa prende il nome dal Capitolo, ovvero una riunione di frati che qui si svolgeva, per conferire gli incarichi.
La sala capitolare è stata realizzata all’epoca della dominazione sveva (1234-1266). Le preziose decorazioni di questa sala sono attribuite a Luigi Rodriguez e furono realizzate nel 1608. esse raffigurano, con stile decorativo a grottesca, i frati dell’ordine dei Minori Conventuali che si sono distinti per particolari meriti religiosi e culturali. L’albero genealogico della gloria Francescano raffigura frati missionari e letterati oltre a coloro che sono divenuti cardinali, papi e santi.

SALA SISTO V
In fondo al chiostro, nell’angolo a destra, si può ammirare il chiostrino di epoca sveva, attraverso il quale si accede alla maestosa sala Sisto V, in passato sede del refettorio dei frati. Le volte sono interamente affrescate e creano un’atmosfera austera e intensa. Gli affreschi sono stati realizzati da Luigi Rodriguez e risalgono i primi anni del XVII secolo. Gli affreschi della volte rappresentano Le Sette Virtù Reali, circondate da Quattro Virtù Minori; ciò stava a significare che era meritevole di governare il regno solo chi faceva sue queste virtù. Più in basso vi sono affreschi che rappresentano le province del regno. La sala Sisto V nel 1442 divenne sede del Parlamento napoletano; essa fu teatro di eventi storici importantissimi, ne citeremo uno fra i tanti: Alfonso D’Aragona riconobbe qui il figlio Ferrante come proprio successore.

SCAVI
Il complesso archeologico oggi visitabile, risale all’età imperiale, mentre restano solo poche tracce riferibili al tempo della città greca. La visita comincia dal chiostro, al centro del quale si trova un pozzo sormontato dalla statua di San Lorenzo, di Cosimo Fanzago. Il chiostro fu ricostruito nel 1771, sull’area occupata da una struttura del XIV secolo. All’interno del chiostro che oggi visitiamo, sulla sinistra, possiamo osservare i resti di una tholos (struttura circolare) scendendo di circa 8 mt, il percorso archeologico sotterraneo si sviluppa su di una stradina (cardine), dove si possono osservare vari ambienti:
l’erario, dove vi era custodito il tesoro pubblico della città, dopo l’erario seguono nove botteghe di due ambienti ciascuno. In queste botteghe si possono osservare elementi delle attività commerciali ed artigianali svolte nel mercato, come ad esempio un forno, vasche per la tintura dei tessuti, ecc.
Alla fine del cardine, sulla destra, si giunge al criptoportico (mercato coperto), suddiviso in piccoli ambienti, ciascuno dei quali reca banconi in muratura, utilizzati per l’esposizione di merci. L’ultimo ambiente del portico comunica con un nuovo settore dell’area archeologica. Si entra in un grande ambiente a volta, in cui è visibile una movimentale opera idraulica risalente alla sistemazione tardo-ellenistica del mercato che serviva a incalanare il flusso delle acque in una situazione di forte pendenza. Accanto all’area della vasca si trova un complesso costituito da 3 grandi vani a volta comunicanti, con pavimento a mosaico ed una vasca-fontana, l’impluvium, nella stanza centrale. Nel raffinato complesso si può probabilmente riconoscere una schola, ossia un edificio destinato alle riunioni di associazioni religiose o commerciali. In tutto questo settore si osservano rifacimenti di paramenti murari di età tardo antica e medioevale.

www.sanlorenzomaggiorenapoli.it

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La repubblica napoletana del 1799 riscoperta dalla filosofia della storia, la ricerca della verità contro tutte le mistificazioni ed i falsi a solo titolo commerciale.

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Parlare oggi dei martiri della rivoluzione napoletana del 1799, potrebbe apparire scontato soprattutto nell’ ambito del consumismo sfrenato che tale avvenimento ha prodotto.
Non e’ mai stata un’impresa facile per lo storico ricostruire i frammenti di quella epoca, del resto e’ risaputo che i borboni distrussero tutto quanto potesse riportare alla memoria i sei gloriosi mesi della “Repubblica Napoletana“. E, come se ciò non bastasse, le rare notizie che meticolosi ed appassionati storici sono riusciti a scandagliare dalla spessa coltre di silenzio, riportandole alla coscienza degli uomini, sono state distorte, confuse, rimesse in discussione, soprattutto negli ultimi tempi, in cui la creazione del grande affresco per il bicentenario, appena trascorso, ha soffocato il particolare, il dettaglio, la ricostruzione, il particolareggiato ricorso ai documenti, alla loro comparazione , cosa fondamentale in una ricerca storica. Non e’ raro, in clima fervente di pubblicazioni celebrative, trovarsi sotto mano opere pittoresche dalla cronologia confusa, arrabattata o addirittura inventata, ribaltando i risultati di rare ricerche serie che siano mai state condotte su questo periodo. Oggi si punta al maestoso, e la vera storia della Rivoluzione Napoletana del ‘99 torna alla ribalta tra contraddizioni e opere letterarie spesso mirate al successo personale dell’autore, alla vendita del suo prodotto, piuttosto che alla verità storica. E così, il “Forsan et haec olim meminisse juvabit” che sperò la marchesa Eleonora de Fonseca Pimentel prima di morire, rischia di essere trasfigurato , per i soli scopi egoistici di improvvisati cantastorie, mai storici.
 
Ricostruire la vita di un personaggio in chiave metastorica, potrebbe apparire un’ennesima stravaganza del nostro tempo ma, considerata la fioritura di biografie imponenti che autoritariamente si propongono di risolvere ogni dubbio e che poi finiscono per aumentare il disorientamento del lettore più riflessivo, forse sarebbe una soluzione migliore. La storia e’ come il destino, viene invocata, evocata, quando irrimediabilmente si e’ già compiuta, e spesso le cause e gli effetti sono gli stessi, pur separati da centinaia di anni. Una creazione metastorica non ha la presunzione di ergersi a verità, ma nasce fondamentalmente dalla sincera consapevolezza del limite, del dubbio insormontabile, ed e’ proprio da lì che trae la sua forza. Passato e presente interagiscono tanto da amalgamarsi in un’unica dimensione a temporale in cui l’anima della storia ha la possibilità di esprimere tutto il suo fascino, suscitando un desiderio di verità nuovo, intrigante, coinvolgente. Il dubbio coglie i studiosi, quelli più puri. Nessuno mai potrà dirci, con tutta esattezza com’era il vero volto della marchesa giacobina , di Ettore Carafa e di tanti altri su cui si è abbattuta la condanna della distruzione della memoria, ne’ dove sia finito senza ombra di dubbio il loro cadavere. E’ questo il mistero, la sorgente inesauribile del suo fascino, la sfida. Questo afferma Antonella Orefice nel 1995 alla presentazione del suo romanzo Eleonora, quasi come sapesse di dover presentare il suo libro ” La Penna e la Spada ” Particolari inediti su Eleonora de Fonseca Pimentel ed Ettore Carafa Conte di Ruvo . Questo ci colpisce, Antonella, ormai diventata come una persona di famiglia, ci stupisce con la sua preveggenza. Quanti hanno contrabbandato, scoperte, manoscritti, ritratti come fossero basilari per la ricostruzione storica, commettendo veri crimini contro la verità, solo per desiderio di apparire sotto i riflettori, di essere protagonisti, senza titoli, senza arte né parte. Finalmente ce ne dà notizia l’ottimo Prof. Ezio Ghidini, la prestigiosa ed antica Associazione Sebetia Ter fondata da G. Murat, assume nel proprio programma culturale la presentazione dell’ultimo libro, per ora, di Antonella Orefice. (Istituto Italiano per gli Studi Filosofici edito dall’Arte Tipografica Editrice), il 15 ottobre alle ore 18,30 presso il Circolo ufficiali della Marina Militare di Napoli in via Cesario Console 3 bis.
Finalmente in tale sede verrà discusso ed avviata un’opera di conoscenza e di giustizia contro i tanti errori storici, che volenti o nolenti, si sono commessi nei confronti di tale epoca storica.

Finalmente sapremo, anche se solo adesso se i ritratti presentati quali appartenenti al personaggio Ettore Carafa corrispondono effettivamente al personaggio, all’epoca storica :Finalmente sarà fatta piazza pulita di tutti quei mestieranti dell’immagine , che hanno approfittato a man bassa della damnatio memoriae voluta dal re borbone. Ben due i ritratti che Antonella Orefice presenta nel suo libro, più una incisione.

Accurate ricerche storiche, letterarie, artistiche, , ci diranno, quale sia o quale potrebbe essere il volto di Ettore Carafa. Già abbiamo dato notizia di una discussione in merito, affrontata alla presentazione dell’anteprima avvenuta presso l’Istituto Italiano per gli Studi filosofici, intrapresa da Domenico Di Renzo ed avversata a spada tratta dalla Dott.ssa Pina Catino, detentrice dei diritti d’immagine su un ritratto attribuito ad Ettore Carafa, giovane di diciassetteanni.

Finalmente sapremo e giustizia sarà fatta. Lo dobbiamo a quei poveri resti che ancora imputridiscono sotto il sacello del Carmine. Finalmente sarà presentato un progetto che vedrà operabile la traslazione delle ossa e la locazione presso una degna sepoltura e stavolta a memento dei posteri. Napoli, lo deve ai suoi figli ed a Napoli è dovuto dalla classe storico-scientifica ed universitaria della nostra città.

Articolo scritto da Domenico Di Renzo

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Le catacombe di San Gennaro, un tesoro di fede e storia.

 

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Le antiche aree cimiteriali devono il loro nome al fatto che vi furono custodite le reliquie del santo e le spoglie dei primi vescovi della città. Due le basiliche che compongono il primo livello.

Le catacombe di San Gennaro sono antiche aree cimiteriali sotterranee che risalgono al II secolo e rappresentano il più importante monumento del Cristianesimo a Napoli. Devono il loro nome al fatto che ne V secolo per volere dell’allora vescovi di Napoli, vi vennero trasferite le reliquie di San Gennaro. All’interno di queste catacombe si trovano le sepolture dei primi vescovi della città. La struttura consiste in due piani:il piano superiore è composto da due ambienti, una cupola decorata da affreschi e due basiliche, chiamate dei Vescovi e Basilica Maior; il piano inferiore era un antico sepolcro gentilizio dotato di un fonte battesimale risalente all’VIII secolo.

L’ingresso alle catacombe è collocato attualmente nei pressi della Chiesa dell’Incoronata a Capodimonte ed è dotato di una scala che conduce direttamente al livello del secondo piano; qui vi è visibile il più antico ritratto conosciuto del santo Gennaro, risalente al V secolo, che raffigura il martire tra una bambina e una donna e con il capo sormontato dalla scritta Sancto Martyri Januario. Nel successivo ambulacro ci sono due affreschi che raffigurano la Defunta Bitalia orante e i Ss. Pietro e Paolo, pur essi del V secolo, come pure allo stesso periodo sono databili gli altri due affreschi posti in uno dei cubicoli, San Paolo e il defunto Lorenzo e San Pietro con una figura reggente una corona. Superata un’area cimiteriale scavata nel tufo, i resto di una struttura basilicale del VI secolo recano residui delle raffigurazioni su di una volta a botte dei primi 14 vescovi napoletani. Nella cosiddetta Cripta dei Vescovi, vi sono dei pregevoli mosaici del V secolo con raffigurazioni di vescovi, uno di essi forse raffigura Quodtvultdeus, vescovo di Cartagine, cacciato dal re vandalo Genserico, giunto fortunosamente per mare a Napoli e sepolto nelle catacombe. Al piano inferiore si può entrare nella basilica ipogea di Sant’Agrippino, con un altare dietro il quale erano stipate in un’urna le reliquie del santo ed era posta la cattedra episcopale, mentre alle pareti sono presenti dipinti del IX secolo. L’ambiente forse più interessante di tutto il complesso catacombale è il vestibolo della catacomba inferiore, ottenuto sull’originario ipogeo gentilizio e di cui restano quattro interi sarcofagi scavati nel tufo; il soffitto è decorato con pitture di derivazione dallo stile pompeiano del II secolo mentre al centro dell’ambiente vi è il battistero del 762. Nel cosiddetto Cubicolo di San Gennaro dove fu deposto il santo patrono, presenta pareti a tre strati di intonaco sovrapposti, sul più recente dei quali sono raffigurati San Gennaro e San Procuro, diacono di Pozzuoli. Il sito, in Via Capodimonte 13, è aperto al pubblico e la visita, permessa a partire da due visitatori, è sempre guidata dal personale addetto.


Le catacombe si trovano a Napoli in via Capodimonte 13, tel. 081.7443714

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Il miracolo di San Gennaro. Fede, mistero e tradizione.

 

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Il patrono protettore di Napoli è ormai un punto fermo nel panorama partenopeo. Il suo vero nome era Ianuario. Discendeva infatti dalla famiglia gentilizia Gens Januaria, sacra al bifronte dio Giano. Il nome Gennaro, che era in realtà il suo cognome, deriva dalla trasformazione napoletana di Ianuario. Il suo nome di battesimo, stando a fonti non ufficiali, fu Procolo.

Trovò il martirio per ordine del giudice anticristiano Dragonzio quando nella prima metà del III secolo, in piena persecuzione cristiana da parte di Diocleziano, San Gennaro vescovo di Benevento si recò a Pozzuoli per fare visita ai fedeli.
Il suo sangue oggi è custodito in due piccoli balsamari vitrei e di aspetto diverso databili ai primi decenni del IV secolo. Sono tre le date in cui si aspetta il ricorrente prodigio: la vigilia della prima domenica di maggio (prima translazione), il 16 dicembre (anniversario dell’eruzione vesuviana del 1631) e il 19 settembre (data del martirio). I tempi della liquefazione del sangue variano. L’attesa può durare qualche secondo, ore o giorni. Per i fedeli questo non conta, pregano perché ciò avvenga. Si sa, i napoletani sono superstiziosi e se il miracolo dovesse ritardare o non avvenire, credono porti male. Se si anticipa, invece, è festa. E come non dargli ragione se si torna indietro al 1980. In quell’anno, per i fedeli, il ritardo del miracolo annunciò il catastrofico terremoto del 23 novembre. Ma, tra fuoriprogramma e liquefazioni mancate, non sempre la reliquia più cara ai napoletani si comporta secondo attese. Il 17 dicembre 2006 infatti il Santo lasciò con un nulla di fatto la trepidante folla che attendeva la liquefazione di turno. Conclusa la messa, in quell’occasione, non si potè fare altro che riporre l’ampolla al suo posto tra la delusione dei fedeli che attendevano il tanto acclamato miracolo. Rispetto a questo caso, però, non ci sono ipotesi ufficiali sulle conseguenze. Andarono diversamente le cose nel maggio 2004 quando il miracolo si fece aspettare per un giorno. Nel febbraio 2005 invece il miracolo avvenne ben due mesi d’anticipo rispetto alla data prevista, che era la prima domenica di maggio. Probabilmente quella volta il Santo apprezzò la presenza di un folto gruppo di Comunione e Liberazione per la messa.

Il  miracolo di San Gennaro ha le radici lontane. La prima notizia certa sulla liquefazione risale al 17 agosto 1389, per la festa dell’Assunta il partito filoavignonese indisse grandi festeggiamenti cittadini per accogliere un’ambasceria proveniente da Avignone, nel corso dei quali vi fu anche l’esposizione pubblica della reliquia del sangue di San Gennaro. La cronaca racconta che il sangue si era liquefatto come se fosse sgorgato quel giorno stesso dal corpo dando l’impressione che il miracolo stesse avvenendo per la prima volta. Da allora il culto si andò intensificando sempre più portandosi con sé credenze popolari e superstizioni. Ogni anno si aspetta il miracolo di San Gennaro e Napoli in pompa magna si prepara a festeggiarlo con fuochi d’artificio sparati appositamente per l’occasione.

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Intrighi politici e manovre militari nel passaggio del Regno tra Svevi e Angioini

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Dopo la morte di Federico II la questione della successione al trono di Germania e di Sicilia necessita di alcuni chiarimenti storici tra cui,   i diritti sul trono di Sicilia rivendicati da Costanza, moglie di Pietro III d’Aragona e nipote di Federico II, l’ascesa economica e politica del francese Carlo conte d’Angiò e la sua nomina a paladino del papa. Il processo rovinoso che portò al disfacimento del regno di Sicilia ha inizio nel 1245, quando durante il Concilio di Lione venne decisa dalla Chiesa la deposizione di Federico II dall’impero e dal regno di Sicilia, decisione applicata nel regno di Germania.  Alla sua morte però le popolazioni si sentirono liberate dalla tirannia e, inoltre, furono istigate dall’ordine perentorio di papa Innocenzo IV “che nessun siciliano giurasse fedeltà né prestasse obbedienza a chi non fosse delegato dalla sua autorità pontificia”  importanti città della penisola e dell’isola, tra cui Napoli, Caserta, Avellino, Capua, Barletta, Foggia e Palermo, si dichiararono stanche di subire scomuniche ed interdetti, si rifiutarono di riconoscere la successione sveva.
Secondo le disposizioni testamentarie di Federico II, a cingere la corona imperiale e quella siciliana sarebbe dovuto essere in prima battuta Corrado (23 anni), quindi Enrico (12 anni), qualora Corrado fosse morto senza figli, ed infine Manfredi, in assenza di eredi di Enrico. La condizione di sfavore di Manfredi, che ricordiamo era figlio illegittimo di Federico e Bianca Lancia, fu tuttavia compensata dalla nomina testamentaria di reggente perpetuo del regno d’Italia e del Regno di Sicilia. La particolare condizione di Manfredi - in realtà non avrebbe dovuto avere alcun diritto al trono - era stata dettata in parte dall’amore che Federico nutrì per la bella Bianca, ma soprattutto dalla vicinanza fisica e caratteriale che il ragazzo “biondo e bello e di gentile aspetto” aveva con il padre. Questa condizione di privilegio era ovviamente mal tollerata dai figli legittimi che vedevano in Manfredi un serio pretendente alla successione di un regno che doveva essere conquistato con le armi per via dell’ostilità del papa, che non desiderava che gli Hohenstaufen detenessero contemporaneamente il potere in Germania, in Nord Italia e in Sicilia e perché Manfredi, nato e cresciuto in Puglia, era un siciliano, gradito a buona parte dei baroni locali imparentati con gli Staufen o con i Lancia mentre loro, Corrado ed Enrico, erano irrimediabilmente tedeschi.
Assunta la reggenza Manfredi si riservò il governo della parte peninsulare del Regno e nominò suo vicario per la Sicilia il fratellastro Enrico che, in quanto minorenne era sotto la tutela di Pietro Ruffo. Ruffo si rivelò un pessimo amministratore e si guadagnò l’astio delle popolazioni e la sfiducia di Manfredi che richiamò in Puglia il fratello e inviò nell’isola lo zio Galvano Lancia con l’intento di sostituire Ruffo. Il Ruffo però si rifiutò di lasciare la Sicilia e per impedire lo sbarco di Galvano gli sollevò contro la città di Messina, costringendolo alla fuga e schierandosi apertamente con Corrado. Ma la situazione sfuggì di mano al Ruffo: le città siciliane sobillate da un’intensa propaganda pontificia, cominciarono a sollevarsi e a reggersi autonomamente a comune.
Intanto il giovane Enrico moriva in circostanze misteriose.
A Corrado IV, re di Germania e di Sicilia l’attività di Manfredi volta a sedare le rivolte che sorgevano di continuo nelle città meridionali era stata molto utile, ma quando Manfredi tentò nel luglio del 1251 trattative di pace con papa Innocenzo IV, i due fratelli divennero apertamente nemici. Corrado, sospettando che il fratello volesse farsi riconoscere legittimo re di Sicilia, per prima cosa gli tolse la giurisdizione feudale e bandì dal regno tutti i parenti di Manfredi, poi armò un esercito e si mise in marcia verso sud. Vi arrivò nel 1252 e si trovò ad affrontare l’ostilità di Napoli e delle regioni nord occidentali del regno. Nonostante le distruzioni in stile Hohenstaufen di comuni, come Aquino, Sora, Arpino ed altri che avevano la sola colpa di essere soggetti ai conti di Aquino e di Sora che parteggiavano per il Papa, il giovane Corrado riuscì ad ottenere in due anni di guerra solo la resa di Napoli e della Terra di Lavoro. Il resto del regno rimaneva ancora in mano a Manfredi o sotto l’influenza del papa o nella anarchia.
Nonostante il successo ottenuto fosse parziale, Corrado decise egualmente di rivolgersi a papa Innocenzo IV, signore feudale del regno di Sicilia, per ottenere il riconoscimento del titolo. Ma il papa, come sappiamo aveva sempre avversato il fatto che un re di Germania occupasse anche il trono di Sicilia ed inoltre era preoccupato dalle mire che Corrado aveva sull’Italia settentrionale. Per scongiurare una tale eventualità era stata da tempo avviata la ricerca di un campione difensore del papa da insediare sul trono di Sicilia come fedele vassallo. A tal proposito il papa aveva contattato Enrico III d’Inghilterra, offrendo la corona di Sicilia prima a Riccardo di Cornovaglia e poi a Edmondo Lancaster, rispettivamente fratello e figlio di Enrico e aveva contattato pure Luigi IX, re di Francia con analoga offerta per il fratello Carlo d’Angiò. Intanto Corrado, il 21 maggio 1254, a soli 27 anni morì di febbre a Lavello. Molti hanno sospettato che nell’improvvisa morte di Corrado ci fosse lo zampino del fratello. A questo punto come erede legittimo rimaneva Corradino, il figlioletto di soli 2 anni di Corrado. Manfredi non perse tempo e decise di concludere le trattative segrete avviate in precedenza con il papa, accettando di diventare, in rispetto al deliberato del concilio di Lione, vassallo del re di Sicilia designato dal papa, Edmondo Lancaster, a sua volta vassallo del papa. Il papa scese a Napoli, convinto dagli ambasciatori che Manfredi avrebbe rispettato il trattato, per sovrintendere alla riorganizzazione del regno con l’istituzione di liberi comuni a Napoli ed in altre città in modo da indebolire il governo centralizzato di stampo normanno-svevo e quindi il potere del futuro re. Ma le speranze del papa andarono deluse, Manfredi non firmò il patto, ne fece pubblica disdetta e anzi organizzò il suo esercito musulmano di stanza nella fortezza di Lucera e inflisse una prima grave sconfitta, a Foggia, alle truppe pontificie. La capacità di resistenza del papato fu inoltre fiaccata dalla morte di Innocenzo IV (7 dicembre 1254) e dall’allargarsi del conflitto all’Italia settentrionale con la discesa in campo a fianco di Manfredi, ormai riconosciuto capo indiscusso del ghibellinismo italiano, di Venezia, Genova e di tutte le città ghibelline dell’Italia centro-settentrionale, tanto che il nuovo papa, Alessandro IV, ricominciò a cercare oltralpe il suo campione. In quello stesso anno, inoltre, i baroni di Sicilia riunitisi in “parlamento” riconobbero a Manfredi il titolo di re, rifiutando gli altri pretendenti, sia Edmondo, campione del papa, che Corradino di Svevia, l’ultimo rampollo della casata degli Staufen.
Manfredi, accettata la corona ripristinò l’assolutismo del padre nel regno di Sicilia e con l’aiuto dello zio Federico Lancia soffocò nel sangue i tentativi di rivolta di quelle città che non intendevano rinunciare alle libertà cittadine. Manfredi cercò anche di emulare il padre espandendosi sia verso nord, dando sostegno alle città ghibelline a cominciare da Venezia e Genova, sia cercando di affermare il suo potere anche nell’area mediterranea. Non disponendo però di forze militari adeguate a fronteggiare impegni di rilievo internazionale fece ricorso alle strategie matrimoniali. Allora le potenze che gareggiavano per l’egemonia sul mediterraneo erano in occidente la Francia e l’Inghilterra, che parteggiavano per il papa, e l’Aragona, che godeva di una certa autonomia, Manfredi quindi strinse un’alleanza con l’Aragona dando in sposa al principe Pietro, erede al trono, la propria figlia Costanza. Dal lato orientale cercò pure un’alleanza e la trovò con il re d’Epiro, Michele II, sposandone in seconde nozze la figlia Elena, destinata a succedergli nell’impero.
Manfredi per circa un decennio divenne un protagonista indiscusso. Nel regno di Sicilia continuò la politica assolutista normanno-sveva soffocando qualsiasi autonomia comunale, sopprimendo i diritti della chiesa e l’autonomia del clero. Il destino di Manfredi si decise però quando al soglio pontificio salì un francese, papa Urbano IV. Questi per risolvere la questione siciliana si rivolse alla Francia e ripropose a Luigi IX, il futuro santo per meriti anti musulmani, la candidatura a re di Sicilia del fratello Carlo d’Angiò. Carlo in quegli anni era riuscito a strappare la Provenza agli aragonesi, conquistando un forte potere economico e territoriale. Grazie a questi successi i signori delle regioni d’Italia più vicine alla Provenza cominciarono a riconoscere Carlo quale signore feudale che cominciava quindi a penetrare in quella zona dell’Italia settentrionale cui era interessato anche re Manfredi. Quale miglior candidato poteva scegliere il papa per farsi difendere? La candidatura di Carlo accontentava tutti: il papa che non sarebbe stato stretto dalla morsa Sveva, Carlo che avrebbe avuto un regno e Luigi IX di Francia che avrebbe esteso la sua influenza nel basso mediterraneo. L’accordo proposto da Urbano IV nel 1263 venne concluso dal suo successore Clemente IV, anch’egli francese, così che il 6 gennaio del 1266 Carlo fu incoronato re di Sicilia in San Pietro a Roma. Sul trono del Regno di Sicilia sedevano ora due re. Questa situazione durò poco, appena 50 giorni. Il 26 febbraio le truppe siciliane furono sbaragliate nella battaglia di Benevento e Manfredi deliberatamente cercò la morte gettandosi coraggiosamente nella mischia. Di tutti gli Staufen fu l’unico ad avere una fine così onorevole. Il suo comportamento fu tanto coraggioso da indurre l’Angiò, che pure non era un angioletto, a renderli gli onori funebri ed una cristiana sepoltura. Ma papa Clemente non fu “clemente”, ordinò di riesumare la salma e di seppellirla in terra sconsacrata, in riva al fiume sotto la sabbia finché le acque ne disperdessero le ossa. Tuttavia dopo la morte di re Manfredi i ghibellini del nord, quelli di Toscana e i fuoriusciti del Regno di Sicilia, si rivolsero all’ultimo degli Staufen, Corradino figlio di Corrado, appena quindicenne per strappare a Carlo e al papa la supremazia. Figlio di Corrado IV e di Elisabetta di Baviera; nato a Landshut nel 1252; orfano del padre già a due anni, Corradino di Svevia fu allevato dai parenti materni. Era solo un adolescente quando, nei primi mesi del 1267, fu raggiunto nel castello di Hohenschrwangau da una delegazione di irriducibili ghibellini italiani e di esuli siciliani. A convincere il ragazzo furono soprattutto quei seguaci di Manfredi che erano sfuggiti alla cattura dopo la battaglia di Benevento riparando in Africa, in Spagna o in nord Italia. Con una situazione simile sarebbe stato logico che il giovane Corradino avesse iniziato la sua marcia contro re Carlo dalla Sicilia verso la penisola, mantenendosi coperte le spalle. Inspiegabilmente invece, o meglio “spiegabilmente” se teniamo conto di traditori e cattivi consiglieri, si mise in marcia da nord verso sud, attraversando paesi ostili, come le città guelfe e lo Stato Pontificio senza lasciarsi alle spalle alcun punto di riparo. Appena varcò i confini del regno, Corradino dovette subito affrontare l’Angiò, non potendo però contare su nessun appoggio da nord. Dopo qualche scaramuccia senza importanza i due eserciti si affrontarono a Tagliacozzo il 23 agosto del 1268. Inizialmente la battaglia sembrava andare a favore dello Staufen ma si trattava di una trappola, non appena i soldati di Corradino si abbandonarono al saccheggio degli uccisi, credendo di aver messo in fuga l’Angiò, Carlo piombò su di loro con la cavalleria che aveva tenuta nascosta e ne fece strage. Corradino tentò di fuggire ma fu tradito e consegnato al vincitore. La sua avventura s’era conclusa: sfidando la sorte e vestito di quella stessa audacia dell’avo in viaggio pressappoco alla sua stessa età verso il trono tedesco, aveva preteso di esigere il maltolto nella continuità della gloriosa stirpe ma, impedito dal raggiungere il Sud ove forte si era organizzata la opposizione ai Francesi, il nuovo Puer Apuliae aveva assistito al fallimento del suo progetto di giungere in Sicilia. Sconfitto, tradito e  deriso, a circa due mesi dalla cattura, il ventinove ottobre del 1268, venne decapitato sulla Piazza del Mercato di Napoli, alla presenza di una folla indignata ed in tumulto per il dispregio tenuto anche dei trattamenti e dei diritti garantiti ad un prigioniero di sangue reale: un infame assassinio, più che un crimine politico. Pare che l’Angiò avesse chiesto consiglio al papa su cosa fare del prigioniero e da questo fu invogliato ad eliminarlo: La risposta del Primate di Roma era stata lapidaria:« Mors Corradini, vita Caroli. Vita Corradini, mors Caroli.». Il frate e storico minorita beneventano Isidoro Cozzi riferisce come, una volta sul patibolo, il ragazzo disperatamente singhiozzasse: «Oh madre, oh madre mia, qual notizia avete a sentire», avendo cura con grande dignità del dolore materno, piuttosto che della sua stessa infelice sorte. Storia e leggenda si annodarono nel riferire che, prima di porre il capo sul ceppo, egli abbracciasse con uno sguardo la piazza e poi, sfilatosi un guanto, lo lanciasse sulla folla: un aperto invito a vendicarlo; un’ardimentosa e provocatoria sfida agli usurpatori; una sollecitazione alla continuità dinastica. Storia e leggenda si riannodano nel sostenere che il guanto fu raccolto da un uomo protetto dall’anonimato:era Giovanni da Procida, uno dei personaggi più fedeli alla memoria del grande Federico, al cui capezzale era restato fino alla fine nella sua funzione di medico di Corte. E’ certo che Napoli versò lacrime di dolore e di vergogna per quell’orrendo delitto commesso in faccia alla Storia e ad un Popolo sbigottito. E’ certo che Elisabetta di Baviera venne ad onorare le spoglie del figlio morto in solitudine «…ed una statua di lui ed una pietosa iscrizione nella Chiesa del Carmine parlano del cordoglio di essa e le ricche dotazioni che lasciò a quei frati per suffragio dei suoi diletti…» Ai cadaveri fu negata la sepoltura e fu la gente comune a pietosamente coprirli di sassi. La vita fu risparmiata al solo Enrico di Castiglia, ma a condizioni più che umilianti. L’Angiò, cui i Siciliani avevano opposto la coraggiosa incoronazione di Corradino, venne una sola volta e di passaggio in Sicilia; punì gli atteggiamenti antifrancesi diffusi nel Regno con lo spostamento della capitale da Palermo a Napoli; condusse un’aspra e ritorsiva politica fiscale; impose il veto di porto d’armi; istituì la perquisizione personale, oltraggiosamente estendendola anche alle donne. Carlo era ormai Signore dell’Italia, esercitando autorità su quasi tutta la penisola grazie al sostegno dei guelfi del Centro e del Nord e grazie ai Romani, che gli avevano attribuito il decennale incarico di senatore.

Articolo scritto dall’Arch. Mario Chirico


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I Normanni da Re Ruggiero a Tancredi.

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Nell’anno mille il ducato di Napoli, nato quattro secoli prima con Belisario e Stefano II, intratteneva formali legami con Bisanzio, destreggiandosi abilmente tra Bizantini, Arabi e Longobardi per mantenere la propria autonomia. Autonomia acquisita pienamente nell’anno 849 quando il duca Sergio, discendente di una antica nobile famiglia, ordinò al figlio Cesario di debellare la piaga delle incursioni saracene che imperversavano lungo le coste meridionali sino ad arrivare nel golfo di Napoli e sul litorale romano.

Agli albori dell’ XI sec., i giorni del ducato erano finiti. La pressione Longobarda aumentava di intensità, tanto che per liberarsene il duca Sergio IV doveva reclutare nel 1027 una schiera di normanni. Per compensare gli astuti avventurieri, il duca concesse loro uno spazio di terra nella località di Aversa, così ribattezzata dai guerrieri normanni perché ostile. Piantato il cuneo in Campania, i normanni si allargarono a macchia d’olio, assalendo la città di Napoli già nel 1077 sia dal mare che via terra. La resistenza dei napoletani si rivelò però determinante, non solo impedendo agli invasori di espugnare alcune torri e parte delle mura della città, ma persino, con audace mossa, sbaragliando la flotta normanna, costretta alla fuga dalle navi partenopee. Nello stesso tempo un manipolo di cavalieri  travolse le linee nemiche, distruggendo una sorta di castello in legno costruito dagli assediatori. Nel 1078, la morte di Riccardo d’Aversa, caduto ai piedi delle mura di Napoli, pose fine all’assedio.

Napoli restava pertanto libera, diventando uno dei principali centri della resistenza antinormanna.
Ma la storia è ben lungi dalla conclusione. La potenza normanna, guidata da Ruggiero II incoronato re di Sicilia nel 1130, si abbatté sulla città di Napoli con altri due assedi: il primo, nel 1134 dal mare, quando la flotta normanna fu costretta alla ritirata; il secondo dalla terra ferma, durante il quale i normanni misero a ferro e fuoco i sobborghi di Napoli, saccheggiando abitazioni e raccolti, causando una dura carestia che decimò la popolazione. Il numero dei difensori di patria napoletana si assottigliò fino a poche centinaia sebbene nessuno di questi, nè il duca Sergio VII accettò mai di arrendersi. Nel 1137 alla morte del duca, ascese al potere l’arcivescovo Marino, che circa due anni più tardi, decise di porre fine alle sofferenze del popolo napoletano, avviando una risoluzione diplomatica del conflitto normanno-partenopeo. 
Nel 1140, a seguito dell’accordo sancito a Benevento, Ruggiero II (I in qualità di re di Napoli) entrava nella città da Porta Capuana, accolto dai cavalieri napoletani e dai rappresentanti del clero, mettendo fine, di fatto alla storia del ducato autonomo per dare inizio al Regno di Napoli. 
Il sovrano normanno si innamorò della città di Napoli e volle subito stabilirvisi. Scelse il Castel dell’Ovo come residenza provvisoria, ordinando per prima cosa la misurazione delle mura e delle torri che avevano impedito la conquista della città con le armi. Si deve a Ruggiero I la costruzione del Campanile di S. Maria Maggiore, peraltro unica testimonianza storica del suo regno.

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Ruggiero volle da subito rinsaldare il legame con i membri dell’aristocrazia, ciò che fece garantendo loro la funzione amministrativa e donando a ciascun cavaliere cinque moggi di terra: così ebbe inizio il feudalesimo a Napoli. Ruggiero si rivelò un sovrano saggio, capace di imprimere al Regno un’organizzazione unitaria, che ebbe però l’infausto merito di interrompere il processo evolutivo del libero comune, l’istituzione che nell’Italia settentrionale si rivelerà determinante per la nascita di quel nuovo ceto medio, veicolo dello sviluppo economico.

La pesante dominazione straniera stronca gli ultimi fermenti civili. Nella lotta tra Monarchia e Baroni, la borghesia napoletana non trova un ruolo ben definito, nonostante i traffici economici siano in fase incrementale. Il 26 febbraio 1154 Ruggiero moriva, lasciando il trono a suo figlio Guglielmo I detto “il Malo”. Il nuovo sovrano, un uomo dalla personalità instabile, a tratti perversa, si macchiò di atti feroci, alternandoli ad altri di estrema tolleranza. Furono anni difficili per la città di Napoli, durante i quali germinava già una latente opposizione da parte dei “mediani” (il ceto medio comprendente i mercanti, gli artigiani e il clero) e dei baroni.  La pressione fiscale andava facendosi insostenibile mentre il potere sovrano, esercitato dal campolazzo Maiano da Bari, non sembrava aperto a distensioni di sorta. Le rivolte armate, entrambe sedate, scoppiarono già nel 1155 e nel 1160, arrecando ingenti danni al Regno.

napoli_02Agli inizi del 1166 Guglielmo si ammalò e morì in seguito a complicazioni. A lui si deve la costruzione di Castel Captano, oggi Castel Capuano, monumentale testimonianza del suo passaggio. Con la morte di Guglielmo “il Malo” la corona passava sul capo di un fanciullo di 13 anni, Guglielmo II ricordato come “il Buono”. In attesa che il giovinetto compisse la maggiore età (nel 1172), sua madre, Margherita di Navarra, fu nominata reggente ad interim. Nel 1177 Guglielmo II sposò Giovanna, figlia di Enrico II d’Inghilterra. Nel 1186 vi furono le nozze tra la zia del re, Costanza, e il figlio ed erede dell’imperatore Federico Barbarossa, il futuro Enrico VI. Nozze destinate a pesare molto sul Regno. Pochi anni dopo, mentre Gerusalemme cadeva di nuovo in mano ai mussulmani, Gugliemo II moriva giovanissimo, privo di eredi.

Il Regno veniva così ereditato dalla più prossima parente, Costanza, sposa di Enrico VI. L’esercito dell’Hohernstaufer si mosse dalla Germania per prendere possesso dei territori del Meridione. La nobiltà normanna si divise allora in due schieramenti: il primo, favorevole al passaggio del reame agli Svevi, capeggiato da Ruggero, conte di Andria. Il secondo schieramento, contrario, era capeggiato da Tancredi di Lecce, che nel 1184 aveva sposato Sibilla d’Aquino. Prevalse quest’ultimo e nel 1190 fu nominato re.

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Primo pensiero del nuovo re fu di comporre il dissidio tra Cristiani e Saraceni scoppiato alla morte di Guglielmo; poi volse l’animo a sottomettere quei baroni d’oltre il Faro che non volevano riconoscerlo, fra i quali era il conte RUGGERO D’ ANDRIA, pronipote di Drogone, che, preso ad Ascoli a tradimento dal CONTE D’ACERRA, cognato del re, fu ucciso. Era intento Tancredi a sottomettere i baroni ribelli
quando a dargli infinite tribolazioni venne il cognato di Guglielmo, RICCARDO I re d’INGHILTERRA, che doveva riunirsi a Messina  con FILIPPO II di Francia per continuare con lui la spedizione in comune, era  giunto in Sicilia, dove spalleggiato da un formidabile esercito, occupò una  posizione molto importante e minacciosa un po’ per tutti, appunto perché nessuno sapeva comprendere quale fosse lo scopo prefissosi dal re inglese.

Lui era fratello di GIOVANNA, la vedova di Guglielmo II, e prese il pretesto  di proteggere i diritti di quella e si ingerì in modo arbitrario ed egoistico negli affari del regno, che già si stava invece preparando a sostenere una  lotta per la propria indipendenza. Con tutta l’astuzia e la prepotenza, propria del carattere normanno, egli  sfruttò l’imbarazzo di Tancredi di Lecce, appena elevato al trono. Come un conquistatore lui si stabilì a Messina, attizzando e provocando, con ostilità gratuite e arbitrarie l’odio della popolazione scontenta sempre di qualcosa,  sperando che uno scoppio del risentimento popolare, appoggiandolo, gli avrebbe dato poi diritto e motivo di passare ad altre misure violente. Con tali condotta Riccardo mise talmente alle strette il nuovo re, da indurlo ad appagare tutte le sue esigenze, pur di essere al riparo da pretestuose  pilotate ribellioni e di liberarsi al più presto possibile dell’ospite pericoloso. 

Ma il trattato che Tancredi si rassegnò a firmare l’11 di novembre del 1190, non raggiunse lo scopo voluto; anche se Tancredi era stato incoraggiato alla  resistenza dal re di Francia la quale però personalmente non volle porgere  alcun aiuto. Pace ed amicizia dovevano, secondo quel trattato, regnare da allora in poi tra i due re, e Riccardo si dichiarava pronto, finché rimanesse in terra siciliana, a difendere il suo protetto, Tancredi, contro chiunque  aggredisse la Sicilia o movesse guerra al suo re; tuttavia quest’ultimo si vedeva costretto a pagare quell’amicizia e quelle promesse con sacrifici assolutamente sproporzionati ai suoi mezzi. Per soddisfare l’ingordigia del malaugurato protettore, che appoggiava le sue  pretese a certi titoli legali, Guglielmo dovette sborsare in complesso quasi  cinque milioni di marchi, somma per quel tempo enorme, e che dimostra come tutto ciò che si narrava intorno alle ricchezze dei re normanni non era appunto una favola (Prutz)”.Le truppe di Enrico VI erano, intanto, giunte ai confini del reame. Nonostante i malumori dei Napoletani, in quanto gran parte delle loro ricchezze erano state dirottare a Monreale per la costruzione della cattedrale, la città partenopea assunse il ruolo di prima e inviolabile roccaforte a difesa del Regno, sotto la guida di Riccardo di Acerra. L’esercito di Enrico VI, nonostante una manifesta superiorità numerica, non riuscì di fatto ad espugnare Napoli e per ben due volte fu costretto a ritirarsi, nell’agosto del 1191 e nel luglio del 1193. Era da poco tornato in Sicilia, quando, sul finire del 1193, una grande sventura si abbatté sul suo capo: moriva Ruggero, suo amatissimo primogenito, che era stato dal padre associato al regno ed aveva preso in sposa la bella e giovane Irene, figlia dell’imperatore ANGELO ISACCO di Costantinopoli. Tancredi, che provvide subito alla successione eleggendo il secondogenito  Guglielmo III, ancora fanciullo, ma non riuscì a sopportare a lungo il dolore cagionatogli dalla perdita del figlio e, ammalatosi, cessò di vivere anche lui non molti giorni dopo, il 20 febbraio del 1194, lasciando la tutela dell’erede  alla regina Sibilla. Alcuni storici affermano che furono i costumi troppo rilassanti della corte  Normanna a impedire che i Palermitani reagissero, perchè sembra impossibile la scomparsa di quel potente esercito che esisteva all’epoca di Ruggero II.

Nello sfarzo dei palazzi, vestiti quasi sempre in pompa magna, nei rituali e anche in banalissime celebrazioni, i normanni adottarono contemporaneamente il cerimoniale Bizantino, la magnificenza dell’oriente Saraceno e i riti della  cavalleria occidentale. I reali furono contagiati dal lusso; e questa moda fu  subito imitata dai nobili della corte, poi dai comandi militari che lo trasmisero perfino ai soldati con le loro sgargianti uniformi saracene, e  tutto iniziò a degenerare diremmo oggi “nell’edonismo” un po’ troppo  arrogante, da “parata”, e che a poco a poco indebolirono le energie e minarono  la loro dignità; e anche l’eccessivo eccletismo - vissuto e concesso a piene mani - si trasformò in una funesta influenza: quella che fece aprire quest’anno ad altri palermitani -esclusi da questa agiatezza- le porte ad  Enrico VI, e ad ignorare in un angolo l’ultimo re normanno. Tuttavia solo l’anno successivo Re Tancredi morì lasciando erede un fanciullo di pochi anni: Guglielmo III.

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Ma all’arrivo di Enrico VI, che muoveva, nel frattempo, con il suo esercito dalla germania, giunto in Italia esiliò sia  il piccolo Guglielmo III che sua madre Sibilla in Germania. Così si esaurisce la favola normanna e si apre un nuovo capitolo del Regno e di Napoli.

 

Articolo scritto dall’Arch. Mario Chirico

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Devotissimo servitore, Giuseppe Verdi.

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Nei suoi quattro soggiorni a Napoli, Giuseppe Verdi fu sempre affascinato e ispirato dal luogo che definiva «un paradiso terrestre». Il sentimento del Maestro per la città era avvertito e ricambiato dai napoletani che giungevano ad esprimerlo con manifestazioni di straordinaria esuberanza.
 
Cronache del marzo 1873 riferiscono che la sera del debutto cittadino dell’Aida, «il delirio del pubblico fu continuo e crescente» e, all’ultimo calo del sipario, Verdi «fu chiamato alla ribalta 37 o 38 volte». Ma non finì qui. Per la terza replica, l’ultima alla quale fu presente l’autore in partenza da Napoli, le chiamate alla ribalta furono cinquanta e all’uscita dal teatro, la folla al culmine dell’entusiasmo arrivò a staccare i cavalli dalla carrozza per portarla a braccia, tra fiaccole e acclamazioni, fino al Chiatamone dove era l’albergo che ospitava il Maestro. Non ancora soddisfatta del trionfo tributato, la folla restò in strada ad acclamare e Verdi fu costretto ad affacciarsi al balcone più volte per salutare e ringraziare.
 
Due anni prima la città aveva fatto di tutto per legare a sé il Maestro offrendogli l’incarico di direttore del Conservatorio musicale napoletano. Scomparso Saverio Mercadante, per ben trent’anni alla conduzione dell’istituto di San Pietro a Majella, il problema della nomina si era presentato proprio all’accendersi della polemica nazionale sulla condizione dei Conservatori italiani, scaduti, secondo alcuni, nel provincialismo. La delicata questione diventò oggetto dei lavori di un’apposita Commissione ministeriale la cui presidenza fu affidata allo stesso Verdi.

Sullo stato della didattica negli istituti musicali italiani, il ministro Cesare Correnti aveva affermato, tra l’altro, che occorreva «restituire alle sue gloriose tradizioni» il Conservatorio napoletano. La dichiarazione scosse la città e subito prese vita un vero e proprio movimento che reclamava l’idolatrato Giuseppe Verdi alla guida dell’antico istituto musicale. Al Maestro giunsero vibranti inviti ad accettare l’incarico dallo stesso ministro Correnti, dal corpo docente del Conservatorio, da musicisti napoletani e dall’Amministrazione cittadina guidata dal sindaco Paolo Emilio Imbriani, ma Verdi si mostrò sempre, seppur lusingato, fermamente intenzionato a non accondiscendere.
Presso l’Archivio storico municipale di Napoli sono conservate due lettere autografe del Maestro che testimoniano dei tentativi compiuti dall’Amministrazione municipale napoletana per convincerlo. Sono due lettere di risposta ad altrettanti messaggi inviati dal sindaco Imbriani e scritte a soli quattordici giorni l’una dall’altra.

Con forma garbata e con tono compiaciuto per «l’onorevole offerta», Verdi espone la propria irremovibilità nella decisione di non accettare l’incarico e nella seconda lettera affida la spiegazione di «tutte le ragioni» al maestro Paolo Serrao, insigne musicista calabrese di nascita e napoletano d’adozione, da lui assai stimato.

In quelle poche righe vergate su fogli ora ingialliti, la fine di un brevissimo sogno: il cortese ma distaccato diniego alle profferte di una città abituata da tempo immemorabile a conquistare e stringere a sé l’oggetto del suo amore. Altri tentativi non vi furono e l’incarico respinto dal Cigno di Busseto fu affidato temporaneamente proprio al Serrao.

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I fregi del Palazzo San Giacomo.

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Bisognava che il ruolo istituzionale dell’edificio di San Giacomo fosse chiaro a quanti scorrevano con lo sguardo l’imponente facciata principale del palazzo. Non si doveva tralasciare, però, la celebrazione della dinastia regnante.

La soluzione a queste necessità di comunicazione politica e pubblica “avant lettre” fu trovata ricorrendo al linguaggio simbolico riproposto dallo stile architettonico allora in voga: alla didascalica targa con la scritta “Ministeri di Stato” furono affiancati due fregi ricchi di antichi simboli.

Forse un sistema comunicativo rivolto a pochi ma, per l’epoca, un irrinunciabile riferimento al linguaggio simbolico largamente utilizzato nella classicità occidentale.

Ciascuno dei simboli richiamava l’antico significato ad essi attribuito, ispirando la comprensione del messaggio in chi conosceva la chiave interpretativa di quel codice.

I fregi sono ancora lì. E’ cambiata la targa che li separa ed anche loro hanno sopportato qualche adattamento a seguito della caduta del Regno delle Due Sicilie ma, nonostante tutto, il messaggio ad essi affidato è ancora ben decifrabile.

I due fregi

Ciascuno degli insiemi decorativi è costituito da tre ghirlande e quattro oggetti. Le ghirlande incorniciavano ciascuna un giglio borbonico, simbolo della Casa allora sul trono (della rimozione di quei simboli dinastici si è detto in: 1860, via i gigli), mentre gli oggetti alludevano alle prerogative del sovrano e alle competenze dei dicasteri ospitati nel palazzo (fino agli anni Cinquanta dell’Ottocento le Reali Segreterie e Ministeri di Stato erano, appunto, otto: della Presidenza del Consiglio de’ Ministri, degli affari esteri, di grazia e giustizia, degli affari ecclesiastici, delle finanze, degli affari interni, della guerra e marina, della polizia generale).

Per ciascun fregio le ghirlande sono in numero di tre (lo stesso numero dei gigli presenti nello scudo posto al centro dello stemma dei Borbone-Due Sicilie): due sono di rami di alloro con bacche mentre quella centrale è di rami di quercia con ghiande. Le ghirlande poste attorno al giglio reale inneggiavano emblematicamente alla dinastia e il loro messaggio diventa chiaro se letto utilizzando il significato simbolico delle piante di cui sono composte: l’alloro, sacro ad Apollo, rappresenta l’eroismo, l’immortalità conseguita attraverso la vittoria mentre la quercia, consacrata a Zeus, rappresenta forza, solidità, potenza, longevità.

In ciascun fregio i quattro oggetti si alternano alle ghirlande e a queste sono avvinti con dei lacci; diveniva, quindi, esplicito il vincolo che legava al potere del sovrano i concetti rappresentati da quei simboli.

Fregio di sinistra

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Spada: l’arma, sistemata nel fodero, si mostra in una valenza positiva e come emblema regale cioè allusione al ruolo del sovrano di amministratore di giustizia e difensore dei propri sudditi.

Tridente: riferimento al dio degli oceani, Poseidone, rappresenta il dominio sul mare.

Bilancia: simbolo di giustizia e prudenza, è rappresentazione del diritto e della funzione amministrativa.

Mano di giustizia: la mano aperta (con il palmo rivolto verso chi guarda) posta all’estremità di uno scettro, è un altro simbolo del potere regale. Rappresenta la mano destra del Creatore, espressione della sua bontà e della sua misericordia, qualità traslate al sovrano che governa il popolo per “grazia di Dio”.

Fregio di destra

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Specchio: sintesi rappresentativa della prudenza, della saggezza, della verità e mezzo che permette l’abbandono all’introspezione.

Caduceo: noto come emblema del dio Hermes, è simbolo di pace e prosperità. E’ anche rappresentazione simbolica del commercio.

Ancora: simbolo di stabilità e sicurezza. In basso, in rilievo al centro della marra, è il giglio dei Borbone (è l’unico simbolo dinastico rimasto nel palazzo dopo le rimozioni del 1860).

Pastorale: rappresentazione della fede e segno d’autorità. E’ da ricordare che era prerogativa del sovrano delle Due Sicilie scegliere i vescovi che avrebbero svolto il loro ministero all’interno dei confini del regno.

Art. preso da comune.napoli.it


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