Archive for the ‘Cucina Napoletana’ Category

Calamaro ripieno con contorno di patate.

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Napoli, scrigno di sapori, la cui arte culinaria presenta un vastissimo repertorio di piatti che hanno attraversato i secoli, alcuni lasciati in dono dalle differenti culture che si sono susseguite durante le varie dominazioni della città, altri creati dalla fantasia e dall’estro dei napoletani.

Ma il cibo non è solo un piacere per il palato.
Deve sollecitare l’olfatto, compiacere la vista, appagare tutti i sensi attraverso un trionfo di colori, forme e sapori.

Da questa idea nasce il sodalizio tra l’arte e la cucina nostrana, dove ogni piccola e raffinata delizia diventa un’ “opera d’arte” unica studiata per stupire e accontentare anche l’ospite più  chic ed esigente.

Servizio di catering napoletano.
Info e contatti: napolichicgourmet@libero.it cell. 328/6306392



 

Oggi per voi lo chef a preparato…

CALAMARO RIPIENO CON CONTORNO DI PATATE

INGREDIENTI PER 4 PERSONE: 2 calamari grandi – 500 g di funghi champignon – olive nere – pan grattato – un uovo – un mazzetto di prezzemolo – sale – pepe – olio extravergine di oliva – 2 spicchi di aglio – 1 cipolla piccola – 1 peperoncino - 1 kg di patate

Pulite i calamari privandoli delle interiora e sciacquandoli bene sotto acqua corrente.
Lavate i funghi dopo averli privati della parte terrosa, quindi asciugateli e affettateli finemente. Fate rosolare in una padella antiaderente l’aglio, mezza cipolla tritata e il peperoncino in tre cucchiai di olio, unite i funghi e trifolateli per circa 15 minuti (se preferite eliminate il tutto prima di versare i funghi nella padella). Tagliuzzate i tentacoli dei calamari, e uniteli ad un trito di prezzemolo, olive nere, pan grattato, l’albume dell’ uovo e i funghi. Condite il tutto con un pizzico di sale, pepe e un filo d’olio. Mescolate bene tutti gli ingredienti, fino ad  amalgamarli  perfettamente, poi con il composto ottenuto, riempite i due calamari. Chiudete cucendo con il filo l’apertura (oppure con un paio di stuzzicadenti). Lavate e tagliate le patate aggiungendovi un pizzico di sale, un filo d’olio, una foglia di allora e un rametto di rosmarino. Disponetele quindi, insieme ai calamari su una teglia. Cucinate in forno precedentemente riscaldato a 180° per circa 40 minuti. Girate le patate di tanto in tanto. Al termine lasciate raffreddare i calamari per circa 5 minuti e tagliateli a rondelle prima di servirli.

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La paranza

 

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La frittura di paranza è una frittura di pesce di piccolo taglio, molto diffusa nella cucina napoletana, ma anche in altre parti d’Italia.

Il termine paranza deriva dalla voce meridionale paro, paio, e sta ad indicare due barche che procedono in coppia per pescare a strascico. Oggi, sempre più spesso, si tende ad identificare con tale termine un unico e determinato esemplare d’imbarcazione, invece che due. Nel gergo marinaro la distinzione è stata sempre netta: si chiamava “barca”, quella adibita per la pesca in coppia e “battello” una diversa imbarcazione a vela di forme e dimensioni più contenute rispetto alla prima, che era invece adoperata per metodi di pesca solitaria. Paranzona e paranzella erano le varianti, rispettivamente più grande e più piccola della paranza-tipo le cui misure erano all’incirca lunghezza sui 10 metri o poco più, larghezza da m.3.30 a 3.50, un’altezza di costruzione di m.1.50-1,60. La prua, l’insieme di strutture della parte anteriore dello scafo di un’imbarcazione, di queste barche erano piene e di forma arrotondata, la prora maggiormente bombata, la carena piatta per agevolarne l’alaggio sulle nostre spiagge, strutturalmente molto robuste. Le paranze avevano un albero solo e montavano vele quadrangolari, dette al terzo. Altre caratteristiche distintive erano due grossi occhi ai lati dell’asta di prua, a scopo ornamentale, e la “toppa”, una specie di testa situata alla sommità del dritto di prua. La paranza, oggi, è prevalentemente intesa ed accreditata dappertutto come specifica tipologia d’imbarcazione, più che come metodologia di pesca. Anche nella cultura marinaresca napoletana esiste questo tipo di barca, sia come tipologia di imbarcazione sia come definizione dialettale, infatti nel dialetto napoletano la Paranza sta ad indicare una compagnia di persone legate da amicizia o da legami lavorativi. Oggi sono  a motore, con un equipaggio formato di solito da due persone e praticano la pesca con le reti a strascico. Proprio questa tecnica permette di pescare pesci di piccola taglia ma nel contempo molto buoni.
 
Da qui deriverebbe il famoso piatto detto di Paranza o Fritto di Paranza, tipico della tradizione culinaria napoletana che sarebbe il pescato del giorno delle suddette imbarcazioni da cui appunto prende il nome.
 
È di solito fatta con merluzzetti, triglie, sogliolette (fricassuari, in napoletano), ma possono esservi anche altre varietà di pesce di piccolo taglio, come alici, mazzoni, retunni o vope.
 
INGREDIENTI (dosi per 4 persone):

•1 kg. di piccoli pesci (triglie, nasellini, soglioline e acciughe etc.)
•200 g. di farina
•Un limone
•Sale fino q.b.
•Olio q.b.

Pulire, lavare ed asciugare i pesciolini.

Passarli nella farina scrollandone quella in eccesso e friggerli in una padella antiaderente con abbondante olio caldo per 5-6 minuti (a seconda della grandezza) voltandoli delicatamente a meta’ cottura: la farina deve prendere un bel colore dorato e diventare croccante; raccoglierli con un mestolo forato e adagiarli su carta da cucina assorbente. Mantenere la preparazione man mano nel forno preriscaldato e lasciato aperto per tenerla calda fino al momento di servirla, quindi salarla e guarnirla con spicchi di limone.

Articolo scritto dall’Arch. Mario Chirico

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Polipo alla luciana

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Ma che bella cosa è il mangiare, fortunatamente siamo cittadini partenopei dove la cucina è ricca, salutare e saporita.

Questa volta l’articolo è dedicato ai polipetti alla luciana, chiamati in questo modo perché gli abitanti di Santa Lucia, il più antico Borgo marinaio di Napoli, li cucinavano con un bel sughetto al pomodoro.

Ingredienti per 6 persone
Un polpo,
mezzo chilo di pomodorini (possibilmente freschi)
prezzemolo,
olio extravergine di oliva,
aglio,
pepe nero macinato al momento.

Procedimento
Mettere in un tegame di creta i polipi (precedentemente messo per circa 10 min sul fuoco medio/basso, in una pentola SENZA NIENTE, tempo che varia rispetto alla grandezza del polipo), appena incominciano a cuocere, aggiungere i pomodori pelati, l’olio di oliva, l’aglio e il pepe (il sale non è necessario: il polpo è già salato di suo). Completare la cottura a fuoco lento ed a pentola ben coperta. Una volta cotto (il tempo di cottura varia, ovviamente, in base alla grandezza dei polpi: per un polipo di un chilo-un chilo e mezzo, saranno necessari dai trenta ai quaranta minuti), scoperchiare e far tirare la salsa fino a quando non diventi densa, scura e lucida.

Volendo condirci degli spaghetti, togliere via il polpo e metterlo a caldo e aggiungere gli spaghetti cotti ben al dente. Fare cuocere a fuoco vivace per un minuto, mescolando spesso in modo che la pasta assorba bene il sugo, aggiungere il prezzemolo e servire in tavola.

Un famoso detto napoletano dice: “O purpo se coce dint’alla’acqua soja”


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Lo scarpariello

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In cucina non sono  un gran cuoco, ma una cosa che mi riesce veramente bene dal sapore succulento è lo “scarpariello“.

Si narra che lo scarpariello è un piatto popolarissimo di tanti anni fa: un pasto molto veloce a prepararsi per i calzolai (”scarpari”, da cui il nome “scarpariello”).
Le mogli, le figlie, le fidanzate e non, erano abili rivettatrici e orlatrici di pellami per scarpe, e dovendo lavorare preparavano un “pasto veloce” nell’intervallo del mezzodì: lo scarpariello, appunto. Secondo altri, in realta’ questo pranzo, essendo un piatto povero, si preparava con i prodotti avanzati che si avevano in casa, o con cio’ che regalavano (quasi sempre formaggi) allo “scarparo” la gente che non poteva pagarlo.

La giornata dello “scarpariello” era specialmente il lunedì, giorno di riposo dei “scarpari”, quando si raccoglieva tutte le “regalie” e le si cucinava insieme al ragù avanzato la domenica.
Ingredienti per quattro persone

300 g di filetto di pomodoro
400 g di bucatini o penne
olio extravergine di oliva
1 spicchio d’aglio
peperoncino
pecorino
parmigiano
basilico fresco
sale

In una padella fate soffriggere olio, peperoncino e aglio e quando quest’ultimo è diventato biondo, aggiungete il filetto di pomodoro. Tenete sul fuoco per un quarto d’ora. Nel frattempo, cuocete la pasta al dente e, una volta scolati, passateli in padella e conditeli con abbondante pecorino e parmigiano. Girate il tutto per qualche minuto finché il sugo non si amalgama bene alla pasta e, prima di servire, aggiungete qualche fogliolina di basilico e un filo d’olio a crudo.

buon appetito


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Spaghetti con le vongole.

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Mi mangerei proprio un bello spaghetto con le vongole…

Quante volte si sente questa frase uscire dalla bocca di un Napoletano, sono una vera e propria delizia partenopea che può arrivare al sublime accompagnata da una buona bottiglia di vino bianco e il tutto in un tipico ristorantino del golfo.

A Napoli gli spaghetti con le vongole si possono gustare in due modi, in bianco e con il pomodorino. Diciamo che sono due scuole di pensiero diverse, una bella disputa che non arriverà mai ad una conclusione. Comunque sono entrambi ottimi piatti che vale la pena provare.

L’importante e fondamentale per la buon riuscita del piatto è la freschezza delle vongole e se sono veraci non si può chiedere ben altro.

Vongole in bianco

Tagliate 2-3 spicchi d’aglio e fateli soffriggere in una padella con dell’olio d’oliva fino a farli imbiondire. Aggiungere poi le vongole ben scolate e farle cuocere a fuoco vivo per 2-3 minuti fino a che si sono aperte tutte. A questo punto sgusciare la metà delle vongole lasciando da parte le altre per la decorazione (la metà sgusciata resta nella padella con l’olio). Aggiungere un il prezzemolo tritato finemente, sale ed una punta di peperoncino e poi versare nella padella gli spaghetti (o i vermicelli) cotti molto al dente. Fate insaporire gli spaghetti nell’olio per almeno un minuto e servire immediatamente decorando con le altre vongole non sgusciate.

Versione col pomodorino schiacciato

Si procede nello stesso modo della prima ricetta, però dopo aver sgusciato metà delle vongole si aggiungono all’olio 7-8 pomodorini schiacciati, il prezzemolo tritato finemente, il sale ed il peperoncino e si fa cuocere per un minuto a fuoco vivo. Poi si aggiungono gli spaghetti e si serve come nella ricetta precedente.

Buon appetito


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I tortanelli della nonna

tortanelli

Ricordo ancora quando li faceva mia nonna, tutti i nipoti non vedevamo l’ora che veniva la domenica per mangiare questi squisiti dolci, i “tortanelli“.

Sono simili alle graffe, ma molto, molto più buoni e saporiti, vi consiglio di provarli è molto semplice e veloce farli.

Di questo dolce non conosco la storia, so solo che è stata tramandata da madre in figlia per generazioni fino ad arrivare a mia madre che ancora oggi li prepara con la stessa ricetta di una volta.

Ingredienti

3 patate
500 gr di farina
5 uova intere
1 cucchiaio di burro
1 panetto di lievito

Preparazione

Prima di tutto bisogna lessare le patate, poi schiacciarle con l’apposito schiaccia patate. Dopo di ché mischiare tutti gli ingrendienti amalgamando il tutto accuratamente. Una volta fatto questo, fare delle piccole palle grandi quanto una pallina da ping pong, o meglio ancora fare dei piccoli serpenti lunghi una decina di cm e fare delle lettere a forme di e. A questo punto mettere tutto a crescere sul tavolo cosparso di farina (per non farle attaccare) e coprire il tutto con un panno per un paio d’ore. Una volta che queste paste sono cresciute, mettere a riscaldare in una padella abbastanza alta dell’olio, ed una volta che questo è diventato bello caldo immergere accuratamente le paste facendole friggere per qualche minuto finché non si dorano. In fine una volta fritte, asciugarle per bene dall’olio e buttatele in un piatto pieno di zucchero in modo che si ricoprano.
Se lo desiderate potete anche imbottirle con un pò di nutella.

Buon appetito

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La zuppa di cozze del giovedì santo a Napoli.

 

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Oggi è giovedì santo, siamo ormai in pieno periodo pasquale. Come un pò tutte le feste napoletane, anche questo giorno è diviso tra il sacro e il profano.
Il sacro riguarda il lato cristiano, infatti La sera del giovedì si celebra la Messa in Cena Domini (Messa della Cena del Signore), che dà solenne inizio al Triduo Pasquale; in essa si fa memoriale dell’Ultima Cena consumata da Gesù prima della sua passione e si commemorano l’istituzione dell’Eucarestia e del sacerdozio e il comandamento dell’amore. Durante questa Messa si svolge il rito della lavanda dei piedi, ripetendo quello che Gesù stesso fece dopo l’Ultima Cena.
Il lato profano riguada il lato tradizionale della cucina napoletana, la zuppa di cozze, o più propriamente detta ‘a zupp’ ‘e cozzeche, che si mangia la sera: una vera prelibatezza.
Questo delizioso piatto, non è facile trovarlo al ristorante, ne sono veramente pochi a farlo, se ne trova qualcuno a via Foria, piazza Sannazzaro e ai Camaldoli. Quindi per chi volesse cucinarsela da sè eccovi la ricetta della mia nonna.

Ingredienti per 8 porzioni
1/2 litro d’ olio extravergine di oliva
3 spicchi d’aglio
300 gr. di salsa di pomodoro molto concentrata
1 bicchiere di olio piccante
1 kg di freselle
3 kg di cozze
un grosso polipo
1/ kg di gamberetti e maruzzielli

Preparazione
Per la Salsa:
Far scaldare bene l’olio.
Quando questo è ben caldo, aggiungere gli spicchi d’aglio.
Quando questi sono ben dorati, toglierli dall’olio ed aggiungere le salse, 2 tazzine d’acqua e far cuocere, a fuoco lento per 10-15 minuti.
Far riposare 15 minuti, filtrare e mettere da parte.  

La Zuppa:
Pulire bene le cozze, e scaldarle in un litro d’acqua (senza sale).
Togliere le cozze, e filtrare l’acqua di cottura.
Scaldare il polpo ed i maruzzielli.
Disporre nel piatto (individuale) 3-4 freselle, bagnarle con l’acqua di cottura delle cozze; aggiungere il polpo lessato e tagliato a grossi pezzi, le cozze, i gamberetti, i maruzzielli, ed infine, la salsa a piacere.

Buona cena del giovedì santo


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Il pranzo pasquale dei napoletani.

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Ad ogni festa il suo mangiare!

Si, è proprio così, ogni festa ha la sua tradizione culinaria.
Il giorno di Pasqua a Napoli è caratterizzato da un ricco pranzo fatto fi ricette tradizionali e che ha un grande protagonista: la carne.

L’esordio del pranzo è rappresentato dalla minestra marinata che vede l’accostamento della carne agli ortaggi e che è stata a lungo la pietanza del regno di Napoli prima di essere sostituita dai maccheroni.

Anche l’agnello che è uno dei simboli della Pasqua domina sulla tavola dei napoletani.
Il pranzo di Pasqua dei napoletani non può non terminare con uno dei dolci più importanti, tipici e gustosi della cucina napoletana: la pastiera.

Le ricette:
Antipasti: A fellata, Casatiello
Primo: Minestra maritata
Secondo: Agnello con piselli e cacio
Contorno: Carciofi arrostiti
Dolce: La pastiera

La fellata
La fellata non è altro che una serie di salumi paesani tipici napoletani disposti su di un piatto da portata molto grande.
Questo antipasto comprende : salame napoli, capicollo, pancetta , provolone fresco o caciocavallo (mozzarella di Bufala in alcune zone come nel Casertano).

Il casatiello
Clicca qui per la ricetta del casatiello.

Minestra maritata
Mezza gallina; 150 gr di prosciutto crudo; 500 gr di polpa di manzo; 150 gr di salsiccia secca piccante; qualche cotenna di prosciutto; carota; sedano; cipolla; prezzemolo; una piccola verza; 300 gr di scarola; 300 gr di borragine; 200 gr di cicoria; 300 gr di broccoli di Natale; sale.

Preparazione:
In una grande pentola mettere la gallina, il pezzo di carne, la salsiccia intera spellata, il prosciutto in un sol pezzo, le cotenne, carota, cipolla, sedano, prezzemolo e sale. Ricoprire d’acqua e far cuocere dolcemente come per il comune brodo. Lessare separatamente le varie verdure senza cuocerle troppo, scolarle e strizzarle in modo da eliminare tutta l’acqua possibile. Passare il brodo e immergervi le verdure cotte spezzettate, la salsiccia a fettine, il prosciutto, le cotenne, la carne e la gallina disossata, il tutto tagliato a pezzetti. Portare la minestra a bollore e lasciarla sobbollire per almeno due ore. La minestra dovrebbe riposare prima di essere consumata.

Agnello con piselli e cacio
1 kg. di agnello - 20 gr. di formaggio pecorino grattugiato - vino bianco secco - limone - sale e pepe - 600 gr. di piselli - 2 uova - olio di oliva

Preparazione:
Tagliare a pezzi l’agnello, lavarlo ed asciugarlo. Fare appassire nell’olio una cipolla tritata, mettere la carne e quando è colorita, salare, pepare e bagnare con vino bianco.
Lasciare assorbire il vino e far cuocere a fuoco basso mescolando spesso, eventualmente aggiungendo poca acqua calda.
Quando la carne è quasi cotta aggiungere i piselli sgranati e quando saranno teneri incorporare le uova battute con sale e pepe e il formaggio grattugiato.
Mescolare delicatamente e spruzzare con succo di mezzo limone, quindi spegnere il fuoco e servire.

Carciofi arrostiti
8 carciofi del tipo Schito - Prezzemolo - Aglio - Olio extravergine d’oliva - Sale e pepe

Pulire i carciofi, asportare gran parte del gambo del quale è opportuno lasciare uno stelo di 5 o 6 cm, sciacquarli abbondantemente asciugarli bene e sbatterli per allargarli leggermente. Salare internamente, aggiungere il prezzemolo e l’aglio tritati molto sottilmente, il pepe e poco olio. Disporre i carciofi conficcando il gambo nella brace dei carboni aggiungere di tanto in tanto un filo d’olio in ogni carciofo e ruotandoli di tanto in tanto. A fine cottura con il coltello si asporta la parte bruciaticcia e si servono in tavola.

La pastiera
Clicca qui per la ricetta della pastiera.

BUONA PASQUA A TUTTI!

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La vera pizza è napoletana!

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Come scritto negli articoli precedenti, a Napoli la cucina è veramente eccezionale, è prelibata e succulenta. Uno tra i piatti che tutto il mondo ci invidia e cerca, invanamente, di imitarci è sicuramente la PIZZA.

L’origine della pizza è sicuramente napoletana, anche se altre città ne rivendicano la paternità.

La pizza ha per base un impasto di acqua, farina di frumento e lievito, lavorato fino a ottenere una forma piatta, cotto al forno e variamente condito.

La pizza napoletana è una pizza tonda dalla pasta morbida e sottile ma dai bordi alti (cornicione). Tale cornicione è dovuto dall’aria, che durante la fase di manipolazione del panetto si sposta dal centro verso l’esterno. Preparata con un impasto simile a quello per produrre il pane (non è ammesso nessun tipo di grasso nell’impasto), nella più stretta tradizione prevede solo due varianti per quanto riguarda il condimento: pizza marinara, con pomodoro, aglio, origano e olio di Oliva; pizza margherita classica: con pomodoro, mozzarella di bufala campana DOP, basilico e olio d’oliva.

La storia della pizza

Le prime attestazioni scritte della parola “pizza” risalgono al latino volgare di Gaeta nel 997 e di Penne nel 1195 ed in seguito in quello di altre città italiane come Roma, L’Aquila, Pesaro, ecc. La pizza, che è una focaccia e quindi un pane, deriva evidentemente da prodotti analoghi diffusi sin dall’antichità nelle loro diverse varianti, più o meno appiattite, ai quali venivano aggiunti svariati tipi di condimenti (vedi anche la focaccia alla barese, la focaccia genovese e la pizza genovese) ma non il pomodoro, che solo verso la fine del XVI secolo cominciò a diffondersi in Europa ed in Italia, importato dal Sud America.

Vi sono notizie risalenti alla fine del ‘500 inizi del ‘600 di una pizza soffice denominata alla “mastunicola”, ossia preparata con basilico (strutto, formaggio, foglie di basilico e pepe).  In seguito si diffuse la pizza ai “cecinielli”, ossia preparata con minutaglia di pesce .

La prima vera unione tra la pasta ed il pomodoro (accolto all’inizio con diffidenza) avvenne a metà del ‘700 nel Regno di Napoli.

La pizza a Napoli fu popolarissima sia presso i napoletani più poveri e che presso i nobili, compresi i sovrani Borbone. Il successo della pizza conquistò anche i sovrani di Casa Savoia, tanto che proprio alla regina Margherita di Savoia nel 1889 il pizzaiolo Raffaele Esposito dedicò la “pizza Margherita” che rappresentava il nuovo vessillo tricolore con il bianco della mozzarella, il rosso del pomodoro ed il verde del basilico.

Quella che oggi è chiamata pizza Margherita era tuttavia già stata preparata prima della dedica alla regina Savoia. Francesco De Bouchard nel 1866 riporta la descrizione dei principali tipi di pizza, ossia quelli che oggi prendono nome di pizza marinara, pizza margherita e calzone:

 « Le pizze più ordinarie, dette coll’aglio e l’oglio, han per condimento l’olio, e sopra vi si sparge, oltre il sale, l’origano e spicchi d’aglio trinciati minutamente. Altre sono coperte di formaggio grattugiato e condite collo strutto, e allora vi si pone disopra qualche foglia di basilico. Alle prime spesso si aggiunge del pesce minuto; alle seconde delle sottili fette di muzzarella. Talora si fa uso di prosciutto affettato, di pomidoro, di arselle, ec. Talora ripiegando la pasta su se stessa se ne forma quel che chiamasi calzone. »

Bisogna tuttavia notare che già nel 1830, un certo “Riccio” nel libro Napoli, contorni e dintorni, aveva scritto di una pizza con pomodoro, mozzarella e basilico.

Lentamente la focaccia di origine popolare arricchita con pomodoro si diffuse in tutte le classi sociali ed in tutte le regioni italiane, e con essa anche i locali specializzati nella preparazione della pizza: dapprima probabilmente forni in cui la pizza si consumava in piedi per strada, poi in seguito trattorie e pizzerie.

Sino al principio del Novecento la pizza e le pizzerie rimangono un fenomeno prettamente napoletano, e gradualmente italiano, poi, sull’onda dell’emigrazione, iniziano a diffondersi all’estero ma soltanto dopo la Seconda guerra mondiale, adeguandosi ai gusti dei vari paesi, diventano un fenomeno mondiale.

Gli italiani emigrati hanno fatto conoscere, apprezzare e anche modificare la pizza nel mondo. Oggi ormai anche molti cuochi di differenti nazionalità sono diventati esperti pizzaioli per i quali esiste anche un campionato mondiale dove misurarsi.

Oggi il giro di affari legato alla pizza (pizzerie, consegne a domicilio, surgelati, catene di fast food) è molto rilevante nel mondo, al punto che alcuni abili imprenditori (come ad esempio l’americano Tom Monaghan fondatore della Domino’s Pizza) hanno costruito intorno alla pizza grandi fortune.

Fonte della storia by wikipedia

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Il Rione Sanità

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Il rione Sanità, con tutte le sue ricchezze storico/artistiche, potrebbe essere uno dei luoghi più ricchi del mondo. Esempi: Il Cimitero delle Fontanelle; gli Ipogei alla via Cristallini, i palazzi del Sanfelice e altri, le cavita greco romana, le catacombe di san Gaudioso e san Severo, Chiese, Basiliche, via Vergini a doppia Y, Totò, Maddalena Cerasuolo, Chiurazzi, etc.

Il rione Sanità ha una storia millenaria che si racconta solo assaporando, con prudenza, le sue strade. L’ingresso è quello nel largo Vergini, che si biforca a doppia Y con due palazzi che danno la punta. Su per il corso, il gigantesco mercato della frutta.

Impressionante è il Palazzo dello spagnolo, magnifica e arditissima costruzione del 1735. Il Sanfelice padroneggia i pieni e i vuoti, sbalorditive facciate e tortuose scale. Una danza di giardini, curve, ringhiere. Sembra uno di quei quadri di Escher che se li segui con il dito ti perdi, ma se ti perdi con lo sguardo è facile che qualcosa alla fine la trovi.
Da non crederci che è stato costruito per abitarci, ci si avvia attraverso un percorso misterioso, un labirinto dove la strada la crea la luce. Compare, scompare, illumina giusto quello che ci serve per vedere quello che l’artista vuole farci vedere. E che suggestione di colori! Palazzo Sanfelice appena ristrutturato brilla di un verde smeraldo su un tappeto bianco luminoso.

Nel 700 la Sanità era salubre di boschi e bellissime ville aristocratiche, percorsi resi confortevoli per il re che doveva raggiungere Capodimonte. Quando il giro sembrò troppo lungo si risolse con il ponte. Lasciando il quartiere senza ragione, come un’isola a cui mancano appigli. Contro ogni convinzione, che lo vorrebbe quartiere maledetto, la sanità ha una lunga memoria operosa, di artigiani e operai. I guantai più ricercati del mondo, che si contendevano il primato con Grenoble, e poi falegnami, calzolai, venditori ambulanti, imprenditori. Con tradizioni, culti e un concentrato di meraviglie da lasciare a bocca aperta. Ritorna l’anima napoletana nei suoi conflitti latenti, luce-buoi, vita morte e resurrezione: il Cimitero delle Fontanelle, le numerose Basiliche, i palazzi, gli ipogei, le cavità sotterranee, le catacombe e gli affreschi, via Cinesi, San Gennaro dei Poveri. Il fasto di Santa Maria la Sanità e l’interno simile alla bocca di una balena, quella di Giona, magari, per non essere blasfemi. In gola a quest’enorme fauce si custodisce l’altare della chiesa originaria, l’ingresso alle catacombe di San Gaudioso. Mentre un pilone finisce infilzato nell’ellittico chiostrino, lasciandolo lì compreso, al pari di una bellezza sfigurata.


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