Archive for the ‘Tradizioni’ Category
Il Consorzio Antiche Botteghe. Piazza Mercato.
Posted by: grandenapoli in Blog, Curiosità, Da non perdere, Tradizioni on luglio 20th, 2010

Il Consorzio Antiche Botteghe (www.anitchebotteghe.it) di Piazza Mercato è un ambizioso progetto che nel dicembre 2006 ha riunito gli imprenditori della storica zona commerciale del mercato a Napoli. Un quartiere che dall’inizio del secolo ha rappresentato il luogo degli scambi commerciali che coinvolgeva tutto il sud Italia e che oggi appare dimenticato ma sempre vitale e voglioso di ritornare ai vecchi fasti. Le aziende che fanno parte del Consorzio Antiche Botteghe sono tra le più antiche di Napoli. Ex artigiani, fabbricanti e commercianti tramandano di generazione in generazione la professionalità e le antiche competenze.
Tra i risultati raggiunti nel 2010 è importante segnalare la partecipazione di una delegazione di 8 aziende alla Fiera della Casa in uno stand che ha voluto ricreare la Piazza in uno dei padiglioni della Fiera. Tra i partecipanti aziende storiche come Federico Tolino (www.federicotolino.com) per i tendaggi e le passamanerie, Pellone Ricami (www.paginegialle.it/pellonericami) per la biancheria e Viesse Home per i corredi (www.viessehome.com).
Tendaggi Napoli
Tende Napoli
Passamanerie Napoli
www.federicotolino.com
Le tradizioni del Natale Napoletano
Posted by: grandenapoli in Curiosità, Da non perdere, Tradizioni, Turismo, Video on dicembre 25th, 2009

25: Natale!
Chi è che non si è soffermato almeno una volta davanti al panorama mozzafiato della nostra enigmatica città? Silenziosa ed irraggiungibile come una donna addormentata, ai piedi di quello che è il simbolo per eccellenza di Napoli, il Vesuvio. Eppure negli ultimi anni è apparsa tutt’altro che assopita, ricca di cultura, suoni e colori davvero unici, nonostante momenti critici e ordinari, infatti quello che ci lasciamo alle spalle è un anno in cui non sono mancate ventate di aria nuova, e ciò che ci auguriamo e che ci facciano compagnia anche per i prossimi 365 giorni…
Insomma il nostro è un popolo intelligente, caparbio ed orgoglioso e soprattutto fiero delle proprie tradizioni, che continuano a radicarsi attraverso un eterno passaparola nell’animo di ogni napoletano, dal nuovo arrivato, all’anziano che con commozione come si dice a Napoli “vede un altro Natale”.
E sono proprio le tradizioni a muovere i turisti, che ogni anno popolano la città sfidando la sua cattiva reputazione, pur di farsi travolgere almeno una volta dalla magica atmosfera di San Gregorio Armeno e il suo presepe, istantanea di una Luce speciale in arrivo nel mondo. E allora come poteva il cuore generoso dei napoletani non fare del presepe un inno alla creatività e all’inventiva degli artigiani di San Gregorio. Quest’anno poi si sono davvero superati, al fianco infatti di esempi di sublime bellezza artistica , ci si ferma divertiti a guardare Berlusconi con la testa fasciata, o a scrutare senza paparazzi, la coppia più gettonata del gossip Clooney- Canalis. Nonostante il traffico e la folla senza uguali, una camminata per i vicoli del centro a Natale non può mancare. Ma quello per cui finanziamenti e debiti non spaventano i più tradizionali, è una tavola trabordante di cibo“ per la Vigilia de lo Santo Natale ce vonne Vruoccoli zuffritti co l’alice salate, vermicielli co la mollica de pane e vongolelle, o pure zuffritti co l’alice salate, anguille fritte, ragoste vollute co la sauza de zuco de limone, e uoglio e pure na cassuola de calamarielli”. Allora ecco pesce acquistato durante “a nuttata”, che fanno le pescherie tra il 23 ed il 24 dicembre, e lì vongole, baccalà, capitone e cozze non hanno rivali, dolci tipici come Roccocò e Susamielli o come gli immancabili Struffoli, che anche se di ottima produzione, non riescono a superare quelli fatti dalle proprie nonne. E poi minestra maritata, gallina in brodo, insalata di rinforzo e ancora, ancora e ancora. E poi anche se la stanchezza comincia a farsi sentire ecco comparire sulle tavole ceci e fagioli per l’immancabile tombolata. Un panaro e 90 numeri vi catapultano in tradizioni popolari antichissime e attraverso i nomi associati ad ogni numero, anche scurrilli, ci si trova immersi in un clima tipicamente da vicolo, dove i numeri gridati da un femminiello, diventavano protagonisti di una storia intessuta fino all’ultima votata rò panariello. Insomma, c’è una memoria in cui il sacro e il profano si confondono, che si fa spazio in un momento propizio come il Natale, per travolgere la nostra stressante quotidianità senza chiedere permesso, per poter riscattare tutte quelle tradizioni che ci rendono un po’ più umani e vicini e che rendono onore ad un proverbio, che racchiude tutta la filosofia dei napoletani e che dice: Meglio murì sazio che campà djuno”!
Miriam Casale
Per tutti voi che non siete mai stati a Napoli a Natale, godetevi questo video…
Le catacombe di San Gennaro, un tesoro di fede e storia.
Posted by: grandenapoli in Blog, Da non perdere, Storia, Tradizioni, Turismo, Video on settembre 22nd, 2009

Le antiche aree cimiteriali devono il loro nome al fatto che vi furono custodite le reliquie del santo e le spoglie dei primi vescovi della città. Due le basiliche che compongono il primo livello.
Le catacombe di San Gennaro sono antiche aree cimiteriali sotterranee che risalgono al II secolo e rappresentano il più importante monumento del Cristianesimo a Napoli. Devono il loro nome al fatto che ne V secolo per volere dell’allora vescovi di Napoli, vi vennero trasferite le reliquie di San Gennaro. All’interno di queste catacombe si trovano le sepolture dei primi vescovi della città. La struttura consiste in due piani:il piano superiore è composto da due ambienti, una cupola decorata da affreschi e due basiliche, chiamate dei Vescovi e Basilica Maior; il piano inferiore era un antico sepolcro gentilizio dotato di un fonte battesimale risalente all’VIII secolo.
L’ingresso alle catacombe è collocato attualmente nei pressi della Chiesa dell’Incoronata a Capodimonte ed è dotato di una scala che conduce direttamente al livello del secondo piano; qui vi è visibile il più antico ritratto conosciuto del santo Gennaro, risalente al V secolo, che raffigura il martire tra una bambina e una donna e con il capo sormontato dalla scritta Sancto Martyri Januario. Nel successivo ambulacro ci sono due affreschi che raffigurano la Defunta Bitalia orante e i Ss. Pietro e Paolo, pur essi del V secolo, come pure allo stesso periodo sono databili gli altri due affreschi posti in uno dei cubicoli, San Paolo e il defunto Lorenzo e San Pietro con una figura reggente una corona. Superata un’area cimiteriale scavata nel tufo, i resto di una struttura basilicale del VI secolo recano residui delle raffigurazioni su di una volta a botte dei primi 14 vescovi napoletani. Nella cosiddetta Cripta dei Vescovi, vi sono dei pregevoli mosaici del V secolo con raffigurazioni di vescovi, uno di essi forse raffigura Quodtvultdeus, vescovo di Cartagine, cacciato dal re vandalo Genserico, giunto fortunosamente per mare a Napoli e sepolto nelle catacombe. Al piano inferiore si può entrare nella basilica ipogea di Sant’Agrippino, con un altare dietro il quale erano stipate in un’urna le reliquie del santo ed era posta la cattedra episcopale, mentre alle pareti sono presenti dipinti del IX secolo. L’ambiente forse più interessante di tutto il complesso catacombale è il vestibolo della catacomba inferiore, ottenuto sull’originario ipogeo gentilizio e di cui restano quattro interi sarcofagi scavati nel tufo; il soffitto è decorato con pitture di derivazione dallo stile pompeiano del II secolo mentre al centro dell’ambiente vi è il battistero del 762. Nel cosiddetto Cubicolo di San Gennaro dove fu deposto il santo patrono, presenta pareti a tre strati di intonaco sovrapposti, sul più recente dei quali sono raffigurati San Gennaro e San Procuro, diacono di Pozzuoli. Il sito, in Via Capodimonte 13, è aperto al pubblico e la visita, permessa a partire da due visitatori, è sempre guidata dal personale addetto.
Le catacombe si trovano a Napoli in via Capodimonte 13, tel. 081.7443714
Il miracolo di San Gennaro. Fede, mistero e tradizione.
Posted by: grandenapoli in Blog, Curiosità, Da non perdere, Storia, Tradizioni on settembre 21st, 2009

Il patrono protettore di Napoli è ormai un punto fermo nel panorama partenopeo. Il suo vero nome era Ianuario. Discendeva infatti dalla famiglia gentilizia Gens Januaria, sacra al bifronte dio Giano. Il nome Gennaro, che era in realtà il suo cognome, deriva dalla trasformazione napoletana di Ianuario. Il suo nome di battesimo, stando a fonti non ufficiali, fu Procolo.
Trovò il martirio per ordine del giudice anticristiano Dragonzio quando nella prima metà del III secolo, in piena persecuzione cristiana da parte di Diocleziano, San Gennaro vescovo di Benevento si recò a Pozzuoli per fare visita ai fedeli.
Il suo sangue oggi è custodito in due piccoli balsamari vitrei e di aspetto diverso databili ai primi decenni del IV secolo. Sono tre le date in cui si aspetta il ricorrente prodigio: la vigilia della prima domenica di maggio (prima translazione), il 16 dicembre (anniversario dell’eruzione vesuviana del 1631) e il 19 settembre (data del martirio). I tempi della liquefazione del sangue variano. L’attesa può durare qualche secondo, ore o giorni. Per i fedeli questo non conta, pregano perché ciò avvenga. Si sa, i napoletani sono superstiziosi e se il miracolo dovesse ritardare o non avvenire, credono porti male. Se si anticipa, invece, è festa. E come non dargli ragione se si torna indietro al 1980. In quell’anno, per i fedeli, il ritardo del miracolo annunciò il catastrofico terremoto del 23 novembre. Ma, tra fuoriprogramma e liquefazioni mancate, non sempre la reliquia più cara ai napoletani si comporta secondo attese. Il 17 dicembre 2006 infatti il Santo lasciò con un nulla di fatto la trepidante folla che attendeva la liquefazione di turno. Conclusa la messa, in quell’occasione, non si potè fare altro che riporre l’ampolla al suo posto tra la delusione dei fedeli che attendevano il tanto acclamato miracolo. Rispetto a questo caso, però, non ci sono ipotesi ufficiali sulle conseguenze. Andarono diversamente le cose nel maggio 2004 quando il miracolo si fece aspettare per un giorno. Nel febbraio 2005 invece il miracolo avvenne ben due mesi d’anticipo rispetto alla data prevista, che era la prima domenica di maggio. Probabilmente quella volta il Santo apprezzò la presenza di un folto gruppo di Comunione e Liberazione per la messa.
Il miracolo di San Gennaro ha le radici lontane. La prima notizia certa sulla liquefazione risale al 17 agosto 1389, per la festa dell’Assunta il partito filoavignonese indisse grandi festeggiamenti cittadini per accogliere un’ambasceria proveniente da Avignone, nel corso dei quali vi fu anche l’esposizione pubblica della reliquia del sangue di San Gennaro. La cronaca racconta che il sangue si era liquefatto come se fosse sgorgato quel giorno stesso dal corpo dando l’impressione che il miracolo stesse avvenendo per la prima volta. Da allora il culto si andò intensificando sempre più portandosi con sé credenze popolari e superstizioni. Ogni anno si aspetta il miracolo di San Gennaro e Napoli in pompa magna si prepara a festeggiarlo con fuochi d’artificio sparati appositamente per l’occasione.
19 settembre San Gennaro
Posted by: grandenapoli in Curiosità, Da non perdere, Personaggi, Tradizioni on settembre 17th, 2009

Nessuno tocchi San Gennaro ai napoletani.
Il popolo napoletano è molto legato al suo santo patrono, e alla sua festa del 19 settembre, dove Napoli cambia volto.
I napoletani se lo coccolano, lo consolano, San Gennaro è San Gennaro, vescovo e martire, venerato come santo dalla Chiesa cattolica.
Alla festa di San Gennaro la chiesa esplode, ricca di ori, opulenza e potere, il sacro tesoro, omaggio di popolo e di re, domina la cappella.
Conquistatori di ogni tempo sono passati a chiedere permesso e incoronazione, tremavano al suono del te Te Deum, perché non c’è porta che tenga, per arrivare al regno si passa solo da qua.
Il 19 settembre, anniversario della decapitazione, un vescovo in rosso muove la doppia ampolla dai rigonfiamenti disuguali, sguardi attenti aspettano che qualcosa prenda vita e cominci ad agitarsi.
Quel mezzobusto interamente dorato, prezioso quando quanto l’intero tesoro, effige miracolosa capace di arrevotare la città, che ora mormora, supplica, prega, non trova posto a capo chino attende lunghe ore sul sagrato d’ingresso.
Bisogna insistere, convincerlo, che sia con le buone o con le cattive, il miracolo lo deve fare.
L’ampolla rotea sotto la voce tonante di sua santità.
Il tabernacolo custodisce l’altro sangue e l’altro corpo, su quel tempio che fu del sole che illuminava Neapolis.
Il miracolo è sotto gli occhi, minaccia di peccato, fuoco d’Inferno che arde per l’eternità.
E quando finalmente il sangue liquefatto di San Gennaro si muove nei balsamari, si sventola il fazzoletto bianco, le campane suonano a festa, 21 colpi esplodono dal Castel Nuovo avvertendo che il miracolo è compiuto.
Napoli torna a respirare.
Sono trascorsi quasi tre secoli da quando Charles de Brosses, nel 1737, definì il miracolo di San Gennaro “Un graziosissimo capitolo di chimica” e ancora oggi, a chi indaga, seziona, studia a microscopio, ipotizza giochi di fusioni ( e confusioni ) operati da alchimisti capaci di aprire la materia, di rendere un corpo solido e farlo tornare liquida, nella città dei riti e degli incantesimi, lo sterminato popolo di fedeli sintetizza: “Gennà futtetenne” ( Gennaro fregatene ).
Cose da sapere
San Gennaro (Benevento 272 – Pozzuoli, 19 settembre 305), vescovo e martire, venerato come santo dalla Chiesa cattolica, è il Patrono principale di Napoli, nel cui Duomo sono custodite due ampolle contenenti sangue allo stato solido, che la tradizione attribuisce al santo e che si liquefà tre volte all’anno.
Le reliquie ed il sangue di San Gennaro sono custodite nella Reale Cappella del Tesoro di San Gennaro.
Il Tesoro di San Gennaro è composto da straordinari capolavori raccolti in sette secoli di donazioni di papi, re, imperatori, regnanti, uomini illustri, gente comune e facente parte di collezioni uniche e intatte grazie alla Deputazione della Cappella di San Gennaro, antica istituzione laica ancora esistente nata nel 1527 per un voto della città di Napoli. Oggi il tesoro è esposto nel Museo del Tesoro di San Gennaro.
I fuochisti napoletani
Posted by: grandenapoli in Curiosità, Tradizioni on settembre 3rd, 2009

L’incantatore di folle partiva dal golfo di Napoli per raggiungere gli angoli più sperduti della terra, accendeva una miccia e liberava nel cielo di notte le sue più straordinarie composizioni di colori. È dal XV secolo che le corti d’Europa chiamano questi antichi maestri d’arte a santificare feste, onorare dèi, celebrare uomini.
Si muovevano portando nelle valige i segreti del mestiere, conoscenze che non si confessano nemmeno di padre in figlio. Ogni fuochista è un chimico che si tormenta e si dispera per trovare la sfumatura perfetta al suo fuoco. Sulla tavolozza del pittore si mescolano canfora e polvere nera per dare vita alla fiamma bianca, polvere pirica e pepe greca per accendere i rossi, magnesio per la lucentezza e carbonato, nitrato o solfato di bario per le gradazioni del verde. Solfuro e cloruro di mercurio si combinano per il blu scintillante e il carbonato di sodio per il giallo.
Nel ventre della Sanità, sotto gli occhi attenti di Santa Barbara, il mastrofuoco assembla polveri pericolose, mettendo in conto di morire e portare con sé il segreti del suo talento. Le fabbriche esplodono, le miscele dilaniano vite e famiglie. Se esistono manuali per ogni arti, il mestiere del fuochista è l’unico ca s’arrobba. S’impara guardandolo fare, si rifà nel segreto di un secondo laboratorio parallelo. I fuochi si trovano tra i banchi di Porta Capuana, dove si mettono le bancarelle dei grandi acquisti, fino a Forcella, dove si incontrano i tronari, specializzati nei fuochi di rumore. In piazza del Carmine il 17 luglio si può vederli all’opera, nella notte in cui si incendia il campanile: un tripudio, un pianto di biancali a rievocare la battaglia della Goletta contro i Turchi. Un tizzone ardente alto 75 metri di fuoco si staglia contro il cielo nero; visibile a lunghissime distanze.
La piazza ha perso il suo mare, ma i pescatori non rinunciano alla loro protettrice. E quando sembra non ci sia più nulla da fare, quando tutto è oramai ingoiato da soffocanti ricami di fuoco, compare l’immagine della Bruna. La Madonna, in un quadro contornato da fiaccole multicolori, è issata con funi e carrucola fino alla cima del campanile. Nel fuoco si esorcizzano le paure della città: la peste, la rivolta, la fame…Lei arriva e si fermano le fiamme, il miracolo si compie tra le granate che illuminano a giorno il cielo e le grida e gli applausi di sollievo degli spettatori. Ma se è vero che la pioggia di colori, la scenografia di luci e incendi suggerisce le più commoventi sensazioni, è vero pure che è nella chiusura che si vede il vero maestro. Il genio del botto finale, quello che congeda e che commuove, quello a cui si resta grati perché capace di sommuovere anche l’ultimo respiro rimasto a riposo nelle nostre viscere.
Articolo tratto dal libro “101 cose da fare a Napoli almeno una volta nella vita”
Vesuvio in gara tra le 7 meraviglie
Posted by: grandenapoli in Curiosità, Tradizioni, Turismo on luglio 6th, 2009

Che lo si guardi dal golfo di Napoli o da uno dei sentieri che portano al cratere lo spettacolo è sempre tra i più belli: il Vesuvio non è solo un simbolo, ma anche un gioiello naturalistico e pezzo di storia e cultura della città. Adesso il vulcano è a un passo da un prestigioso riconoscimento. Il Vesuvio è infatti in semifinale nel concorso mondiale bandito dalla fondazione “New seven wonders”, con il patrocinio delle Nazioni Unite, per aggiungersi alla lista delle sette meraviglie naturali del mondo. Al momento il simbolo di Napoli è terzo nella categoria “montagne e vulcani” e per sostenere la sua candidatura il Comune di Ercolano ha istituito un apposito comitato promotore con tanto di sito internet.Nella home page di Il Vesuvio è infatti in semifinale nel concorso mondiale bandito dalla fondazione “New seven wonders”, con il patrocinio delle Nazioni Unite, per aggiungersi alla lista delle sette meraviglie naturali del mondo. Al momento ‘il simbolo di Napolì è terzo nella categoria “montagne e vulcani” e per sostenere la sua candidatura il Comune di Ercolano ha istituito un apposito comitato promotore con tanto di sito internet, www.vesuvio.napoli.com, dove c’è infatti il link diretto al sito del “New seven wonders” dove si può votare per il vulcano.
“Questo riconoscimento sarebbe la conferma ufficiale di un primato di cui il Vesuvio gode già da tempo - dice il direttore dell’Osservatorio vesuviano Marcello Martini - è il vulcano più famoso nella comunità scientifica, nel Seicento fu istituito il primo piano di emergenza al mondo e in epoca borbonica invece è nata la prima struttura di ricerca sull’attività dei vulcani al mondo».
«Una meraviglia a orologeria» così lo definisce lo scrittore napoletano Erri De Luca che al vulcano ha dedicato più di un racconto. Ricorda l’ultima eruzione nel 1944 che fu, racconta, «solo pirotecnica perchè non volle aggiungere altro disastro alla guerra». «Il Vesuvio non è mai stato un arredo perchè noi la bellezza l’abbiamo sempre pagata a caro prezzo. È l’incubo principale, il più sontuoso di questa città. È carico di potenza distruttiva eppure ogni napoletano saprebbe indicare dove si trova anche mentre dorme. Si trova a Oriente della città e per questo orienta i sonni e le veglie di tutti» conclude De Luca.
Per votare il Vesuvio andate al sito:
http://www.new7wonders.com/nature/en/vote_on_nominees/?firstselect=5:105
Articolo preso da ilmattino.it
I tortanelli della nonna
Posted by: grandenapoli in Cucina Napoletana, Tradizioni on maggio 1st, 2009

Ricordo ancora quando li faceva mia nonna, tutti i nipoti non vedevamo l’ora che veniva la domenica per mangiare questi squisiti dolci, i “tortanelli“.
Sono simili alle graffe, ma molto, molto più buoni e saporiti, vi consiglio di provarli è molto semplice e veloce farli.
Di questo dolce non conosco la storia, so solo che è stata tramandata da madre in figlia per generazioni fino ad arrivare a mia madre che ancora oggi li prepara con la stessa ricetta di una volta.
Ingredienti
3 patate
500 gr di farina
5 uova intere
1 cucchiaio di burro
1 panetto di lievito
Preparazione
Prima di tutto bisogna lessare le patate, poi schiacciarle con l’apposito schiaccia patate. Dopo di ché mischiare tutti gli ingrendienti amalgamando il tutto accuratamente. Una volta fatto questo, fare delle piccole palle grandi quanto una pallina da ping pong, o meglio ancora fare dei piccoli serpenti lunghi una decina di cm e fare delle lettere a forme di e. A questo punto mettere tutto a crescere sul tavolo cosparso di farina (per non farle attaccare) e coprire il tutto con un panno per un paio d’ore. Una volta che queste paste sono cresciute, mettere a riscaldare in una padella abbastanza alta dell’olio, ed una volta che questo è diventato bello caldo immergere accuratamente le paste facendole friggere per qualche minuto finché non si dorano. In fine una volta fritte, asciugarle per bene dall’olio e buttatele in un piatto pieno di zucchero in modo che si ricoprano.
Se lo desiderate potete anche imbottirle con un pò di nutella.
Buon appetito
Il banco lotto a Napoli
Posted by: grandenapoli in Blog, Curiosità, Storia, Tradizioni, Video on aprile 30th, 2009

Come ben si sa, Napoli è una città esoterica, ricca di superstizioni, magia e numeri.
Proprio per tutto questo, ha un forte legame con il gioco del lotto che si diffuse tardi rispetto ad altre città, solo nel 1682 e nonostante questo, Napoli è considerata la capitale del banco lotto.
Ogni occasione è buona per giocare due numeri,appena succede qualcosa di curioso e non, si sente sistematicamente qualcuno che dice: “facimm e nummr” e tutti corrono a giocare.
Cenni storici
Sulla genesi del lotto in Italia non ci sono elementi certi e molti sono i “progenitori” di questo gioco. Nel 1448 si ha notizia a Milano delle cosiddette “borse di ventura” che in sostanza possono ritenersi un primo abbozzo delle scommesse caratterizzanti il vero lotto. Di certo l’abitudine a scommettere si diffuse largamente in ogni angolo del Paese ed ogni avvenimento pubblico diede vita a grande attività di gioco, tanto che a Genova nel 1588 uno Statuto lo proibiva totalmente decretando che non si poteva far gioco sulla vita del Pontefice, dell’imperatore, dei re, dei cardinali, sulla riuscita degli eserciti, sull’esito delle guerre, sui matrimoni, sulle elezioni dei magistrati o dei dogi e addirittura sulla peste. Le prime notizie certe intorno al gioco del Lotto vengono fatte risalire al 1620: da quell’anno in poi, proprio a Genova, il lotto trova una precisa regolamentazione; del resto, nella città ligure un gioco simile al moderno lotto e basato sui numeri era già nato proprio in relazione alle scommesse che si facevano sull’elezione dei senatori della città. Negli altri Stati italiani e nello Stato Pontificio, invece, il gioco del lotto era osteggiato per motivazioni di ordine morale.
Nel 1728 il Papa Benedetto XIII arrivò addirittura a minacciare la scomunica per chiunque vi avesse partecipato, ma tre anni dopo il gioco fu riammesso dal suo successore Clemente XII e nel 1785 Pio VI ne decise la destinazione a favore delle opere pie. A Venezia il gioco del lotto compare per la prima volta - a quanto si sa - nel 1734 e si svolge sotto l’egida del Governo della Repubblica. Nel resto d’Italia, la liceità del gioco del lotto viene ammessa gradualmente e trova via via una regolamentazione ufficiale: considerati i notevoli introiti derivanti dalle giocate, le Autorità pubbliche pongono il gioco sotto il proprio monopolio.
Nel 1863 ormai il gioco del lotto è diffuso in tutta l’Italia e da quell’anno viene giocato su 6 differenti ruote (Firenze, Milano, Napoli, Palermo, Torino e Venezia) che arriveranno a 7 nel 1871, dopo l’annessione di Roma all’Italia e a 8 nel 1874 con l’introduzione della ruota di Bari. La struttura a 10 ruote viene inaugurata l’8 luglio 1939 con l’introduzione delle ruote di Cagliari e Genova; L’introduzione della ruota nazionale risale al 4 maggio 2005.
Cultura, Leggende e Fatalismo…
In campo letterario il gioco del lotto è stato aspramente condannato da molti scrittori per lo più di origine partenopea, specie dalla scrittrice e giornalista Matilde Serao (1856-1927), nata in Grecia ma di origini napoletane da parte di padre. Da grande osservatrice della cultura partenopea la Serao nel suo capolavoro Il paese di cuccagna (1891) esamina tutti i mali morali, sociali, economici e psicologici che il gioco del lotto ha apportato presso la società napoletana. Esso più che arricchire un povero uomo in beni materiali finisce col fargli perdere tutto ciò che possiede, poiché egli sfidando la propria sorte e sperando di essere sostenuto dalla Dea Bendata per una eventuale vincita punta tutti i suoi beni in assurde scommesse. La scrittrice dunque riprende il discorso già affrontato in una sua precedente opera Il ventre di Napoli (1884), dove dedica ben due capitoli al gioco del lotto e rivela che: “Il lotto è il largo sogno, che consola la fantasia napoletana: è l’idea fissa di quei cervelli infuocati; è la grande visione felice che appaga la gente oppressa; è la vasta allucinazione che si prende le anime. […] Il popolo napoletano, che è sobrio, non si corrompe per l’acquavite, non muore di delirium tremens; esso si corrompe e muore pel lotto. Il lotto è l’acquavite di Napoli.”
Il gioco del lotto di conseguenza va inteso come la “fabbrica dei sogni” per il popolo partenopeo e non, in momenti di difficoltà economica si ricorre spesso a questo gioco con la speranza che una bella vincita possa far cambiare in meglio la vita del giocatore. Diventa dunque un po’ il gioco del “paese dei balocchi”; il gioco associato alla speranza di una grossa vincita che permette di sognare e fantasticare l’impossibile… Specie ai tempi tristi e magri delle due Grandi Guerre mondiale, gli italiani all’epoca speravano maggiormente di arricchirsi coi numeri al lotto per poter così sfuggire da una cruda e meschina realtà, ricca di violenza e di dolore.
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TERNO SULLA RUOTA DI NAPOLI 17 - 57 - 67
Fonte dell’articolo wikipedia.it e portanapoli.com
Madonna dell’Arco
Posted by: grandenapoli in Curiosità, Da non perdere, Tradizioni, Turismo, Video on aprile 27th, 2009

La passione e la venerazione della Madonna dell’Arco sono note a me fin da quando, bambino, abitando a pochi chilometri dal Santuario, vedevo passare quasi tutte le domeniche di primavera quelli che chiamano “e vattient” battenti o fujenti.
Questi ultimi sono uomini,donne e bambini, vestono di bianco, con una fascia rossa e blu a tracolla e hanno vessilli e bandiere. Organizzano pellegrinaggi, di solito il lunedì dell’Angelo, che partendo dai vari luoghi dove hanno sede, portano dei simulacri a spalla abbastanza grandi da impiegare trenta, quaranta uomini e sempre tutti a piedi e a volta di corsa, percorrono molti chilometri per convergere al Santuario, molti sono a piedi nudi; lungo la strada si raccolgono offerte per il Santuario, cosa che fanno già da un paio di mesi prima, girando a gruppi con bandiere, banda musicale e vestiti devozionali per i rioni, quartieri e strade di città e paesi. Li sentivo quando passavano sotto casa mia, preceduti da grida che attiravano l’attenzione della gente, che dava loro offerte da portare alla Vergine. Una volta giunti in Chiesa, molti si trascinano sulle ginocchia e invocano commossi la grazia o ringraziano per una guarigione ricevuta.
L’inizio del culto è legato ad un episodio avvenuto verso la metà del XV secolo. Era un lunedì di Pasqua, il giorno della cosiddetta ‘Pasquetta’, cioè la famosa gita fuori porta di una volta e nei pressi di Pomigliano d’Arco, alcuni giovani stavano giocando in un campetto ad un gioco simile a quello che oggi noi chiamiamo bocce. Ai margini del campetto sorgeva un’edicola sulla quale era dipinta una immagine della Madonna con il Bambino Gesù, ma più propriamente era dipinta sotto un arco di acquedotto; da questi archi vengono i nomi di Madonna dell’Arco e Pomigliano d’Arco.
Nello svolgersi del gioco, la palla finiva contro un vecchio tiglio, i cui rami ricoprivano in parte il muro affrescato, il giocatore che aveva sbagliato il colpo, in pratica perse la gara; al colmo dell’ira il giovane riprese la palla e bestemmiando la scagliava violentemente contro l’immagine sacra, colpendola sulla guancia che prese a sanguinare.
La notizia del miracolo si diffuse nella zona, arrivando fino al conte di Sarno, un nobile del luogo, con il compito di ‘giustiziere’; dietro il furore del popolo, il conte imbastì un processo contro il giovane bestemmiatore, condannandolo all’impiccagione.
La sentenza fu subito eseguita e il giovane venne impiccato al tiglio vicino all’edicola, che però due ore dopo ancora con il corpo penzolante, rinsecchì sotto lo sguardo della folla sbigottita.
Questo episodio miracoloso suscitò il culto alla Madonna dell’Arco, che si sparse subito in tutta l’Italia Meridionale; folle di fedeli accorsero verso il luogo del prodigio, per cui fu necessario costruire con le offerte dei fedeli, una cappella per proteggere la sacra immagine dalle intemperie.
Un secolo dopo il 2 aprile 1589, avvenne un secondo episodio prodigioso, era anche questa volta un lunedì dopo Pasqua, ormai consacrato alla festa della Madonna dell’Arco e una donna certa Aurelia Del Prete, che dalla vicina S. Anastasia, si stava recando alla cappella per ringraziare la Madonna, sciogliendo così un voto fatto dal marito, guarito da una grave malattia agli occhi.
Mentre avanzava lentamente nella folla dei fedeli, le scappò di mano un porcellino che aveva acquistato alla fiera, nel cercare di prenderlo, sfuggente fra le gambe della gente, ebbe una reazione inconsulta, giunta davanti alla chiesetta, gettò a terra l’ex voto del marito, lo calpestò maledicendo la sacra immagine, chi l’aveva dipinta e chi la venerava.
La folla inorridì, il marito cercò invano di fermarla, minacciandole la caduta dei piedi, con i quali aveva profanato il voto alla Madonna; le sue parole furono profetiche, la sventurata cominciò ad avere dolori atroci ai piedi che si gonfiavano e annerivano a vista d’occhio.
Nella notte tra il 20 e 21 aprile 1590, notte di venerdì santo, ‘senza più dolore e senza una goccia di sangue’ si staccò di netto un piede e durante il giorno anche l’altro. I piedi furono esposti in una gabbietta di ferro e ancora oggi sono visibili nel Santuario, perché la grande risonanza dell’avvenimento, fece affluire una grande folla di pellegrini, devoti, curiosi, che volevano vederli; con loro arrivarono le offerte, si rese necessario costruire una grande chiesa.
Il 1° maggio 1593 fu posta la prima pietra dell’attuale Santuario e già dall’anno seguente subentrarono a gestirlo e lo sono tuttora, i padri Domenicani.
Il Santuario raccoglie nelle sue sale e sulle pareti, migliaia di ex voto d’argento,di ciocche di capelli e oggetti appartenuti a chi ha ricevuto una grazia, ricordiamo a tal proposito i guantoni appartenenti a Patrizio Oliva quando diventò campione del mondo. Ci sono inoltre migliaia di tavolette votive dipinte, rappresentanti i miracoli ricevuti dagli offerenti.
Il Santuario della Madonna dell’Arco è il secondo santuario più frequentato della Campania dopo quello di Pompei e addirittura il più antico.
Articolo scritto da Ciro Arno
