Archive for the ‘Arte’ Category
Fare il giro dell’obelisco di piazza del Gesù.
Posted by: grandenapoli in Arte, Curiosità, Da non perdere, Turismo on maggio 7th, 2010

Che questa piazza trasudi pensieri lo si sente già arrivandoci. Salendo da sotto, per via Calata Trinità Maggiore, ci si troverà davanti l’imponente obelisco dell’Immacolatella, appoggiato su uno sfondo di nero bugnato. Piccole punte di diamante che vengono fuori dalla facciata: una storia conosciuta e una storia nascosta, una raccontata sulle pagine dei libri, l’altra custodita sulla fronte di marmo del palazzo puntuto. Basta fissarla per qualche istante questa facciata del Gesù che Novello da San Lucano realizzò nel 1470, e come per magia lascerà emergere segni su segni, graffiti incomprensibili. Qualcuno racconta massoneria, qualcun altro dice essoterismo. Pare comunque che la città sia interamente tatuata di queste antiche rune. Qui è la sua anima indecifrabile e misterica, quella che affascina e tormenta fino a perdersi, quella bifronte che terrorizza e lascia senza fiato. A ogni lato illuminato ne corrisponde uno nero e la Madonna sull’obelisco a mezzo giro fatto diventa una figura di morte con falce e cappuccio, l’immagine s’imprime nella memoria.
Come un flusso sanguigno qualcosa di incomprensibile si muove tra questi vicoli. Troppo sangue che bolle, troppo ventre che rigurgita. Impossibile da ignorare. Memento mori, Napoli ne è piena: segni e simboli ricordano che la vita è caduca o solo che lontano da questa città il mondo muore? Il pieno e il vuoto, il dentro e il fuori, la contraddizione con cui è intessuto ogni nervo. Vorrebbe forse ricordarci che non esiste un Paradiso senza diavoli, che la legge della natura è uguale o contraria? Due forze che si equilibrano, o che alterne cedono l’un l’altra. Spaccanapoli è il respiro che manca altrove. Un po’ roco, scuro, che a tratti tossisce, ma che non perde mai il soffio vitale. Impresso sul retro delle diecimila lire dell’86, il bugnato ha fatto il giro d’Italia portandosi dietro la strana storia di maledizione legata ai Sanseverino. Pipernieri, alchimisti, tagliapietre napoletani con sapienze esoteriche, avrebbero per errore invertito le posizioni delle pietre cariandole di energia negativa e condannando la famiglia ad un tragico destino. Da Antonello, capo della congiura dei baroni, a quel Ferrante marito di Isabella, con la quale condivise una giovinezza colta e felice, allievi del Tasso e dell’Aretino, destinati a una fine infelice perché convinti oppositori dell’Inquisizione spagnola e per questo nemici del più noto dei vicerè spagnoli, Don Pedro da Toledo. E poco importa se le pietre da collocare si debbano comunque segnare i qualche modo e se le punte sono marmi e no piramidi capovolte: questa storia di mistero ben si lega a questa piazza e l’idea che il palazzo sia diventato nel 1584 una splendida chiesa barocca, con gesuiti tormentati, prima cacciati e poi rientrati, è solo un dettaglio in più. Tutto oltre questa facciata, come dice il Pontano, “altiera e rara” tanto che “difficilmente occhio vi giunge”.
Jovine - Il Mondo è Fuori
Posted by: grandenapoli in Arte, Canzoni Napoletane, Musica, Video on novembre 30th, 2009
Finalmente è uscito il nuovo album di Jovine, Il Mondo è Fuori.
“Il Mondo è Fuori”, album ” Reggae” condiviso con molti dei loro amici musicisti, da Zulu’ e JRM ( 99 Posse) in ” Tu chi sei?”, a Tony Esposito nel primo singolo ” Sto in Love” , “No Woman ” con Mr Cico, voce degli Aretuska, presente pure in ” Guarda la Paranza” insieme a due percussionisti d’eccezione alla voce, Ciccio Merolla e da Bahia Itaiata de Salsa e i due fratelli Reddog e BoomBuzz,voci dei FunkyPusherz e di Torreggae Sound, Miase voce di PignataroMassive su “1000 Se”, il duetto con uno dei più forti Rapper Italiani, direttamente da San Gaetano Speaker Cenzou ospite su ” Passann pe’lla’”, da Roma i CorVeleno su “Ideale”, e “Contrabbandieri Dammore” insieme a Don Skal e Jah Sazzah rispettivamente tastiere e batteria degli Aretuska.
1) Il Mondo è Fuori
2) Sto in Love feat. Tony Esposito
3) Tu chi sei? feat. Zulu’ e Jrm
4) Guarda ” La Paranza” feat. Cico, Reddog e BoomBuzz, Ciccio Merolla, Itaiata de Salsa
5) No Woman feat. Cico
6) Sient feat. Boom Buzz
7) Passann pe’lla’ feat. Speaker Cenzou….
1000 Se feat. Miase pignataro Massive
9) Freeyourself
10) Ideale feat. Cor Veleno
11) Prima di….
12) Com’è dolce questa Sera
13) Contrabbandieri Dammore feat Don Skal e Jah Sazzah( Aretuska)
Per acquistare on-line l’album, vai su www.jovineshop.it
E ora godiamoci il video…
Complesso monumentale San Lorenzo Maggiore
Posted by: grandenapoli in Arte, Da non perdere, Storia, Turismo on ottobre 12th, 2009

La nostra città stupisce sempre… girando per il centro storico, mi sono imbattuto nello spettacolare Complesso monumentale San Lorenzo Maggiore, sopra San Gregorio Armeno.
VISITE SPETTACOLO
Partiranno, da ottobre, le visite guidate al Complesso (aera archeologica e museo dell’opera). Assoluta novità di quest’anno saranno le visite spettacolo: attori in costume riproporranno scene e ambientazioni della antica città di Neapolis. Il Complesso ha così voluto sviluppare un’offerta culturale basata, anche, su fruizioni di tipo esperenziali. I visitatori saranno, quindi, accolti e guidati nell’antico mercato romano, rivivranno, grazie agli attori in costume, i colori, gli odori, i gesti, le pratiche e le tradizioni della Antica Roma.
MUSEO
Il Museo dell’Opera di San Lorenzo Maggiore allestito negli ambienti cinquecenteschi, si sviluppa intorno alla torre civica. Esso offre uno straordinario spaccato della storia di Napoli che abbraccia un arco temporale ampio 25 secoli, a partire dal periodo greco romano fino al ‘700/’800. Nel suo ordinamento scientifico e nel percorso della visita sono riflesse le stratificazioni storiche, presenti all’interno del Complesso. Il visitatore passa dalle testimonianze di epoca greca a quelle di epoca romana, repubblicana ed imperiale, dall’epoca-tardo antica a quella paleocristiana e poi bizantina, dall’alto medioevo e dalle civiltà Normanna e Sveva, a quella angioina e aragonese. Passando da un livello all’altro del museo, si risale idealmente nel tempo sino alle ultime sale che ospitano i pastori sette-ottocenteschi della prestigiosa collezione del convento. Una caratteristica peculiare, consiste nel fatto che le opere sono presentate nel contesto stesso di origine, allo scopo di favorire la corretta e completa comprensione di quanto esposto, ricomponendo fisicamente gli spazi in cui erano collocati e ricercando le stesse condizioni originarie di luce, le viste prospettiche e le finalità per cui erano state prodotte. Tale esigenza è tanto più avvertita quanto il contenitore museale è esso stesso uno spazio denso di storia.
SALE – Sala capitolare
Tra due quadrifore in tufo, attraverso un portale del XIV secolo, si accede ad un suggestivo ambiente con volte riccamente affrescate: è la sala Capitolare. Essa prende il nome dal Capitolo, ovvero una riunione di frati che qui si svolgeva, per conferire gli incarichi.
La sala capitolare è stata realizzata all’epoca della dominazione sveva (1234-1266). Le preziose decorazioni di questa sala sono attribuite a Luigi Rodriguez e furono realizzate nel 1608. esse raffigurano, con stile decorativo a grottesca, i frati dell’ordine dei Minori Conventuali che si sono distinti per particolari meriti religiosi e culturali. L’albero genealogico della gloria Francescano raffigura frati missionari e letterati oltre a coloro che sono divenuti cardinali, papi e santi.
SALA SISTO V
In fondo al chiostro, nell’angolo a destra, si può ammirare il chiostrino di epoca sveva, attraverso il quale si accede alla maestosa sala Sisto V, in passato sede del refettorio dei frati. Le volte sono interamente affrescate e creano un’atmosfera austera e intensa. Gli affreschi sono stati realizzati da Luigi Rodriguez e risalgono i primi anni del XVII secolo. Gli affreschi della volte rappresentano Le Sette Virtù Reali, circondate da Quattro Virtù Minori; ciò stava a significare che era meritevole di governare il regno solo chi faceva sue queste virtù. Più in basso vi sono affreschi che rappresentano le province del regno. La sala Sisto V nel 1442 divenne sede del Parlamento napoletano; essa fu teatro di eventi storici importantissimi, ne citeremo uno fra i tanti: Alfonso D’Aragona riconobbe qui il figlio Ferrante come proprio successore.
SCAVI
Il complesso archeologico oggi visitabile, risale all’età imperiale, mentre restano solo poche tracce riferibili al tempo della città greca. La visita comincia dal chiostro, al centro del quale si trova un pozzo sormontato dalla statua di San Lorenzo, di Cosimo Fanzago. Il chiostro fu ricostruito nel 1771, sull’area occupata da una struttura del XIV secolo. All’interno del chiostro che oggi visitiamo, sulla sinistra, possiamo osservare i resti di una tholos (struttura circolare) scendendo di circa 8 mt, il percorso archeologico sotterraneo si sviluppa su di una stradina (cardine), dove si possono osservare vari ambienti:
l’erario, dove vi era custodito il tesoro pubblico della città, dopo l’erario seguono nove botteghe di due ambienti ciascuno. In queste botteghe si possono osservare elementi delle attività commerciali ed artigianali svolte nel mercato, come ad esempio un forno, vasche per la tintura dei tessuti, ecc.
Alla fine del cardine, sulla destra, si giunge al criptoportico (mercato coperto), suddiviso in piccoli ambienti, ciascuno dei quali reca banconi in muratura, utilizzati per l’esposizione di merci. L’ultimo ambiente del portico comunica con un nuovo settore dell’area archeologica. Si entra in un grande ambiente a volta, in cui è visibile una movimentale opera idraulica risalente alla sistemazione tardo-ellenistica del mercato che serviva a incalanare il flusso delle acque in una situazione di forte pendenza. Accanto all’area della vasca si trova un complesso costituito da 3 grandi vani a volta comunicanti, con pavimento a mosaico ed una vasca-fontana, l’impluvium, nella stanza centrale. Nel raffinato complesso si può probabilmente riconoscere una schola, ossia un edificio destinato alle riunioni di associazioni religiose o commerciali. In tutto questo settore si osservano rifacimenti di paramenti murari di età tardo antica e medioevale.
Napoli Contemporanea raccontata dalla voce di Edoardo Bennato
Posted by: grandenapoli in Arte, Canzoni Napoletane, Musica, Personaggi, Video on settembre 23rd, 2009

Napoli, da sempre, è teatro e set cinematografico, ad ogni angolo, vicolo o piazza.
Fucina di talenti, metropoli che ha generato personaggi straordinari nel capo della musica, teatro e dell’arte in genere.
Artisti come Eduardo, Totò e Troisi non sarebbero mai stati così immensi se non fossero stati figli di questa terra partenopea, che è un po’ Sud America e un po’ New York, ma comunque unica la mondo.
Una città che ha ispirato e continua ad ispirare ogni giorno artisti di tutti i campi,basti pensare a grandi registi come Vittorio De Sica e Francesco Rosi, ai tanti musicisti che l’hanno raccontata ai poeti.
Questa città che si odia e si ama nello stesso tempo, è senz’altro la capitale del Sud e odereidire del mediterraneo e quindi è la più appropriata per rappresentarli.
Anche l’interland e la periferia hanno le loro peculiarità, le loro pulsioni e le loro prerogative, sia per quanto la bellezza naturale cia per le diverse espressioni di arte antica e contemporanea.
Ho provato a raccontare Napoli dal punto di vista della contemporaneità, della modernità e innovazione, dei fermenti d’arte. Per questo mi sono soffermato sui Musei come il MADRE, l’Hermann Nitsch, sul Plart, il primo museo della plastica che c’è in Italia, ma anche su lacune nuove stazioni dell’arte della metropolitana come quella di Giugliano, l’ultima ad essere stata inaugurata. Ho provato, insomma, a mostrare una Napoli diversa. Una Napoli da scoprire.
Articolo di Edoardo Bennato
“Le mani sulla pietà”
Posted by: grandenapoli in Arte, Blog, Curiosità on maggio 14th, 2009
Sinceramente le ho pensate tutte… sette sataniche, movimenti politici, proteste…
Era diventata quasi un’ossessione, nessuno mi sapeva dire cosa rappresentassero quei disegni e sopratutto di chi era opera, nessuno sapeva nulla. Poi grazie a facebook sono arrivato alla fonte ed ho contattato direttamente gli autori di queste “opere metropolitane”, che gentilmente mi hanno scritto una email che riporto qui di seguito.
Questi disegni rappresentano un moderno San Sebastiano. Non dimentichamo che questo santo, martirizzato sotto Diocleziano, viene raffigurato solitamente trafitto da frecce.
Cmq, tutto questo, suscita sempre reazioni molto contrastanti, si tende spesso a confondere quest’immagine con una derisione dei preti, con la volontà (da parte degli autori) di uccidere simbolicamente i preti. Ma non è la chiesa, nella sua ormai millenaria storia, che ci ha abituato ad immagini cruente di flagellazioni, decapitazioni, crocifissioni?
Quelle frecce conficcate nel corpo del martire le abbiamo conficcate noi certo, ma questo noi è collettivo, plurale, non riguarda solo gli autori materiali dell’opera. Un diniego poco innocente tende a far credere che non esistano più i martiri. Da quì un certo fastidio e dunque una rimozione forzata. Spesso psicologica, molte a volte anche fisica: ce lo hanno cancellato più di una volta nelle 24 ore dopo averlo realizzato. Una volta lo realizzammo con la scritta “dio c’era”. Quella scritta non è stata cancellata, bensì distrutta, graffiata con qualche attrezzo con tanta foga da lasciare un solco di tre centimetri nel muro.
Spesso questi disegni hanno delle scritte sotto, tipo “le mani sulla pietà“, che ricalca il titolo di un famoso e ancora tristemente attuale film di Francesco Rosi ma che ammicca a tematica a noi più contemporanee come il pacchetto sicurezza che, ad esempio, prevede che i medici che curano extracomunitari irregolari debbano poi denuncarli alle forze di polizia.
Concludendo, attribuire un senso unico ad un’opera è una violenza che tentiamo sempre di evitare. Insinuare il dubbio, lasciare ampi margini alle interpretazioni dei passanti-cittadini-fruitori dei nostri lavori è alla base di chi, come noi, ha deciso di lavorare nello spazio pubblico.
La Sibilla Cumana
Posted by: grandenapoli in Arte, Blog, Da non perdere, Turismo on aprile 17th, 2009

La città di Napoli è situata in posizione pressoché centrale sull’omonimo golfo, tra il Vesuvio e l’area vulcanica dei Campi Flegrei .Proprio nella parte più antica di quest’ultima si accede a Cuma, la prima colonia greca sulla terraferma in Italia. I suoi abitanti fondarono a loro volta alcune città sulla costa, tra cui Neapolis (470 a.C.).
Proprio a Cuma risiedeva una delle Sibille la quale svolgeva la sua attività oracolare nei pressi del Lago d’Averno, in una caverna conosciuta come “l’antro della Sibilla” ove la sacerdotessa, ispirata dalla divinità, trascriveva i suoi responsi su foglie di palma le quali, alla fine della predizione, erano mischiate dai venti provenienti dalle cento aperture dell’antro, rendendo i responsi “sibillini”e di difficile interpretazione. La sua importanza era nel mondo italico pari a quella del celebre oracolo di Apollo di Delfi in Grecia. La Sibilla risiedeva in una galleria rettilinea dalla forma trapezoidale, che ha perso l’ingresso originario.
Il lato esterno ha 6 grandi fenditure, grazie alle quali entra luce nella galleria. Nel lato orientale si apre una seconda galleria costituita da tre ambienti rettangolari collocati a forma di croce, costituenti altrettante cisterne. Queste sono rifornite da un canale nel quale, si dice, la Sibilla si lavasse e, dopo aver indossato una lunga veste, si recasse nella stanza più interna dell’antro: qui si trovava un trono sul quale si siedeva e dava i responsi.
Si dice che chi entrasse nell’antro della Sibilla e ci fosse rimasto un anno esatto, avrebbe potuto venire a conoscenza di tutti i suoi segreti, ma chi vi fosse rimasto anche un solo giorno di più nn ne sarebbe mai più uscito fino al giorno del giudizio Alla sua figura è anche legata una leggenda: «Apollo innamorato di lei le offrì qualsiasi cosa purché ella diventasse la sua sacerdotessa,ed essa gli chiese l’immortalità. Ma si dimenticò di chiedere la giovinezza e, quindi, invecchiò sempre più finché, addirittura, il corpo divenne piccolo e consumato come quello di una cicala. Così decisero di metterla in una gabbietta nel tempio di Apollo, finché il corpo non scomparve e rimase solo la voce. Apollo comunque le diede una possibilità: se lei fosse diventata completamente sua, egli le avrebbe dato la giovinezza. Però ella, per non rinunciare alla sua castità, decise di rifiutare».
La fama della Sibilla e del suo antro è legata a Virgilio, che ne parla nel VI libro dell’eneide. Enea si reca a Cuma dalla Sibilla, che gli rivela il suo futuro di capostipite della gloriosa civiltà romana. Per concludere direi che vale la pena recarsi dalla Sibilla per sapere se la nostra amata Napoli tornerà ai fasti di un tempo, forse nemmeno lei saprebbe darci una risposta!!
Nell’antichità greca e latina le Sibille erano vergini, giovani ma spesso pensate come decrepite, che svolgevano attività mantica in uno stato di trance. L’origine dell’appellativo è avvolto nel mistero né si sa con esattezza quante e quali fossero le Sibille.

La prima immagine di questo articolo è di Cerrini: Apollo e la Sibilla Cumana, Berlino, Gemäldegalerie
articolo di Ciro Arno
Raimondo de Sangro, principe di Sansevero.
Posted by: grandenapoli in Arte, Da non perdere on aprile 14th, 2009

Passeggiando tra i vicoli del centro storico di Napoli, non si può non visitare la Cappella di Sansevero, a pochi passi da Piazza San Domenico Maggiore, nell’area dove nel periodo romano viveva una colonia di mercanti provenienti da Alessandrini d’Egitto. In questo luogo mistero e leggenda si fondono per trasportarci nel fantastico mondo del principe Raimondo de Sangro.
Egli divenne principe all’età di sedici anni, dopo aver ereditato il titolo direttamente dal nonno Paolo, per rinuncia del padre che aveva indossato l’abito sacerdotale. Raimondo fu una mente eccelsa per la sua epoca: entrò a far parte della confraternita dei Rosacroce, che lo iniziò agli antichi riti alchemici. Il principe riempì così lo scantinato del suo palazzo con forni, provette e alambicchi. Di notte non era raro vedere strani fumi colorati o sentire odori particolari che provenivano dall’edificio. Da qui l’appellativo di “stregone” che gli attribuì il popolo napoletano.
Nel 1744, per volere dello stesso principe, la Cappella fu restaurata e abbellita con varie opere d’arte. Oggi è nota soprattutto per tre delle statue che la adornano, la cui esecuzione materiale resta ancora un misero. Due di esse, tra cui il notissimo “Cristo velato” opera dello scultore Sammartino, sembrano coperte da un velo trasparente di marmo che però è omogeneo con la statua sottostante, mentre la terza è coperta da una rete di marmo apparentemente posta successivamente ma anch’essa perfettamente omogenea con la statua. Una delle ipotesi, è che si tratti del risultato di un procedimento inventato dal principe per “marmorizzare” i tessuti. Tale procedimento, però, non è stato ancora messo alla prova e tutt’oggi non sembrano esserci spiegazioni convincenti.
Fra le tante invenzioni del principe vanno ricordati un “lume eterno” (si narra che egli lo realizzò triturando le ossa di un teschio che bruciava anche per ore senza che si consumasse) e le famose “macchie anatomiche”. Si tratta di due scheletri, uno maschile e uno femminile, ricoperti dai loro sistemi venoso e arterioso mummificati. L’apparato di vene, arterie e capillari appare pietrificato o meglio “metallizzato”, e ancora oggi ci si chiede come sia stato possibile conseguire tale risultato.
Secondo una delle teorie più accreditate, i due corpi sarebbero stati sottoposti ad un esperimento da parte del principe stesso con l’aiuto del celebre anatomista dell’epoca Giuseppe Salerno. Sorge spontaneo un dubbio: le cavie umane erano vive o morte al momento dell’esperimento? Un vecchio testo anonimo conferma che vennero “create” dal principe e da Salerno attraverso un processo di metallizzazione ottenuto introducendo in un’arteria dei cadaveri un liquido atto allo scopo. Ma, di contro, tutti gli studiosi che hanno analizzato questi reperti hanno sottolineato che per permettere alla sostanza di metallizzare l’apparato venoso e arterioso sarebbe stato necessario che la circolazione sanguigna fosse ancora funzionante. Se così fosse avvenuto, i corpi sarebbero stati ancora vivi al momento dell’iniezione. A tal proposito, la conferma si potrebbe trovare nel corpo della donna, che presenta un braccio alzato come a difendersi e un’espressione di puro terrore nel volto. La donna era incinta, e nella parte centrale del suo corpo si possono osservare anche tutte le vene del feto e quelle del cordone ombelicale. Nella bocca si possono riconoscere anche i vasi sanguigni della lingua. L’uomo, invece, è privo di esofago e il cuore risulta più grande del normale (forse a causa del procedimento alchemico). Non si conosce il tipo di sostanza, ma si presume che fosse di tipo mercuriale, che sia stata iniettata nell’aorta e che entrando nella circolazione attiva abbia fissato tutto il sistema prima che il cuore si fermasse.
Con la sua morte, avvenuta nel 1771, il principe portò nella tomba tantissimi segreti della sua arte. Le attività “inusuali” e la passione per l’alchimia di don Raimondo contribuirono non poco ad alimentare una serie di leggende sul suo conto. Egli così divenne una figura di primo piano nell’immaginario “magico” della cultura popolare napoletana.
E’ comunque accertato storicamente che egli fu massone: nel 1774 si iscrisse alla “Libera muratoria” e in pochi anni scalò la gerarchia dell’associazione segreta giungendo a diventare Gran Maestro di tutte le Logge napoletane. Iniziarono, in tal periodo, le invettive della Chiesa, dei Gesuiti in particolare, contro la Massoneria. Convinto che unico modo per difendere le Logge fosse il porle sotto un’alta protezione, il principe si avvicinò ancor più al re Carlo III di Borbone, di cui era consigliere, tentando di ottenere l’iscrizione (come peraltro già avvenuto in Prussia con Federico II), ma nel 1751 Papa Benedetto XIV scomunicò tutti gli appartenenti alla “Fratellanza” e ordinò lo scioglimento delle Logge. Sebbene a malincuore, Carlo III con un editto cancellò le Logge napoletane e bandì la Massoneria dal Regno. Convinto ancora che fosse l’unico modo per salvare i fratelli da più gravi conseguenze, Raimondo de Sangro abiurò e fornì al re l’elenco degli iscritti che vennero, però, solo redarguiti e non puniti.
Altre astruse leggende sul suo conto raccontano che avesse fato uccidere sette cardinali e che con le loro ossa e la loro pelle avesse fatto realizzare altrettante sedie; poi. Che avesse ucciso una donna che gli si negava, e un nano che la difendeva, “metallizzandone” i corpi; che riuscisse a riprodurre la liquefazione del sangue come avviene per quello di San Gennaro.
Appassionato anche di musica e canto, era solito girare per le campagne in cerca di ragazzi dalla voce adatta; li comprava dai genitori, li faceva castrare dal suo medico per rinchiuderli poi nel Conservatorio di Napoli dove venivano avviati alla professione canora.
Nell’Ottocento si diffuse la diceria che lo spirito senza testa di Raimondo si aggirasse per il centro storico di Napoli senza trovare pace e che in alcune notti di luna piena, per le strade che costeggiano la Cappella, si sentisse lo scalpitio dei cavalli della sua carrozza.
Museo Cappella Sansevero
Via F. De Sanctis 19/21
80134 - Napoli
www.museosansevero.it
Tel./Fax +39 081 5518470
Consigli per la Pasqua a Napoli
Posted by: grandenapoli in Arte, Comune di Napoli, Da non perdere, Turismo on aprile 10th, 2009

Per chi approfitterà di queste festività pasquali per rimanere a Napoli e per i turisti che si imbatteranno su questo sito, Grande Napoli consiglia 2 itinerari per scoprire o ritrovare la nostra stupenda città.
Napoli è anche una realtà complessa, un caleidoscopio di sensazioni ed emozioni che penetrano lo spirito e non possono che lasciare incantati i suoi visitatori. Non esiste una sola città, ve ne sono diverse, incastrate l’una nell’altra, realtà sovrapposte anche molto distanti ma legate da un invisibile filo comune. Partire alla scoperta di Napoli significa intraprendere un meraviglioso viaggio nell’animo umano e nelle sue infinite sfaccettature.
:: Neapolis primo itinerario
A sinistra del Palazzo Universitario c’è via Mezzocannone, al tempo un profondo canalone, fortificato su entrambi i lati. Qui all’altezza dell’attuale cinema Astra si trovano resti di alcune mura greche.
Ci siamo ora addentrati in Neapolis, dove è ben visibile l’influenza ateniese nell’impianto urbanistico: la città ha, infatti, una struttura regolare formata da tre principali percorsi longitudinali (plateiani in greco, decumani in latino) paralleli ed equidistanti e a loro volta intersecati da altre piccole strade chiamate cardines in latino (in greco stenopoi). Tuttora questi percorsi sono pieni di vita, non solo per la presenza della sede universitaria che brulica di studenti, ma anche per il susseguirsi di negozi e botteghe artigianali, che nel tempo hanno diversificato la loro originale offerta. In epoca greco romana chi faceva maggiori affari erano le tabernae vinarie, quelle argentarie e le unguentariae, rispettivamente botteghe del vino, piccole banche dove si concedevano prestiti ad usura e botteghe di profumi, dove si vendevano essenze e unguenti.
Il primo decumano che si incontra è quello inferiore che corrisponde a via Benedetto Croce/via S.Biagio dei Librai. Anche detto Spaccanapoli perché divide la città antica in due parti. La porta d’ingresso del lato occidentale era situata in prossimità di Piazza San Domenico Maggiore, denominata Porta Cumana per l’evidente direzione verso Cuma, mentre verso il lato orientale la strada termina con la porta Ercolanense, in seguito denominata Furcillensis, situata nell’attuale piazza Calenda, dove sono ancora visibili i resti dell’antica murazione che circondava il perimetro della “città nuova”.
A Piazza San Domenico Maggiore è possibile vedere all’interno del Palazzo Corigliano alcuni resti di strada romana, mentre più avanti si erge la statua del Nilo, nell’attuale Piazzetta Nilo. La scultura, che risale al secondo secolo a.c., testimonia il culto della divinità egiziana del Nilo in questa zona della città, sede di una colonia di mercanti alessandrini. Dopo la partenza degli egiziani la statua, privata della testa, fu interrata. Ritrovata nel quindicesimo secolo venne considerata dalle cronache locali una madre, anzi la città che allatta i figli, donde nasce il toponimo “Corpo di Napoli”, dato al largo dove tuttora è ubicata. Nel diciassettesimo secolo la scultura acefala venne completata con la testa di un uomo barbuto.
Lungo il corso del decumano e nelle strade adiacenti altri monumenti e pregevoli statue evidenziano gli insediamenti greco-romani. In Vico Figurari è collocata all’angolo di un palazzo una colonna di granito di fattura romana, uno dei tanti riutilizzi degli antichi monumenti per abbellire le costruzioni più moderne.
A poca distanza da piazzetta Nilo nella chiesa di S.S. Marcellino e Festo sono sistemati nel cortile alcuni resti architettonici di età imperiale. Sulle rampe omonime della chiesa, pochi metri più avanti, sono state individuate nuove cortine murarie in blocchi di tufo. Queste testimoniano l’antica fortificazione muraria della città che si estendeva giù in quella zona, correndo parallelamente intorno alla città e dividendola in quel punto dalla spiaggia e forse dal porto.
Tornando sul decumano inferiore, sul lato opposto di vico Figurari, si imbocca Via S. Gregorio Armeno, oggi famosa per le botteghe artigiane di pastori, fiori e presepi, notevolmente affollata durante il periodo natalizio quando gli artigiani espongono esternamente, su apposite “bancarelle”, la loro coloratissima merce. Quasi al termine della via, sulla destra, c’è la Chiesa di S. Lorenzo dove ci aspetta un percorso interessante tra i resti dell’antico mercato romano. Un pezzo di città antica che ci fa compiere un salto di 2500 anni, catapultandoci in un’epoca diversa, molto lontana nel tempo, ma, poi, non del tutto aliena. Nel quinto secolo d.c. l’intera zona fu sepolta da una colata di fango di origine poco chiara. Il disastro fu risolto livellando l’intera zona in modo da favorire la realizzazione di nuove costruzioni. Al diciottesimo secolo risale la costruzione della Chiesa e dell’annesso convento francescano.
L’attuale piazza S. Gaetano sorge sull’area dell’Agorà greca e, poi, del Foro romano di Neapolis. In una piccola insenatura della strada, a destra della chiesa di S. Paolo Maggiore, che ha integrato nella sua facciata due colonne corinzie dell’antico tempio dei due Dioscuri, Catore e Polluce, si scopre scolpita nel tufo la scritta di Napoli sotterranea. È la porta ad un altro affascinante cammino, un salto nel centro della terra, a molti metri sotto la superficie, ripercorrendo la zona degli antichi acquedotti napoletani che si estende tra condotte e cisterne per molto oltre la zona attualmente visitabile. Queste cavità, nel corso dei secoli, sono state adibite a diversi usi come, ad esempio, ricovero antiaereo, nel periodo della secondo guerra mondiale.
Di recente scoperta il teatro greco romano, anch’esso nel sottosuolo. É il secondo appuntamento della Napoli Sotterranea e vi si giunge attraverso il pittoresco ingresso in un basso (abitazione) in vico Cinque Santi. Siamo al centro del Decumano maggiore che percorre la zona centrale da Piazza Bellini, dov’è situata una delle porte d’ingresso della città, fino al Castel Capuano. Le testimonianze delle mura greche di Piazza Bellini dimostrano l’intenzione difensiva delle murazioni: queste furono realizzate nel quarto secolo a.c. con una doppia cortina di blocchi di tufo, posti ad una distanza di un metro e mezzo, per rafforzare il muro perimetrale originario, risalente ad un secolo prima (quinto secolo a.c.). La posizione più bassa rispetto all’attuale livello fa pensare ad una successione di eventi naturali ed artificiali che hanno modificato la conformazione del terreno, livellandolo.
Anticamente, invece, le mura correvano lungo il ciglio di un vallone che scendeva rapido a valle e costituiva, già di per sé, una difesa naturale. Sulle mura è possibile individuare alcuni segni, riferimenti che ogni ditta appaltatrice metteva sulle pietre di propria provenienza.
Dopo piazza Bellini si incontra il campanile della Pietrasanta, che ha integrato alla sua base antiche colonne, architravi, capitelli e persino un’iscrizione sepolcrale. Il rettilineo ha conservato solo in parte le sue dimensioni, anticamente era, infatti, più ampio in larghezza, circa 12 metri, rispetto ai 6 degli altri due decumani. Mentre non è mai morta la vivacità della presenza popolare e dei suoi commerci.
:: Neapolis secondo itinerario
A destra del Foro (piazza S.Gaetano), invece, si prosegue giungendo in via Duomo dove si susseguono i resti archeologici di una domus romana, conservati negli scantinati dell’Archivio del Banco di Napoli, testimonianza della probabile attività edile che si sviluppò intorno l’antica porta Campana che chiudeva il decumano Maggiore (collocata nel sito oggi occupato dagli uffici del Tribunale); le Terme di S. Carminiello ai Mannesi e gli scavi del Duomo.
La scoperta delle terme fu del tutto casuale, essa risale al diciannovesimo secolo ed avvenne durante lo sgombero delle macerie di un attacco aereo. L’iniziale disinteresse e conseguente abbandono durarono, invece, fino ai tardi anni 80, quando si ripresero gli scavi archeologici, riportando alla luce un complesso di costruzioni romane. Una domus romana del periodo repubblicano, un ambiente dedicato alla divinità Mitra, culto di origine persiana che trovò ampia diffusione tra gli ambienti militari e un complesso termale che si sovrappone agli ambienti appena descritti, sulla linea di ristrutturazione intrapresa in età imperiale, sul finire del primo secolo d.c.
L’area archeologica del Duomo si colloca nel sottosuolo della Cattedrale dove sono chiaramente visibili alcuni ambienti romani di età imperiale, resti di una strada d’epoca greca che separa questi scavi dalla zona d’epoca bizantina o tardo romana, con avanzi di pavimenti, basi di colonne, pozzi e una piccola abside, adornata con un pavimento a mosaico.
Proseguendo verso nord, su via Duomo s’incontra l’ultimo decumano, quello superiore. Questo, a destra, coincide con le attuali vie di Donnaregina e degli S.S. Apostoli, dove era ubicata la porta orientale denominata Porta Carbonara e poi Porta S. Sofia. A sinistra il decumano coincide, invece, con le attuali strade dell’Anticaglia e via Pisanelli. Qui i resti, soprattutto dei teatri, sono parzialmente visibili. Presenze significative si possono rintracciare all’interno di scantinati e cortili conventuali, rendendo non facile l’accesso ai turisti.
Se si svolta su una delle stradine a destra si giunge alla parte alta della città, l’Acropoli, corrispondente a largo S. Aniello a Caponapoli, dove sorgeva una collinetta molto più elevata dell’attuale e sulla quale la murazione, in parte visibile tuttora, proseguiva inerpicandosi.
L’acropoli era il luogo dove si concentravano i templi più importanti, dove si svolgevano i fondamentali riti religiosi, si veneravano le divinità e si svolgevano processioni e sacrifici. Le alte pareti della collina scendevano a picco verso la vallata, costituendo un baluardo di difesa naturale per ogni attacco che potesse provenire dall’entroterra campano.
Nell’attuale via Foria si estendeva un vallone dove confluivano le acque pluviali provenienti dalle vicine colline trovando, poi, sbocco sul mare. Nulla di preciso si sa riguardo il fiume Sebeto, ma di certo le sue acque e i fossati scavati isolavano e proteggevano l’acropoli.
Itinerari di comune.napoli.it
Tom e Jerry a Napoli
Posted by: grandenapoli in Arte, Blog, Curiosità, Video on aprile 8th, 2009

Bellissimo! Non sapevo che Tom e Jerry avessero fatto un episodio a Napoli!
Vi invito a vederlo è veramente fantastico, come è fantastica la città di Napoli trasformata in un cartone animato.
Napoli ha ispirato sempre fantasia e nuove creazioni artistiche, quindi non poteva mancare la creazione di un cartoon come quello di Tom e Jerry.
‘O Cuorpo ‘e Napule: la statua del Nilo
Posted by: grandenapoli in Arte, Comune di Napoli, Da non perdere, Storia, Turismo on aprile 6th, 2009

La storia partenopea è riccamente intessuta di vicende più o meno significative collegate alla presenza di forti comunità straniere, stabilitesi a Napoli per motivi economico-commerciali.
Nel quartiere che si sviluppa presso l’estremità occidentale della palteia inferiore di Neapolis, l’attuale Piazzetta Nilo, si stabilì, fin dalla prima età imperiale, una comunità di mercanti e marinai provenienti da Alessandria d’Egitto. Tale comunità, come confermato dalla topomastica medioevale, pose la sua residenza nell’area della città greca che a luogo fu poi ricordata come Regio Nilensis.
Ancora oggi il largo che si apre ad Oriente di piazza san Domenico maggiore prende il nome dal Nilo, fiume caro alle popolazioni in questione e divinità da esse venerata. Con la partenza dei mercanti, la divinità fluviale, rappresentata mediante una statua in marmo bianco, fu sepolta e dimenticata. La statua riemerse nel 500 a seguito della demolizione della vecchia sede del seggio, battezzato “del Nilo” per l’abbondanza d’acqua nel sottosuolo. Nel largo, denominato ed indicato fino a tutto il medioevo come Vico egli Alessandrini, fu collocata già nel XVII secolo la statua, definita anch’essa del Nilo. La divinità fluviale è raffigurata secondo la consueta immagine ellenistica del vecchio sdraiato ed appoggiato su una roccia dalla quale sgorga l’acqua; coperto da un mantello nella parte inferiore, il dio-fiume è attorniato da diversi putti e da una sfinge, a simboleggiare rispettivamente i rami del fiume ed il legame con l’Egitto. Inizialmente si pensava che tale corpo appartenesse ad una donna, che nell’immaginario collettivo rappresentava Napoli che allatta i suoi figli. Dagli scritti antichi emergono le chiacchierate tra la statua, denominata ‘O cuorpo ‘e Napule, ed il fiume Sebeto.
La statua del Nilo è un’opera romana, anche se risulta alterata dai diversi restauri. In particolare, la testa fu aggiunta solo nel 1657, quando la statua venne restaurata e collocata presso il sedile del Nilo. Il corpo era stato infatti trovato acefalo.
Il basamento su cui oggi è posizionata la statua risale al XVIII secolo, quando, durante il regno di Carlo di Borbone, fu nuovamente restaurata.
Fonte dell’articolo comune.napoli.it









