Il blog sulla grande città di Napoli – Novità e Curiosità

La nostra storia dei personaggi che hanno caratterizzato Napoli è cominciata con Diego Armando Maradona. Oggi la storia ci porta ad un altro grande personaggio che ci ha fatto ridere e divertire tantissime volte, Massimo Troisi.

Personaggio che ha fatto la storia del cinema italiano, con una semplicità ed una comicità unica.

Ricordo ancora il 4 giugno 1994, su Napoli si calò un velo di tristezza, era scomparso il grande attore Massimo Troisi.
Ancora oggi non passa minuto che qualcuno a Napoli non lo ricordi con una sua battuta o con uno dei suoi film: il postino, pensavo fosse amore invece era un calesse, il viaggio di capitan fracassa, che ora è, splendor, le vie del signore sono finite, hotel colonial, non ci resta che piangere, scusate il ritardo, no grazie il caffé mi rende nervoso, ricomincio da tre. (continua…)

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grandenapoli-scatole

Hai litigato con la tua ragazza e vuoi far pace? Vuoi fare una sorpresa alla mamma? Stupire ad una ricorrenza? A Napoli si può fare con un dolce risveglio, grazie all’invenzione di un napoletano, la colazione a domicilio con scatole personalizzate. Le forme sono tante: cuori, bauli, ovali, cartoon, libri, etc., e altrettante sono le scritte sopra: auguri, c’è posta per te, ti amo, io e te 3 metri sopra il cielo, si può scrivere ciò che si vuole, di tutti i colori.

A Napoli questa novità è di moda, basta entrare in un bar, scegliere la scatola, dare l’orario e l’indirizzo della cosegna e la sorpresa è fatta.

Queste fantastiche scatole sono in vendita su uno degli shop online più particolari mai visti arteinbox.it 

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Ci seppellivano i morti extra moenia. Soprattutto quelli della peste del 1656 e quelli del colera del 1865. Epidemie tragiche che decimarono la città e riempirono l’antica cava di tufo di resti anonimi, di corpi senza identità a cui dare sepoltura comune. Si pensava a salvare i vivi, e si abbandonarono i legami con i morti, perdendo il lutto privato della perdita.
Un bel respiro prima d’entrare, nel cimitero nascosto nel cuore della Sanità: qui si refriscano ll’anem ‘o Priatorio: quarantamila cape ‘è morte, teschi allineati e impilati, innumerevoli resti anonimicompressi sotto il piano di calpestio; ossa per almeno quattro metri di profondità.

Entrando ci si fa il segno della croce, si tocca un teschio, si aspetta come se dovesse arrivare una particolare energia. Le cave sono umide, le capuzzelle sudano acqua purificante, emanazione dell’Aldilà, si dice.
Qualcuna si fa riconoscere subito, qualcun’altra aspetta di venire in sogno. Cercano la pace che solo le preghiere di chi è in terra può dare. Anime pezzentelle, poverelle, ma non basta ancora, bisogna ripeterselo in mente finché non si sprigionatutta la pietà che tiene dentro: l’abbandono, la dimenticanza, quel senso disperato di misericordiosa partecipazione. L’adozione è umana oltre che religiosa, un rito di compassione.

Il rapporto della città di Napoli con la morte è un interrogartivo che sorge a ogni angolo. A Napoli la morte è l’altra faccia della vita: non si scaccia, ci si allea per averne vantaggio.
Le anime purganti sono il legame con l’aldilà, quelle che guidano e proteggono chi è ancora in vita.
Il silenzio, l’enormità degli spazi illuminati da una luce avvolgente, la litania delle preghiere: sembra di trovarsi protagonisti di una tragedia greca. Fasci di luce generati dalle poche fessure si stagliano in maniera magistrale sui corpi, sottolineando i pochi dettagli e lasciando in un tetro chiaroscuro tutto il resto.

Il ramo centrale di questa suggestiva cava è ben illuminato e mette in risalto l’altare delle tre croci, la statua di San Vincenzo e la picola cappella. Appaiono in ombra le ossa degli appestati e i banchi delle preghiere. Ai piedi di San Gaetano avanzi di due corpi e un pezzo di leggenza. Uno sposo scettico, una sposa sfortunata e un capitano che compare al banchetto e li fa morire tutti di paura.
Resti senza storia e senza nomi, tranne che per due, Filippo Carafa, conte di Cerreto dei duchi di Maddaloni, e di sua moglie, che la credenza popolare vuole soffocata per uno gnocco. Li si distingue facilmente, sono gli unici di cui resta l’intero scheletro, vestiti e deposti nelle bara.

 
Per informazioni:o
Osservatorio Turistico  081/2471123 oppure direttamente al sito allo 081/5490368

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Un pò di storia

Dalle colline oggi chiamate “Colli Aminei” partivano quattro impluvi i quali, incidendo il tufo, lo mettevano a nudo creando dei veri e propri valloni, attraverso cui trovava recapito la cosiddetta “Lava dei Vergini”, colate di fango e detriti provenienti dall’erosione della coltre piroclastica che ammanta le colline circostanti.

La “lava dei vergini” per millenni ha eroso il vallone delle Fontanelle e della Sanità, creando le condizioni ottimali per l’estrazione del tufo che le leggi del ’600, le prammatiche, vietavano di cavare “intra moenia” per cui lo si prelevava “extra moenia” proprio in questa zona. La stessa strada, Via Fontanelle, rappresenta il vecchio impluvio sulle sponde del quale sono dislocate numerose cave che, fino al secolo scorso, hanno fornito i materiali da costruzione per l’attività edilizia di tutta la città e che oggi sono adibite ad usi più disparati: deposito di ulive, vetrerie, lavorazione di cioccolata, marmi, garages, cantine.

A metà del XVI secolo, la lava provocò un’enorme voragine nella strada delle Fontanelle, per cui si ordinò ai “salmatari di riempire la stessa con sfabbricatura”; questa notizia ci fa capire che già a quel tempo le Fontanelle erano praticate dai salmatari. All’epoca i morti venivano interrati nelle chiese, dove però non c’era più posto per cui i salmatari, di notte, li disseppellivano e li scaricavano nelle vecchie cave abbandonate. A seguito dell’ennesima alluvione, dalle cave fuoriuscirono molte salme e si racconta che gli abitanti della Sanità non uscivano di casa per non riconoscere i propri morti. Fu ordinato, quindi, ai salmatari ricomporli nell’ultima cava.

L’origine di questo ossario, però, si fa risalire al XVI secolo quando la città fu flagellata da tre rivolte popolari, tre carestie tre terremoti, cinque eruzioni del Vesuvio e tre epidemie e, essendo il luogo isolato, fu qui che vennero raccolti i cadaveri delle vittime. Micidiale fu la pestilenza del 1656, per cui i muri che chiudevano le cave furono di nuovo abbattuti e le stesse cave, secondo alcuni, accolsero 250.000 cadaveri su una popolazione 400.000 abitanti e, secondo altri, addirittura 300.000. L’architetto Carlo Praus racconta che nel 1764, “epoca memoranda di una esterminatrice carestia”, il Cimitero delle Fontanelle fu destinato dal Comitato di Pubblica Sanità a seppellire le salme della bassa popolazione, che non trovavano posto nelle pubbliche sepolture delle chiese all’interno della Città. Ed ancora il Praus, a seguito dell’editto di Saint-Cloud del giugno 1804, presenta nel 1810 un progetto per la costruzione di un vasto camposanto mediante l’ampliamento dell’antica necropoli delle Fontanelle.

Nel 1837, per provvedimento del Consiglio Sanitario, in seguito all’invasione del “colera morbu”, furono portati in questo cimitero altre salme. Nello stesso anno, essendo stato ordinato di togliere gli ossami da tutti i cimiteri delle parrocchie e delle confraternite e di portarli nell’Ossario delle Fontanelle, un gran numero di carri, scortati da confratelli e guardie, trasportarono in queste grotte cataste di resti mortali. Il cimitero rimase abbandonato fino al 1872, quando il parroco della chiesa di Materdei, Don Gaetano Barbati, con l’aiuto di popolane mise in ordine le ossa nello stato in cui ancora oggi si vedono e tutte anonime, ad eccezione di due scheletri: quello di Filippo Carafa Conte di Cerreto dei Duchi di Maddaloni, morto il 17 luglio 1797 e di Donna Margherita Petrucci nata Azzoni morta il 5 ottobre 1795; entrambi riposano in bare protetti da vetri.

Il corpo di Donna Margherita è mummificato ed il teschio ha la bocca spalancata come di chi sta per vomitare, per cui si dice che la nobildonna sia morta strangolata da uno gnocco. Nell’ordinare le ossa furono messe nella navata retrostante la chiesa quelle provenienti dalle parrocchie e dalle congreghe, per cui essa fu detta “navata dei preti”; la centrale fu chiamata “navata degli appestati” perché in essa erano stati sotterrati questi morti. L’ultima è la “navata dei pezzentelli” perché qui furono accomodate le ossa della gente povera. Così il cimitero entrò nel costume cittadino. Oggi, è insieme un luogo di culto e di macabro fascino, in cui si concentrano anche molte leggende e racconti di miracoli

 

Gli anedotti

Il culto delle anime del Purgatorio · l’Anime Pezzentelle
Nel documento del canonico e archeologo Andrea De Jorio, vi è gia preciso riferimento alla trasformazione della cava a luogo di culto, (“….fu costruito un muro ed un altare…”) avvenuto verso la fine del 1700. Dalla metà del1800 circa, un gruppo di popolane del rione Sanità, denominate “e’ maste”, riordinò tutti i resti mortali ammassati disordinatamente all’interno della cavità nel corso delle varie epoche. Tutte le ossa furono disposte in una sorta di “pietas popolare” a ridosso delle pareti tufacee seguendo scemi e raggruppamenti ben precisi. Questa sistemazione è ricordata con una lapide all’esterno della chiesa di Maria S.S. del Carmine realizzata alla fine dell’800 e tende a ricordare tutti coloro che morirono in occasione delle pestilenza, in povertà o nelle carceri e classificati pertanto come resti mortali “anonimi”.

A guidare e coordinare i fedeli nella opera di sistemazione dei resti mortali è stato il canonico Gaetano Barbati, fondatore e promotore di un’Opera pia per il suffragio delle “anime in pena”. Nel marzo del 1872 il cimitero delle Fontanelle venne aperto al pubblico e le chiavi dal Municipio vennero consegnate al parroco di Materdei. Grazie a Barbati e al Cardinale Sisto Riario Sforza fu istituita un’Opera di suffragio ai defunti nel detto cimitero”…adibendo a chiesa provvisoria la prima cava, sgombrata all’uopo dagli ossami con gran concorso di popolo …”. Il 13 maggio 1877 fu celebrata nel cimitero una prima manifestazione religiosa alla presenza del Cardinale Sforza che prese parte anche alla processione che seguì il detto rito di pietà ed espiazione. 
 
Dal 1884, anno in cui fu terminato il riordino dei resti umani, la “pietas popolare” napoletana si è rivolta alle “ossa e crani anonimi” con devozione religiosa familiare, con un culto che spesso richiama arcaiche tradizioni di tipo pagano. Alle anime in pena si rivolgevano amorevoli cure e suffragi, garantendo loro il cosiddetto “refrisco”. Questo “refrigerio” sarebbe poi stato successivamente ricambiato con l’intercessione dell’anime in pena per la protezione del fedele nei momenti di bisogno. I napoletani, in un clima di venerazione e culto anonimo, iniziarono dunque ad esprimere la propria devozione verso un ideale diverso dalla santità.
 
La devozione spinta fino all’ “adozione” del teschio e la collocazione di immaginette votive e messaggi scritti all’interno dei reliquari esprimeva una forma di equilibrio tra il culto dei Santi e la devozione popolare delle anime del purgatorio. Il grande numero di urne devozionali site nel Cimitero delle Fontanelle rappresentano i ringraziamenti dei fedeli per le grazie ottenute con l’intercessione delle anime in pena. Le “Maste”, ossia le popolane-devote alle quali la tradizione locale aveva attribuito una particolare sensibilità per il culto delle anime purganti, hanno aiutato migliaia di fedeli nella ricerca delle anime particolarmente bisognose di cure e preghiere. All’interno del cimitero si snodavano le processioni religiose, e venivano recitate le caratteristiche “giaculatorie e litanie” per le anime in pena, tra le tante una:

Anime sante, anime purganti,
Io son sola e vuie siete tante
Andate avanti al mio Signore
e raccontateci tutti i miei dolori
Prima che s’oscura questa santa giornata
da Dio voglio essere consolata.
Pietoso mio Dio col sangue Tuo redento
a tutte le anime del Purgatorio salutammelle a tutti i momenti,
Eterno Riposo

 
Le leggende
 
In un ambiente cosi suggestivo e magico non potevano non nascere le varie personificazioni delle “anime pezzentelle”. Ecco dunque nascere la figura di Lucia, una giovinetta morta subito prima del matrimonio o, le presenze di uomini morti in guerra, principesse cavalieri. Talvolta poi, i teschi hanno una storia e un nome trasmessi attraverso racconti tramandatisi nel tempo; è il caso del “monaco” (o’ capa e Pascale) in grado di far conoscere i numeri vincenti al gioco del lotto, quella del “capitano”, figura di riferimento emblematica del cimitero delle fontanelle o quella di “donna Concetta” nota più propriamente come “a’ capa che suda”. Altro aspetto significativo è legato alle leggende sulle storie dei bambini in particolare quella di “Pasqualino”.

 
“Io ero ciò che tu sei; tu sarai ciò che io sono”
La Morte
 
Suggestiva è la pratica delle adozioni di alcuni teschi che, di solito, venivano messi in teche e venerati o per grazia ricevuta o per voto o per fede. Nacquero così numerose storielle, tra cui quelle già ricordate dei due teschi che sudano e quella del Capitano.
Questo teschio era stato adottato da una povera ragazza, ad esso ella rivolge tutte le sue cure e preghiere, supplicandolo perché le facesse trovare marito. Così avvenne e, prima di andare all’altare, la giovane volle ringraziare il teschio per la grazia ricevuta. Il giorno delle nozze tutti erano attirati dalla presenza in chiesa di uno strano tipo vestito da soldato spagnolo; questi, al passaggio degli sposi, sorrise alla ragazza e le fece l’occhiolino. Il marito, ingelosito, lo affrontò e lo colpì ad un occipite con un pugno.
Tornata dal viaggio di nozze, la giovane si recò subito al cimitero per ringraziare ancora il suo teschio e lo trovò con una delle orbite completamente nera. Si gridò al miracolo ed il teschio in questione fu indicato come il “Teschio del Capitano”.
In seguito gli furono attribuiti anche altri miracoli.

Alcuni messaggi rinvenuti nei teschi
Anima bella venitemi in sogno e fatemi sapere come vi chiamate.
Fatemi la grazia di farmi uscire la mia serie della cartella
Nazionale. Anima bella fatemi questa grazia, a buon rendere…

Napoli 3/4/1944
La famiglia dell’Aviere Lista Ciro trovandosi senza notizie di suo figlio da pochi
giorni dopo l’Armistizio e quindi sono otto mesi ed essendo devota di voi aspetta
con tanta fede da voi la bella grazia.

by www.comune.napoli.it

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La volta scorsa abbiamo scritto dei cosiddetti chiattilli, questa volta è il turno dell’altra Napoli, i pancabbestie. Generalmente si identificano come pancabestie le persone che frequentano il centro storico di Napoli, seduti tra Calata Trinità Maggiore, piazza San Domenico Maggiore e Piazza del Gesù Nuovo a scolarsi fiumi di birra Peroni a un euro.

Qualcuno li chiama, in modo più simpatico, gli alternativi.
Il loro look è caratterizzato da un miscuglio di stili diversi: scarpe da skater, pantaloni larghi, felpe enormi, piercing, tatuaggi, rasatura sui lati della testa e capelli lunghi dietro, a volte colorati o con dreadlocks adornati da perline, pezzi di ferro, bulloni, e fili colorati.

Comunque, il pancabbestia è più un preconcetto estetico che una reale categoria di persone. I punti che comunque li contraddistinguono sono comportamenti di avversione verso i costumi della società o comunque verso l’establishment, con motivazioni politiche (per esempio legate all’anarchismo).

Anche questa volta l’Arci Napoli, in una sua punata di Urrà TV, dedica una puntata agli alternativi di Napoli….

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Come per il principio della forza idrofobica, secondo cui l’acqua e l’olio non si mischiano, così ci sono due Napoli che di notte non si toccano.

In quest’articolo di grandenapoli.it, parliamo di una di quasta Napoli, quella dei così detti Chiattilli, che di solito si muove in giro per i baretti tra Chiaia e San Pasquale, gustando gli aperitivi di vicoletto Belledonne, piazza dei Martiri, vinerie e localini di ogni tipo, Tasca, Taschino, BeeBop, S’move, White, 69, Bluestone, Chandelier, Disconapoli e tanti altri localini, movida ogni notte.

Ci si concede solo qualche minuto prima di passare al locale successivo. Un cocktail, qualcosa da bere, l’allure molto formale, in camicia inamidata.
La zona dei chiattilli, i figli di papà con quel nome cattivo che ricorda delle zecche vampire ha, a sua volta, un problema di osmosi. Quelli con l’araldica nel curriculum si distinguono tra vomeresi, posillipini e tutto il resto che vive tra via Caracciolo e via dei Mille. Guai a mischiarli.

Il chiattillo ha anche una sua storia, le prime tracce documentate del chiattillo risalgono ai primi anni ‘60 in un insediamento insulare chiamato “Capri”, dove gli studiosi hanno trovato tracce di una corrente che si pensa si chiamasse  “la bella vita”.

L’Arci Napoli, in una puntata della sua trasmissione televisiva URRA’ TV, ha riservato anche una puntata ai chiattilli, vi consiglio di guardarla, è davvero simpatica.

 
Il chiattilli si riuniscono tra di loro svariate volte alla settimana, per riuscire a portare avanti la specie e per stabilire le linee guida della tribù chiattilla, in questi incontri inoltre il chiattillo cerca una compagna per riprodursi… Le femmine chiattille sono solitamente chiamate con l’appellativo di “perete”.

Per preservare gli esemplari femminili da eventuali contatti con altre specie il chiattillo solitamente organizza questi incontri in alcune riserve particolari dove si sincera non possa entrare nessun “predatore” esterno, questi incontri di solito vengono chiamati “serate”. In queste serate si può notare come il chiattillo abbia una gerarchia precisa distinta in tre ruoli: abbiamo gli alti prelati che devono obbligatoriamente presenziare a questi incontri per portare avanti la parola del dio denaro e del dio notorietà, poi abbiamo una casta elitaria di chiattilli che possono accedere a particolari vantaggi, questa casta di solito viene eletta dagli alti prelati, e poi abbiamo la casta più bassa che sono i chiattilli base, questi chiattilli vanno alle serate per cercare di farsi notare dagli alti prelati o dalla casta nobiliare e poter cosi accedere al “registro“, il registro di cui si hanno numerose testimonianze è una sorta di pergamena dove vengono segnati i nomi dei chiattilli più meritevoli che potrebbero cosi aspirare a diventare alti prelati ed entrare a fare parte della casta nobiliare, in questo registro ne entrano a far parte di diritto gli alti prelati e la casta nobiliare, per i soggetti che ne entrano a far parte ci sono particolari vantaggi economici e religiosi, in quanto i chiattilli ritengono che entrare nel registro noto anche col nome di “lista omaggi” (anche se l’etimologia di questa parola è controversa) li avvicini al dio notorietà. Si pensa che a redigere questa lista omaggi siano dei particolari chiattilli chiamati presso la tribù ”P. R.“ anche se non si conosce il significato esatto di questa parola ne si sa come un chiattillo possa arrivare al rango di P. R.

Stavo per dimenticare il dopo baretto del chiattillo…. discoteca o club, come: la mela, la scalinatella, il matì , miles, e qualcun’altro che ora non mi viene.

Cmq per chi non l’avesse mai fatto consiglio di fare un bel giretto per un aperitivo nella zona di Chiaia o il venerdì sera o il sabato tardo pomeriggio. ;-)

 

Info by faciaruli.it

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Da oggi in poi incominciamo a scrivere anche qualcosa sui personaggi che hanno caratterizzato e dato una forte impronta della città di Napoli, ed il primo che mi viene in mente, giusto così su 2 piedi è Diego Armando Maradona.

Se c’è un calciatore che è il simbolo del Napoli, questo è senz’altro Diego Armando Maradona, il più grande calciatore di tutti i tempi! Già dal suo arrivo a Napoli tutti iniziarono ad amarlo come se fosse un figlio, poiché era in grado di dare a Napoli e al Napoli una fama internazionale, guidando la squadra nell’élite del calcio mondiale.

Per i napoletani Maradona è un vero santo, tant’è vero che gli hanno eretto un piccolo santuario a piazzetta Nilo, se venite a Napoli non lo perdete. 

(continua…)

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C’è una lunga discussione che va avanti dalla fine dell’Ottocento tra le statue del Palazzo Reale di Napoli.
Carlo V d’Asburgo, indicando una pozza d’acqua a terra esclamò: chi a fatto pipi qui a terra?. Carlo III di Borbone risponde: “Io non ne so niente“, mentre Gioacchino Murat ribatte: “sono stato io, e allora?”. A questo punto, l’intervento di Vittorio Emanuele II è il più drastico, sguaina la spada e urla: “ora te lo taglio (eviriamolo)”.

Queste straordinarie statue, ormai hanno un ruolo importante nella città di Napoli, sono opere che vivono in città, con la città. Si trovano a Piazza del Plebiscito, dove spesso si possono ammirare anche piccoli scugnizzi giocare a pallone, in fondo anche la storiella sottolinea l’aspetto umano dei regnanti eliminando ogni alone di sovrana regalità.

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Nel 1836 venne firmata la convenzione con cui si concedeva all’ingegner Armando Giuseppe Bayard de la Vingtrie, la concessione per la costruzione in quattro anni di una linea ferroviaria da Napoli a Nocera Inferiore con un ramo per Castellammare che si sarebbe staccato all’altezza di Torre Annunziata. L’anno seguente venne costituita a Parigi una Società per la costruzione e la gestione della ferrovia. Alle ore 10 del 3 ottobre del 1839, alla presenza del re Ferdinando e delle più alte cariche dello Stato vi fu la partenza del primo treno composto da una locomotiva a vapore di costruzione inglese Longridge e da otto vagoni. Il percorso venne compiuto in nove minuti e mezzo tra ali di gente stupita e festante. La locomotiva che trainava il treno era stata battezzata “Vesuvio”.

Il primo viaggio trasportò 258 passeggeri. Nei successivi quaranta giorni ben 85759 passeggeri usufruirono della ferrovia. Il pittore di corte Salvatore Fergola immortalò gli avvenimenti nei suoi celebri dipinti.

 Inaugurazione della Ferrovia Napoli-PorticiNonostante la costruzione del primo tratto fosse avvenuta con intenti del tutto propagandistici, da parte della corte borbonica, ci si rese ben presto conto dell’utilità e dell’importanza economica del nuovo mezzo di trasporto ferroviario per cui venne proseguita la costruzione già progettata e studiato l’ampliamento del progetto. Il 1 agosto 1842 veniva infatti inaugurato il tronco successivo fino a Castellammare e due anni dopo, nel 1844, la diramazione per Pompei, Angri, Pagani e Nocera Inferiore. (continua…)

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Siamo nei Quartieri Spagnoli di Napoli, Vico Tre Re a Toledo, qui si chiama la casa della “Santarella”, Maria Francesca delle Cinque Piaghe di Gesù, la vergine delle stigmate, nata il 25 marzo 1715, a cui si rivolgono le donne sterili e quelle che abbisognano di un aiuto per la gravidanza.

E’ l’unica santa napoletana canonizzata e proprio a lei è dedicato questo piccolissimo santuario, Nella casa al piano di sopra, si custodisce la sua sedia, considerata miracolosa.
Ella ricevette le STIGMATE, e, di venerdì, specialmente nei venerdì di Quaresima, sentiva nel suo corpo i dolori della Passione. Per tutto il corso della sua vita, la santa soffrì molto a causa di malattie, ed alla sofferenza fisica si sommò il dolore psicologico provocato dalle persecuzioni di suo padre, delle sorelle e di altre persone. Perfino i suoi confessori, per mettere alla prova la sua santità, la tormentarono con la severità dei loro ordini. Oltre a queste sofferenze fisiche e mentali, ella si autoimpose penitenze volontarie.

Fuori da santuario, qualche volta, di mattina, la fila è lunga, sopratutto di donne. La notizia dei suoi prodigi ha superato i confini nazionali: qualcuna tiene tra le braccia il figlio del miracolo, tutti con lo stesso nome; altre aspettano il turno per sedersi qualche minuto sulla sedia e chiedere la grazie. Non dura molto, ci si siede per qualche istante, una donna racconta una storia, fa una preghiera, benedice con l’immagine santa. Si dice che confluiscono al corpo tutte le speranze. La scienza si ferma: notizie di gravidanze in casi impossibili ci sono, e e sono riconosciute.

La piccola chiesa è aperta tutti i giorni dalle ore 7 alle ore 12.15. La Casa di Santa Maria Francesca può essere visitata dalle ore 8 alle 12 (le visite vengono sospese durante le celebrazioni Eucaristiche), ogni 6 del mese anche dalle ore 16.30 alle ore 19.00.

La casa della “Santarella”
Maria Francesca delle Cinque Piaghe di Gesù
Vico Tre Re a Toledo 13
Quartieri Spagnoli Napoli
Tel. 081-425011


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