Il blog sulla grande città di Napoli – Novità e Curiosità

L’acqua di Napoli ha un qualcosa di magico, oltre a venire più buono il caffè e la pizza vengono anche meglio le statue di ghiaccio. E’ l’unico al mondo e nasce in una città calda come Napoli.

Rigorosamente acqua di Serino: “Schietta fresca, spumante acqua di Serino, vanto di Napoli, salvazione di Napoli, lavacro interiore, lavacro esteriore” ne diceva Matilde Serao e ne dice probabilmente anche Achille Mazzella, Presidente dell’AISG,  associazione scultori di ghiaccio, a capo di un team di artisti internazionale che ha inaugurato a Napoli il primo Ice Art gallery del mondo.

Bisogna coprirsi per bene prima di scendere a meno sette gradi in via Denza 6, un vicolo del corso Umberto. 120 metri quadri, 80 tonnellate di maestose opere d’arte illuminate da un’avvolgente luce blu, di quella che rifrange i riflessi dell’acqua creando uno spettacolo emozionante, nonostante il cuore algido del museo.

La visita dura venti minuti, promenade attraverso un igloo tecnologico, a contemplare le meraviglie di un’arte antica nata in Russia, che ha fatto lentamente il giro del mondo con gare e competizioni, diventando nel 2006 disciplina ufficiale alle Olimpiadi Invernali di Torino: quaranta scultori in rappresentanza di ventiquattro nazioni. Il laboratorio è dinamico, si rinnova ogni stagione, cambiando continuamente il tema delle esposizioni.

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It’s happening in Naples.
Ho girato diverse città, sia Europee che Mondiali, e dico con tutta onestà che la Metropolitana di Napoli è una delle più belle e interessanti mai viste. Questo anche perché è stato promosso il progetto Stazioni dell’Arte, ossia rendere le stazioni dei luoghi d’arte, abbellite con sculture, mosaici e pannelli decorativi.

Con la costruzione della Metropolitana gli spazi si sono mescolati e, come accade spesso in questa città, il sotto mangia il sopra e il sopra cita il sotto. Dalla stazione Dante, ci si congeda con un po’ di nostalgia: Port’Alba, la confusione della Piazza, il caffè Mexico e il sommo poeta che ha sempre qualcosa di interessante da suggerire. Eppure se si sta ad ascoltarlo, il dialogo continua anche sotto sui  binari, mentre una veloce scala mobile si conduce ai treni. Un pezzo di “convivio”, una citazione in neon lampeggiante e colorata, è il corpo di Queste cose visibili di Joseph Kosuth. Pietra etnea a lastre e cubetti, Gae Aulenti cita Vanvitelli, rispettandone l’architettura settecentesca.

Comodamente trasportati da modernissimi tapis roulant e scale mobili, è possibile ammirare luce-grigio e frammenti di autoritratto anonimo di Carlo Alfano, seguire con lo sguardo la parete del piano inferiore occupata, per la sua intera lunghezza, da senza titolo di Jannis Kounellis: una grande pennellatura di acciaio sulla quale sono fissate putrelle, simili a binari, che bloccano diverse paia di scarpe maschili e femminili, locomotive di trenini giocattolo, un soprabito e un cappello. Più avanti, due versioni di intermediterraneo di Michelangelo Pistoletto, un’opera specchiante in cui è tracciato il profilo del bacino del Mediterraneo, e nell’universo senza bombe, regno dei fiori di Nicola De Maria, si viene rapiti da una moltitudine di piccole forme geometriche e sette coloratissimi ovoidi (tanto simili a palloncini), grossi e sporgenti, in un lungo mosaico che dal pavimento sale fino al soffitto.

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Proprio come un vero ospedale, c’è chi aspetta il proprio turno, c’è una sala operatoria con una vecchia macchina per cucire e tutti i ferri del mestiere, forbici, uncini, aghi e spaghi vari.
Ma i pazienti non sono umani, ma bambole e  orsacchiotti di pezza e di plastica di tutti i generi e di tutte le età.
Stiamo parlando dell’Ospedale delle Bambole che si trova nel cuore di Napoli, in via San Biagio dei Librai 81, dal 1800.

Non è un museo, nonostante a visitarlo si trovino piccole damine ben vestite, bambolotti, bambole di porcellana, di panno, di celluloide, di carta e altri giocattoli antichi. Del resto non è neppure un negozio di antiquariato, perché troppo ricco di vita, dove esperti artigiani ricoverano ancora oggi giocattoli malati.

La sua storia sarà cominciata probabilmente con una balia maldestra a cui a fine Ottocento è scappata di mano una bambola. La donna con molta probabilità sarà passata in Via San Biagio dei Librai e si sarà fermata davanti alla bottega di Luigi Grasso, uno scenografo teatrale intento a realizzare l’allestimento del successivo spettacolo. Avrà visto l’artigiano concentrato a sistemare i dettagli delle sue scenografie speciali: marionette, burattini, pupazzi rivestiti o aggiustati, quando finivano ammaccati da qualche attore imbranato. La nostra balia avrà pensato allora di poter evitare una ramanzina, visto che le bambole sono molto simili ai pupi. Da allora il lavoro del piccolo ospedale non si è mai fermato, ha superato le generazioni, riparandone i giochi d’infanzia. Il maestro Grasso finiva infatti con il trovarsi in bottega pezzi di ricambi, bambole di ogni tipo e specie prodotte al mondo. Arrivavano al suo laboratorio richieste da tutta Europa: adulti legati a ricordi dell’infanzia, ma anche collezionisti alla ricerca di un affidabile artigiano.

Passeggiare per la piccolissima bottega al civico 81 non è il viaggio di un’introspezione nostalgica ma una piacevole promenade attraverso un arte  originale. Lontana dall’idea diffusa della casa di bambola (museo didattico e storico), questa piccola bottega è piuttosto un caotico piccolo ristoro, uno spazio dove si presta soccorso ai giocattoli, dove si può restare a guardare i medici all’opera. I pezzi raccolti sono stati messi insieme nel tempo, piccole adozioni dove prevalgono certamente i personaggi del teatro, antico amore di don Luigi, ma anche pastori del presepe settecentesco napoletano e Pulcinella in tutti i materiali possibili. Il piccolo Dolls Hospital è un laboratorio aperto tutto l’anno, dove Luigi, nipote del fondatore, e Tiziana, la figlia, riparano braccia e gambe rotte delle bambole di tutto il mondo, ne rinnovano gli abiti, ne oliano gli ingranaggi.

www.ospedaledellebambole.it

Via San Biagio dei Librai, 81
Tel (+39) 081 203067

Fonte dei video wikineapolis.com

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Non si può non lasciarsi sedurre da questa fusione di piante e meraviglie architettoniche.
La maggior parte di queste per un po’ si saranno domandate dov’erano finite: sarà stato quantomeno complicato per l’australiana Araucaria bidwillii, l’americana Cordia martinicensis, e la rara e asiatica Pistacia ambientarsi in una nuova città. Stessa difficoltà per quelle legate alle regioni tropicali e subtropicali, come il Corynocarpus levigato o il Pilocarpus pennatifolius, usato in medicina come antidoto agli avvelenamenti da belladonna o atropina (possibilità tutt’altro che remota se nel XVIII secolo fu istituita a Napoli una vera e propria Giunta dei Veleni!) 

Continuando a girare si scoprono le piante della macchia Mediterranea, sistemate nell’originaria ellisse, rimasta inalterata.  Al bordo dell’aiuola vi è la statua di Domenico Cirillo, medico e botanico napoletano, oltre che martire della Rivoluzione Napoletana. Tra le piante arboree si riconoscono: la quercia da sughero e l’oleastro; tra le specie arbustive:il mirto, il lentisco, il corbezzolo; tra le rampicanti il caprifoglio.  C’è perfino la ginestra odorosa che salvò Leopardi dal pessimismo cosmico e tutti noi da una grande tristezza. Se risultano decisamente sorprendenti per le dimensioni mastodontiche, la Phytolacca dioica, il Ficus magnolioides e la Yucca elephantipes, ha sicuramente qualcosa da dire anche la collezione di Orchidaceae che comprende fiori viventi allo stato spontaneo, bellissime e selvagge.

Nella sezione paleobotanica poi, la cosa si fa seria.
Sono qui raccolti fossili di piante utilizzati come  base per la descrizione delle forme vegetali che sono comparse sul nostro pianeta. La sezione dedicata all’Etnobotanica, che occupa le tre sale successive, offre anche una selezione di oggetti costruiti con materiale vegetale. Armi da caccia e da pesca dell’Amazzonia, con frecce avvelenate al curaro e dardi per cerbottane. Per ben custodire le armi, alcuni usano faretre diverse: fusti di bambù chiusi da tappi di pelliccia, altri adoperano foglie essiccate legate con lacci in fibra vegetale. Si può scoprire che esistono punte di frecce inimmaginabili: lanceolate in bambù, per animali si grossa taglia; arpionate in legno e osso, per pesci e uccelli; appuntite e trattate con curaro, per animali arboricoli. La cattura di quegli uccelli destinati a rituali cerimoniali, dal piumaggio colorato, avviene poi con punte arrotondate in bambù che mantengono intatte le piume per la colorazione del corpo, di arredi e di armi. Si possono osservare diversi strumenti musicali tra cui alcuni liuti, flauti, tamburi, tutti in materiale vegetale, eccetto le membrane di serpente destinate ai tamburi. Il più affascinante è il liuto, nato da un unico blocco di legno di palma o bambù. Lo strumento a corda più popolare presso i Pala‘wan delle Filippine è il kudlang, chiamato anche kudjapi o pakat. Un liuto a due corde con stilizzazioni zoomorfiche (teste di gallo, uccelli, ma anche pesci ed altre figure). Non si può perdere assolutamente la “zona survivor” con piante sottoposte ad ambienti limite per la vita vegetale, per guardare sadicamente i faticosi adattamenti delle piante in habitat estremi come la spiaggia, la torbiera e la roccaglia.

Meravigliosa infine l’area del Palmeto, con alcuni tipici esponenti della famiglia come Washingtonia robusta o Jubaea spectabilis. Gli stessi che è facile riconoscere in giro per la città. Secondo una moda in voga nel seicento, arrivarono nella capitale straordinari esemplari di piante esotiche piantati per le strade e nelle ville aristocratiche. Molte non attecchirono altre sono in ottima forma ancora adesso. Per quanto il buon Ferdinando IV prima, e Giuseppe Bonaparte nel 1807 poi, avessero immaginato questo Real Giardino delle Piante per istruzione del pubblico, la maggior parte dei visitatori cerca spazi di ristoro o di passeggio. E perfino gli studenti, iscritti alla facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali della Federico II, si mimetizzano molto facilmente, nonostante appunti, libroni e aria modicamente componente.

Proprio qualche giorno fà si è inaugurato all’interno dell’Orto Botanico di via Foria, il primo museo italiano tattile ed olfattivo dedicato ai non vedenti. In esposizione oltre 50 esemplari con caratteristiche facilmente percepibili al tatto e all’olfatto. L’itinerario è corredato da pannelli in caratteri braille.

Via Foria 223
80139 Napoli
Tel (+39) 081 449759
Fax: (+39) 081 295351
www.ortobotanico.unina.it

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A Londra c’e quello di “Portobello”, a Parigi quello di “Clignan Court”, Roma ha “Portaportese”, ma Napoli in fatto di bancarelle e mercatini non ha rivali.
Meglio del canto della sirena Partenope è solo la voce degli ambulanti nei vari mercatini sparsi nella città, che ne sono veramente per tutti i gusti. Un’attrazione resistibile, sono loro i veri artisti della seduzione commerciale e non c’è albero maestro che tenga. I veterani frequentatori della bancarella motteggiano “chi cerca trova” , ma per il napoletano in shopping vale la regola “saranno loro a trovare me”.

La scelta è talmente vasta che è più facile giarare a zonzo e aspettare di essere chiamati che il contrario.
Se volessimo fare un promemoria pratico potrebbe partire proprio da quello di Poggioreale, che resta certamente quello più grande e divertente, specializzato nella vendita delle scarpe. A un passo dalla stazione centrale, poche fermate in tram. Il pubblico è verio all’inverosimile, al di qua e al di là del banco di vendita. Chiassoso, rumoroso e popolare, ma anche ben organizzato, si potrebbe girarlo per ore senza tornare allo stesso posto, lasciandosi sballottare qua e là dall’inventiva e dall’estro del venditore verace e dalle inverosimili indicazione di vendita.

Le reclame dei commercianti sono degne delle più elaborate agenzie pubblicitarie: dalla personificazione della verdura (il carciofo, sono qui) a una nostalgica citazione dei bei tempi andati (acqua, zucchero e limone chist è Diego Maradona/tè rinfresca, tè cunsola pure si nun segn o gol) se non addirittura l’idea della vera pari opportunità (maglie per tutti, uomini donne e gay). L’ideale sarebbe comunque non accontentarsi mai del primo prezzo sparato, è implicito che si spendano almeno 10 minuti tra tira e molla, contrattazioni, ribassi e compromessi. Magari il prezzo alla fine resta uguale, fermarsi a contrattare solo se si è davvero certi dell’acquisto è una buona regola.

L’atteggiamento è totalmente sconsigliato d’altra parte della città, al viale Virgiliano, dove tutti i giovedì c’è il mercatino di Posillipo. Senza dubbio il più trendy di tutti. Si trovano capi firmati, fuori stagione o in stock, accessori, scarpe, articoli per la casa e make-up. I prezzi convenienti ma non bassi. Restando sempre sul caro chic andante ci sarebbe il mercatino dietro l’Umberto, il liceo classico del quartiere Chiaia, dal lunedi al sabato mattina. Occupa gran parte di Via Imbriani anche se non è facilmente identificabile. Nel caso, basta seguire il classico gruppo di donne in marcia che, seppure non dirette lì, un giro passeranno a farlo comunque. Altro mercatino, altra filosofia, quello della Duchesca dietro Piazza Garibaldi. Portafogli sotto controllo, a come non passarci? Tra quelli ancora popolari, è sicuramente il più vivo. Un posto incredibile dove trovare di tutto, legale e meno, dalle nove a mezzogiorno.

A Portanolana, nell’aria delle due torri, c’è un meraviglioso mercato del pesce. Tutti i giorni dalle 8.00 alle 14.00. la confusione è esaltante. Una leggenda ottocentesca vorrebbe i venditori a dipingere occhi brillanti ai pesci per renderli più vivi. Inutile sottolineare che nel periodo di Natale per nulla al mondo questi possono perdere le trattative per il capitone e l’anguilla del cenone della vigilia. Dalla porta al castello, nei pressi dei Piazza Municipio, ogni mattina all’alba nel fossato del Maschio Angioino, il mercato dei fiori, un trionfo di voci, colori e profumi. Un altro passaggio necessario alla Pignasecca, nei pressi di Montesanto. Mercato di studenti, stranieri e chiunque abbia necessità di fare la spesa low budget  di pesce, frutta, carne e tutto quanto di alimentare venga in mente. Da qui direttamene in funicolare si sale al Vomero dove, tra Piazza degli artisti e Piazza Medaglie D’Oro, ci sono le bancarelle del mercatino di Antignano. Si trovano ottime cose a buoni prezzi soprattutto abbigliamento e accessori particolarmente alla moda.

I MERCACTINI DI NAPOLI

Poggioreale – un chilometro dopo il carcere di Poggioreale all’incrocio fra via Nuova Poggioreale e via Marino di Caramanico troverete una montagna di scarpe di qualsiasi tipo a prezzi abbordabili, e poi abbigliamento e qualsiasi altra cosa… Aperto dal venerdì alla domenica dalle 6 alle 14.

Antignano – nel quartiere del Vomero, nei dintorni di piazza Antignano, scarpe, vestiti, accessori per la casa, e molto di più: dalle 7 alle 13.30 tutti i giorni feriali.

Posillipo – vestiti firmati, scarpe buone, tessuti ed accessori, etc.: molta gente “bene”, i prezzi di conseguenza…:-) viale della Rimembranza tutti i giovedì dalle 7 alle 13.

Fuorigrotta – Facile da raggiungere con gli autobus, la Cumana e la metro, di fronte alla stazione della cumana di Fuorigrotta, in un grande capannone e nei suoi dintorni, troverete alimentari, abbigliamento, calzature, etc., etc., in una folla incessante dalle 8 alle 13 tutti i giorni feriali.

Forcella – Fra Piazza Garibaldi e corso Umberto, un posto incredibile dove troverete di tutto legale e meno, dalle 9 a mezzogiorno circa.

Porta Nolana piazza Porta Nolana e dintorni ogni giorno dalle 8 alle 14. Nell’area delle due torri a guardia dell’antica porta di entrata alla città, il migliore mercato di pesce a Napoli, dove troverete ogni tipo di prodotto ittico vivacemente promosso dagli esercenti, insieme ad alimentari vari ed un pò tutte le altra categorie merceologiche in un caos variopinto e divertente. durante le festività di Natale, da non perdere le trattative per l’acquisto del capitone, la tradizionale anguilla del cenone della vigilia.

Mercato dei fiori Piazza Municipio ogni mattina all’alba. Questo affascinante mercato si svolge ogni mattina nei fossati del Castel Nuovo: rivolto agli acquirenti al dettaglio ed agli operatori del settore, la vendita si svolge in un tripudio di colori e di profumi che rendono questo il miglior modo di concludere una serata o di iniziare un nuovo giorno di scoperte.

La Torretta via Giordano Bruno La Torretta, a Mergellina, è uno dei pochi mercati coperti della città: ricco di bancarelle di alimentari, oggetti per la casa, abbigliamento e calzatureria.

Montesanto piazza e via Pignasecca il piccolo ma brulicante mercato di Pignasecca è un valido ausilio per ricordare che nel centro storico di Napoli, a differenza di altre città, vive ancora una consistente fetta di famiglie di ceti meno agiati: troverete bancarelle varie, fra cui si distinguono le pescherie e le loro imbattibili grida per attirare il pubblico.

Mercatino dell’antiquariato Villa Comunale, ogni terzo e quarto sabato e domenica del mese Un mercatino delle pulci specializzato sull’antiquariato che anno dopo anno sta conquistando sempre più spazio e prestigio, soprattutto per la varietà degli oggetti esposti, dalla cartolina d’epoca fino all’armadio fine ’800. A dicembre non-stop fino alla vigilia. Per essere sempre aggiornati sulle date chiamare il numero 0817612541.

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Non c’è cosa più bella e salutare di farsi una bella corsa nel Bosco di Capodimonte a Napoli. Sono molte le persone che lo affollano sin dalle prime ore del mattino, le vedi tutte concentrate con la loro tuta e con l’ipod nelle orecchie che corrono da un viale ad un altro.
E proprio come si corre nel bosco di  Napoli, a circa 6887 km di distanza si fa jogging nel Central Park di New York.

Geograficamente parlando Napoli si trova sul 41° di latitudine come New York. Un’altra cosa però accomuna la città di partenope e the big apple, la presenza di un’ area che costituisce un vero e proprio polmone verde per le due città, ovvero il Parco di Capodimonte (o bosco come usano chiamarlo i napoletani) e central park.
Mentre il primo si estende su un’area di 134 ettari e si presenta con ampie praterie, valloni solcati da piccoli torrenti e aree ricche di cave, caratteristica tipica del territorio napoletano, il secondo si estende su di una superficie di 340 ettari ed anche se il parco sembra naturale, è in gran parte opera dell’uomo. (continua…)

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L’appuntamento è a Napoli dal 7 al 15 marzo 2009!

Con il 2009 Nauticsud festeggia il traguardo del quarantennale. Un evento importante che sancisce il salone partenopeo tra i più qualificati Saloni Internazionali della Nautica.
Con un incremento significativo e costante ogni anno (+9%) sia di espositori che di visitatori, il Nauticsud si conferma come l’evento leader al centro sud dedicato al diporto e alla nautica. Dal 2002 alla guida del salone c’è l’imprenditore Lino Ferrara che ha riqualificato e aggiornato l’evento facendone il secondo salone italiano della nautica dopo Genova. Sede della manifestazione è la città di Napoli con il suo quartiere fieristico e il suo golfo, scenario irripetibile per le prove in mare.

Non solo vetrina e business: a Nauticsud ogni anno si incontrano i protagonisti della nautica nazionale – dalla cantieristica sia a vela che a motore all’accessoristica, agli operatori di charter, broker, servizi finanziari e legali – per quello che è diventato ormai un appuntamento fisso, denso di dibattiti, eventi collaterali, anteprime, momenti di confronto per lo sviluppo della nautica italiana e in particolare dei porti turistici della Campania. Nauticsud si fa infatti promotore di un nuovo modello di portualità moderna ed eco-compatibile, volano di riqualificazione e sviluppo turistico. (continua…)

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Ci seppellivano i morti extra moenia. Soprattutto quelli della peste del 1656 e quelli del colera del 1865. Epidemie tragiche che decimarono la città e riempirono l’antica cava di tufo di resti anonimi, di corpi senza identità a cui dare sepoltura comune. Si pensava a salvare i vivi, e si abbandonarono i legami con i morti, perdendo il lutto privato della perdita.
Un bel respiro prima d’entrare, nel cimitero nascosto nel cuore della Sanità: qui si refriscano ll’anem ‘o Priatorio: quarantamila cape ‘è morte, teschi allineati e impilati, innumerevoli resti anonimicompressi sotto il piano di calpestio; ossa per almeno quattro metri di profondità.

Entrando ci si fa il segno della croce, si tocca un teschio, si aspetta come se dovesse arrivare una particolare energia. Le cave sono umide, le capuzzelle sudano acqua purificante, emanazione dell’Aldilà, si dice.
Qualcuna si fa riconoscere subito, qualcun’altra aspetta di venire in sogno. Cercano la pace che solo le preghiere di chi è in terra può dare. Anime pezzentelle, poverelle, ma non basta ancora, bisogna ripeterselo in mente finché non si sprigionatutta la pietà che tiene dentro: l’abbandono, la dimenticanza, quel senso disperato di misericordiosa partecipazione. L’adozione è umana oltre che religiosa, un rito di compassione.

Il rapporto della città di Napoli con la morte è un interrogartivo che sorge a ogni angolo. A Napoli la morte è l’altra faccia della vita: non si scaccia, ci si allea per averne vantaggio.
Le anime purganti sono il legame con l’aldilà, quelle che guidano e proteggono chi è ancora in vita.
Il silenzio, l’enormità degli spazi illuminati da una luce avvolgente, la litania delle preghiere: sembra di trovarsi protagonisti di una tragedia greca. Fasci di luce generati dalle poche fessure si stagliano in maniera magistrale sui corpi, sottolineando i pochi dettagli e lasciando in un tetro chiaroscuro tutto il resto.

Il ramo centrale di questa suggestiva cava è ben illuminato e mette in risalto l’altare delle tre croci, la statua di San Vincenzo e la picola cappella. Appaiono in ombra le ossa degli appestati e i banchi delle preghiere. Ai piedi di San Gaetano avanzi di due corpi e un pezzo di leggenza. Uno sposo scettico, una sposa sfortunata e un capitano che compare al banchetto e li fa morire tutti di paura.
Resti senza storia e senza nomi, tranne che per due, Filippo Carafa, conte di Cerreto dei duchi di Maddaloni, e di sua moglie, che la credenza popolare vuole soffocata per uno gnocco. Li si distingue facilmente, sono gli unici di cui resta l’intero scheletro, vestiti e deposti nelle bara.

 
Per informazioni:o
Osservatorio Turistico  081/2471123 oppure direttamente al sito allo 081/5490368

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Un pò di storia

Dalle colline oggi chiamate “Colli Aminei” partivano quattro impluvi i quali, incidendo il tufo, lo mettevano a nudo creando dei veri e propri valloni, attraverso cui trovava recapito la cosiddetta “Lava dei Vergini”, colate di fango e detriti provenienti dall’erosione della coltre piroclastica che ammanta le colline circostanti.

La “lava dei vergini” per millenni ha eroso il vallone delle Fontanelle e della Sanità, creando le condizioni ottimali per l’estrazione del tufo che le leggi del ’600, le prammatiche, vietavano di cavare “intra moenia” per cui lo si prelevava “extra moenia” proprio in questa zona. La stessa strada, Via Fontanelle, rappresenta il vecchio impluvio sulle sponde del quale sono dislocate numerose cave che, fino al secolo scorso, hanno fornito i materiali da costruzione per l’attività edilizia di tutta la città e che oggi sono adibite ad usi più disparati: deposito di ulive, vetrerie, lavorazione di cioccolata, marmi, garages, cantine.

A metà del XVI secolo, la lava provocò un’enorme voragine nella strada delle Fontanelle, per cui si ordinò ai “salmatari di riempire la stessa con sfabbricatura”; questa notizia ci fa capire che già a quel tempo le Fontanelle erano praticate dai salmatari. All’epoca i morti venivano interrati nelle chiese, dove però non c’era più posto per cui i salmatari, di notte, li disseppellivano e li scaricavano nelle vecchie cave abbandonate. A seguito dell’ennesima alluvione, dalle cave fuoriuscirono molte salme e si racconta che gli abitanti della Sanità non uscivano di casa per non riconoscere i propri morti. Fu ordinato, quindi, ai salmatari ricomporli nell’ultima cava.

L’origine di questo ossario, però, si fa risalire al XVI secolo quando la città fu flagellata da tre rivolte popolari, tre carestie tre terremoti, cinque eruzioni del Vesuvio e tre epidemie e, essendo il luogo isolato, fu qui che vennero raccolti i cadaveri delle vittime. Micidiale fu la pestilenza del 1656, per cui i muri che chiudevano le cave furono di nuovo abbattuti e le stesse cave, secondo alcuni, accolsero 250.000 cadaveri su una popolazione 400.000 abitanti e, secondo altri, addirittura 300.000. L’architetto Carlo Praus racconta che nel 1764, “epoca memoranda di una esterminatrice carestia”, il Cimitero delle Fontanelle fu destinato dal Comitato di Pubblica Sanità a seppellire le salme della bassa popolazione, che non trovavano posto nelle pubbliche sepolture delle chiese all’interno della Città. Ed ancora il Praus, a seguito dell’editto di Saint-Cloud del giugno 1804, presenta nel 1810 un progetto per la costruzione di un vasto camposanto mediante l’ampliamento dell’antica necropoli delle Fontanelle.

Nel 1837, per provvedimento del Consiglio Sanitario, in seguito all’invasione del “colera morbu”, furono portati in questo cimitero altre salme. Nello stesso anno, essendo stato ordinato di togliere gli ossami da tutti i cimiteri delle parrocchie e delle confraternite e di portarli nell’Ossario delle Fontanelle, un gran numero di carri, scortati da confratelli e guardie, trasportarono in queste grotte cataste di resti mortali. Il cimitero rimase abbandonato fino al 1872, quando il parroco della chiesa di Materdei, Don Gaetano Barbati, con l’aiuto di popolane mise in ordine le ossa nello stato in cui ancora oggi si vedono e tutte anonime, ad eccezione di due scheletri: quello di Filippo Carafa Conte di Cerreto dei Duchi di Maddaloni, morto il 17 luglio 1797 e di Donna Margherita Petrucci nata Azzoni morta il 5 ottobre 1795; entrambi riposano in bare protetti da vetri.

Il corpo di Donna Margherita è mummificato ed il teschio ha la bocca spalancata come di chi sta per vomitare, per cui si dice che la nobildonna sia morta strangolata da uno gnocco. Nell’ordinare le ossa furono messe nella navata retrostante la chiesa quelle provenienti dalle parrocchie e dalle congreghe, per cui essa fu detta “navata dei preti”; la centrale fu chiamata “navata degli appestati” perché in essa erano stati sotterrati questi morti. L’ultima è la “navata dei pezzentelli” perché qui furono accomodate le ossa della gente povera. Così il cimitero entrò nel costume cittadino. Oggi, è insieme un luogo di culto e di macabro fascino, in cui si concentrano anche molte leggende e racconti di miracoli

 

Gli anedotti

Il culto delle anime del Purgatorio · l’Anime Pezzentelle
Nel documento del canonico e archeologo Andrea De Jorio, vi è gia preciso riferimento alla trasformazione della cava a luogo di culto, (“….fu costruito un muro ed un altare…”) avvenuto verso la fine del 1700. Dalla metà del1800 circa, un gruppo di popolane del rione Sanità, denominate “e’ maste”, riordinò tutti i resti mortali ammassati disordinatamente all’interno della cavità nel corso delle varie epoche. Tutte le ossa furono disposte in una sorta di “pietas popolare” a ridosso delle pareti tufacee seguendo scemi e raggruppamenti ben precisi. Questa sistemazione è ricordata con una lapide all’esterno della chiesa di Maria S.S. del Carmine realizzata alla fine dell’800 e tende a ricordare tutti coloro che morirono in occasione delle pestilenza, in povertà o nelle carceri e classificati pertanto come resti mortali “anonimi”.

A guidare e coordinare i fedeli nella opera di sistemazione dei resti mortali è stato il canonico Gaetano Barbati, fondatore e promotore di un’Opera pia per il suffragio delle “anime in pena”. Nel marzo del 1872 il cimitero delle Fontanelle venne aperto al pubblico e le chiavi dal Municipio vennero consegnate al parroco di Materdei. Grazie a Barbati e al Cardinale Sisto Riario Sforza fu istituita un’Opera di suffragio ai defunti nel detto cimitero”…adibendo a chiesa provvisoria la prima cava, sgombrata all’uopo dagli ossami con gran concorso di popolo …”. Il 13 maggio 1877 fu celebrata nel cimitero una prima manifestazione religiosa alla presenza del Cardinale Sforza che prese parte anche alla processione che seguì il detto rito di pietà ed espiazione. 
 
Dal 1884, anno in cui fu terminato il riordino dei resti umani, la “pietas popolare” napoletana si è rivolta alle “ossa e crani anonimi” con devozione religiosa familiare, con un culto che spesso richiama arcaiche tradizioni di tipo pagano. Alle anime in pena si rivolgevano amorevoli cure e suffragi, garantendo loro il cosiddetto “refrisco”. Questo “refrigerio” sarebbe poi stato successivamente ricambiato con l’intercessione dell’anime in pena per la protezione del fedele nei momenti di bisogno. I napoletani, in un clima di venerazione e culto anonimo, iniziarono dunque ad esprimere la propria devozione verso un ideale diverso dalla santità.
 
La devozione spinta fino all’ “adozione” del teschio e la collocazione di immaginette votive e messaggi scritti all’interno dei reliquari esprimeva una forma di equilibrio tra il culto dei Santi e la devozione popolare delle anime del purgatorio. Il grande numero di urne devozionali site nel Cimitero delle Fontanelle rappresentano i ringraziamenti dei fedeli per le grazie ottenute con l’intercessione delle anime in pena. Le “Maste”, ossia le popolane-devote alle quali la tradizione locale aveva attribuito una particolare sensibilità per il culto delle anime purganti, hanno aiutato migliaia di fedeli nella ricerca delle anime particolarmente bisognose di cure e preghiere. All’interno del cimitero si snodavano le processioni religiose, e venivano recitate le caratteristiche “giaculatorie e litanie” per le anime in pena, tra le tante una:

Anime sante, anime purganti,
Io son sola e vuie siete tante
Andate avanti al mio Signore
e raccontateci tutti i miei dolori
Prima che s’oscura questa santa giornata
da Dio voglio essere consolata.
Pietoso mio Dio col sangue Tuo redento
a tutte le anime del Purgatorio salutammelle a tutti i momenti,
Eterno Riposo

 
Le leggende
 
In un ambiente cosi suggestivo e magico non potevano non nascere le varie personificazioni delle “anime pezzentelle”. Ecco dunque nascere la figura di Lucia, una giovinetta morta subito prima del matrimonio o, le presenze di uomini morti in guerra, principesse cavalieri. Talvolta poi, i teschi hanno una storia e un nome trasmessi attraverso racconti tramandatisi nel tempo; è il caso del “monaco” (o’ capa e Pascale) in grado di far conoscere i numeri vincenti al gioco del lotto, quella del “capitano”, figura di riferimento emblematica del cimitero delle fontanelle o quella di “donna Concetta” nota più propriamente come “a’ capa che suda”. Altro aspetto significativo è legato alle leggende sulle storie dei bambini in particolare quella di “Pasqualino”.

 
“Io ero ciò che tu sei; tu sarai ciò che io sono”
La Morte
 
Suggestiva è la pratica delle adozioni di alcuni teschi che, di solito, venivano messi in teche e venerati o per grazia ricevuta o per voto o per fede. Nacquero così numerose storielle, tra cui quelle già ricordate dei due teschi che sudano e quella del Capitano.
Questo teschio era stato adottato da una povera ragazza, ad esso ella rivolge tutte le sue cure e preghiere, supplicandolo perché le facesse trovare marito. Così avvenne e, prima di andare all’altare, la giovane volle ringraziare il teschio per la grazia ricevuta. Il giorno delle nozze tutti erano attirati dalla presenza in chiesa di uno strano tipo vestito da soldato spagnolo; questi, al passaggio degli sposi, sorrise alla ragazza e le fece l’occhiolino. Il marito, ingelosito, lo affrontò e lo colpì ad un occipite con un pugno.
Tornata dal viaggio di nozze, la giovane si recò subito al cimitero per ringraziare ancora il suo teschio e lo trovò con una delle orbite completamente nera. Si gridò al miracolo ed il teschio in questione fu indicato come il “Teschio del Capitano”.
In seguito gli furono attribuiti anche altri miracoli.

Alcuni messaggi rinvenuti nei teschi
Anima bella venitemi in sogno e fatemi sapere come vi chiamate.
Fatemi la grazia di farmi uscire la mia serie della cartella
Nazionale. Anima bella fatemi questa grazia, a buon rendere…

Napoli 3/4/1944
La famiglia dell’Aviere Lista Ciro trovandosi senza notizie di suo figlio da pochi
giorni dopo l’Armistizio e quindi sono otto mesi ed essendo devota di voi aspetta
con tanta fede da voi la bella grazia.

by www.comune.napoli.it

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Il 14 febbraio, in tutti i musei, monumenti e siti archeologici statali a Napoli, basterà presentarsi in due per accedere pagando un solo ingresso.

San Valentino è la festa dell’amore e, in tale occasione, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali vuole regalare a tutti una giornata all’insegna dell’arte e della cultura. Lo slogan Innamorati dell’Arte è un invito a visitare e conoscere il patrimonio artistico italiano insieme alle persone amate, per condividere le emozioni e la gioia che l’arte suscita in chi vi si accosta.
L’evento rientra nell’ambito delle iniziative volte ad avvicinare sempre più i cittadini all’immenso Patrimonio culturale di cui il nostro Paese è custode. Tante le mostre, gli incontri e le visite guidate, incentrate sul tema dell’Amore, che per l’occasione saranno organizzate in tutta Italia. (continua…)

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Come per il principio della forza idrofobica, secondo cui l’acqua e l’olio non si mischiano, così ci sono due Napoli che di notte non si toccano.

In quest’articolo di grandenapoli.it, parliamo di una di quasta Napoli, quella dei così detti Chiattilli, che di solito si muove in giro per i baretti tra Chiaia e San Pasquale, gustando gli aperitivi di vicoletto Belledonne, piazza dei Martiri, vinerie e localini di ogni tipo, Tasca, Taschino, BeeBop, S’move, White, 69, Bluestone, Chandelier, Disconapoli e tanti altri localini, movida ogni notte.

Ci si concede solo qualche minuto prima di passare al locale successivo. Un cocktail, qualcosa da bere, l’allure molto formale, in camicia inamidata.
La zona dei chiattilli, i figli di papà con quel nome cattivo che ricorda delle zecche vampire ha, a sua volta, un problema di osmosi. Quelli con l’araldica nel curriculum si distinguono tra vomeresi, posillipini e tutto il resto che vive tra via Caracciolo e via dei Mille. Guai a mischiarli.

Il chiattillo ha anche una sua storia, le prime tracce documentate del chiattillo risalgono ai primi anni ‘60 in un insediamento insulare chiamato “Capri”, dove gli studiosi hanno trovato tracce di una corrente che si pensa si chiamasse  “la bella vita”.

L’Arci Napoli, in una puntata della sua trasmissione televisiva URRA’ TV, ha riservato anche una puntata ai chiattilli, vi consiglio di guardarla, è davvero simpatica.

 
Il chiattilli si riuniscono tra di loro svariate volte alla settimana, per riuscire a portare avanti la specie e per stabilire le linee guida della tribù chiattilla, in questi incontri inoltre il chiattillo cerca una compagna per riprodursi… Le femmine chiattille sono solitamente chiamate con l’appellativo di “perete”.

Per preservare gli esemplari femminili da eventuali contatti con altre specie il chiattillo solitamente organizza questi incontri in alcune riserve particolari dove si sincera non possa entrare nessun “predatore” esterno, questi incontri di solito vengono chiamati “serate”. In queste serate si può notare come il chiattillo abbia una gerarchia precisa distinta in tre ruoli: abbiamo gli alti prelati che devono obbligatoriamente presenziare a questi incontri per portare avanti la parola del dio denaro e del dio notorietà, poi abbiamo una casta elitaria di chiattilli che possono accedere a particolari vantaggi, questa casta di solito viene eletta dagli alti prelati, e poi abbiamo la casta più bassa che sono i chiattilli base, questi chiattilli vanno alle serate per cercare di farsi notare dagli alti prelati o dalla casta nobiliare e poter cosi accedere al “registro“, il registro di cui si hanno numerose testimonianze è una sorta di pergamena dove vengono segnati i nomi dei chiattilli più meritevoli che potrebbero cosi aspirare a diventare alti prelati ed entrare a fare parte della casta nobiliare, in questo registro ne entrano a far parte di diritto gli alti prelati e la casta nobiliare, per i soggetti che ne entrano a far parte ci sono particolari vantaggi economici e religiosi, in quanto i chiattilli ritengono che entrare nel registro noto anche col nome di “lista omaggi” (anche se l’etimologia di questa parola è controversa) li avvicini al dio notorietà. Si pensa che a redigere questa lista omaggi siano dei particolari chiattilli chiamati presso la tribù ”P. R.“ anche se non si conosce il significato esatto di questa parola ne si sa come un chiattillo possa arrivare al rango di P. R.

Stavo per dimenticare il dopo baretto del chiattillo…. discoteca o club, come: la mela, la scalinatella, il matì , miles, e qualcun’altro che ora non mi viene.

Cmq per chi non l’avesse mai fatto consiglio di fare un bel giretto per un aperitivo nella zona di Chiaia o il venerdì sera o il sabato tardo pomeriggio. ;-)

 

Info by faciaruli.it

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