Il blog sulla grande città di Napoli – Novità e Curiosità

Ma che bella la musica napoletana…. Scritta nel 1945, “Munasterio ‘e Santa Chiara” fu proposta da Giacomo Rondinella nella rivista di Galdieri, autore del testo, “Imputato alziamoci” con Totò, Anna Magnani, Alberto Sordi e Peppino De Filippo. Il brano canta il desiderio di tornare a Napoli dopo la guerra e, allo stesso tempo, la paura di trovare solo distruzione (alle macerie dell’antica chiesa di Santa Chiara allude il titolo), sulla melodia lenta composta da Alberto Barberis. La devastazione lasciata dai bombardamenti non è solo quella delle strade, dei palazzi, ma è anche quella dei costumi, del “core”, motivo centrale della canzone napoletana, di cui Galdieri testimonia qui la fine. “Munasterio ‘e Santa Chiara” ottenne un immediato successo in Italia ed all’estero, divenendo un classico del repertorio dei più grandi interpreti della canzone napoletana. Roberto Murolo incluse il brano nel suo lavoro “Napoletana. Antologia cronologica della canzone partenopea”, dodici trentaré giri incisi tra il 1963 e il 1965.

 


 

 

Munastero ‘e Santa Chiara…

IDimane ?… Ma vurria partì stasera !
Luntano no… nun ce resito cchiù !
Dice che c’è rimasto sulo ‘o mare,
che ‘o stesso ‘e primma… chillu mare blu !

Munastero ‘e Santa Chiara…
tengo ‘o core scuro scuro…
ma pecché, pecché ogne sera
penzo a Napule comm’era, penzo a Napule comm’è ?

Funtanella ‘e Capemonte…
chistu core mme se schianta
quano sento ‘e dì d’ ‘a ggente
ca s’è fatto malamente, ‘stu paese… ma pecché ?

No… nun è overo ! No… nun ce crero
E moro pe’ ‘sta smania ‘e turnà a Napule…
ma ch’aggia fa… mme fa paura ‘e ce turnà !
 

IIPaura ? … Si… Se fosse tutto overo ?
Se ‘a ggente avesse ditto ‘a verità ?
Tutt’ ‘a ricchezza ‘e Napule… era… ‘o core !
Dice… ch’a perzo pure chillu llà !

Munastero ‘e Santa Chiara…
‘nchiuse dint’a quatto mura,
quanta femmene sincere
si perdevano n’ammore, se spusavano a Gesù.

Funtanella ‘e Capemonte…
mò si perdono n’amante
gia ne teneno ‘ati cciento…
ca ‘na femmena nnucente – dice ‘a ggente – nun c’è cchiù.

No… nun è overo ! No… nun ce crero
E moro pe’ ‘sta smania ‘e turnà a Napule…
ma chaggia fa… mme fa paura ‘e ce turnà !

Munastero ‘e Santa Chiara…
tengo ‘o core scuro scuro…
ma pecché, pecché ogne sera
penzo a Napule comm’era,
penzo a Napule comm’è ?

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 malafemmena

Malafemmena è una canzone del 1951 composta dal grande Totò e nota principalmente nell’interpretazione di Renato Carosone. Grazie al contributo di quest’opera il significato del termine si è addolcito perdendo la connotazione di insulto. La malafemmina la si può paragonare al tipico stereotipo di donna irraggiungibile, inarrivabile e intoccabile: una donna che provoca del male inconsapevole all’uomo disposto a tutto per averla, il quale obbiettivo non troverà mai compimento.

Si avisse fatto a n’ato
chello ch’e fatto a mme,
st’ommo t’avesse acciso,
e vuò sapè pecchè?
Pecchè ‘ncopp’a sta terra
femmene comme a te
nun ce hanna sta pè n’ommo
onesto comme a me!…
Femmena,
Tu si na malafemmena…
Chist’uocchie ‘e fatto chiagnere…
Lacreme e ‘famità,
Femmena,
Si tu peggio ‘e na vipera,
m’è ‘ntussecata l’anema,
nun pozzo cchiù campà.
femmena,
Si ddoce comme ‘o zucchero
però sta faccia d’angelo
te serve pè ‘gannà…
Femmena,
tu si ‘a cchiù bella femmena,
te voglio bene e t’odio,
nun te pozzo scurdà…

II

Te voglio ancora bene.
Ma tu nun saie pecchè,
pecchè l’unico ammore
si stata tu pe me…
E tu pe nu capriccio
tutto ‘e distrutto, ojnè.
Ma Dio nun t’o perdone
chello ch’e fatto a mme!…
Femmena,
Tu si na malafemmena…
ecc. ecc.

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Tra gli abitanti della bella Napoli, ci sono anche quelli che non si vedono, o meglio che non tutti possono vedere. Probabilmente seduti al tavolino di un bar possiamo trovare i tre personaggi background nelle nostre tradizioni popolari. ‘O Munaciell, ‘A Bella ‘Mbriana e la Janara.

I tre personaggi che portano con sé tradizioni e gesti delle popolazione, leggende e credenze. ‘O Munaciell, lo spiritello dispettoso e bizzarro dall’imprevedibile comportamento, è l’entità più citata nelle leggende metropolitane. Il personaggio indicato come ‘A Bella ‘Mbriana, invece, rappresenta lo spirito benigno.
È una sorta di “anti-munaciello”, portatore di benessere e salute. Rappresenta come una bella donna molto ben vestita paragonabile alla fata delle favole dei bambini, spesso la si vede camminare sui concioni dei palazzi vestita di bianco, ma dentro casa bisogna sempre lasciarle una sedia libera, perché potrebbe entrare e sedersi per riposare. Il nostro terzo personaggio è la Janara, regina del folklore beneventiano, insidiatrice delle porte delle case. Il nome deriva dal latino “iaunia” e vuol dire “porta”, dietro la quale ogni napoletano ha una scopa, così che la Janara sia costretta a contarne i fili e indugi fino al sorgere del sole, sua fonte di distruzione.

Riguardo la bella ‘Mbriana ci sono molti racconti che lasciano pensare alla sua reale esistenza, anche se pochi occhi l’hanno davvero guardata. Chi crede nelle ombre che ci circondano? Molti vedono queste ombre come proiezione della propria mente, forse per giustificare alcuni avvenimenti inspiegabili, forse per esorcizzare tutto ciò che è paranormale.

Ad ogni modo, mentre sia il Monaciello che la Janara hanno un percorso storico, attraverso il quale sono rimasti incastrati nell’oscuro sottosuolo del nostro immaginario dove Magia e Fantasia si siedono a prendere un caffè e pensano a cosa proporci, la Bella ‘Mbriana invece nasce un po’ per pretesto e un po’ per difesa contro il male, contro la beffa del portatore di guai, il Monaciello. ‘A Bella ‘Mbriana è il Bene che deve esserci, altrimenti il male non esisterebbe. È il buon auspicio. Alla Bella ‘Mbriana piace la pulizia. E vuole che tutto sia perfetto e in ordine, vuole essere ospitata, vuole la serenità della casa e non deve percepire disagi. Infatti di solito viene invocata in tutte le situazioni difficili che compromettono la serenità familiare. Viene evocata come il bene che non è preesistente, a differenza del male che invece giace già all’interno, che cammina accanto a noi o molto probabile dietro di noi.

“Il bene” è il nostro alibi per allontanarci dalla perversione, ci distacca dalla seduzione e dalla possessione, tutti vocaboli attribuiti all’occulto, all’oscuro, al satanico, alla stregoneria, alla creazione di ciò che non conosciamo o che non vogliamo conoscere, alla nostra paura di sapere, alla nostra fobia di saper vedere, la nostra continua difesa dell’ordinario, che ci preclude le condizioni di straordinario che ci circondano. Questo è forse il significato più profondo della Bella ‘Mbriana: è un talismano che appartiene a tutti. E chissà che non funzioni davvero…

Articolo preso dal magazine n. 7 del aprile 2007 “Rising republic”

Alla “Bella ‘Mbriana” è stata anche dedicata una fantastica canzone del grande Pino Daniele.

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grandenapoli

I’ te vurria vasa’” è una delle più belle canzoni d’amore della storia della musica napoletana, scritta nel 1900 da Vincenzo Russo ed Edoardo Di Capua.

Questa canzone come tante altre è stata una dei pilastri portanti della unicità della grandezza della musica napoletana.

La canzone non poteva nascere che nella Napoli novecentesca, dove la realtà era fantasia, la povertà filosofia, il dialetto poesia, il frastuono musica. Non poteva avere che cantori istintivi, sensibili, appassionati, innamorati. La poesia, a Napoli, era espressione corrente, dialogante; la musica coinvolgente, perché nasceva da una tradizione colta, quindi matura, come dall’immediatezza istintiva popolare.

Come sempre riproponiamo dei video di you tube, buona visione.

Questa versione di Mango rivela l’assoluta modernità del brano che vola su un arrangiamento scarno di soli archi e la seconda parte del pezzo quasi etnica.

Un’autentica acrobazia canora: Big Luciano e Piero Pelù in un duetto imperdibile.

Gran bel duetto Giorgia e Finizio.

(continua…)

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grandenapoli-aurelio-fierro

Abbiamo avuto l’onore di conoscerlo bene di persona, e mi sento di dire che è stata una grande persona ricca d’animo e di una grande generosità. Aurelio Fierro, storica voce della canzone napoletana e grande divulgatore della tradizione musicale partenopea nel mondo, ci ha lasciati all’età di 81 anni.

Era molto legato alla famiglia. Il suo celebre motivo Guaglione è stato tradotto in diverse lingue, anche grazie alle numerose tournée che il cantante compì in USA e Canada a beneficio delle numerose colonie di immigrati italiani alla fine degli anni Cinquanta nel continente nordamericano. Questa canzone lo rese molto popolare anche nei paesi dell’Europa dell’Est e in Giappone.

Il suo debutto risale al 1951, quando vinse un concorso di Voci Nuove, classificandosi primo su seicento concorrenti; questo gli consentì di firmare un contratto con la Durium, con cui avrebbe poi inciso una serie di canzoni in dialetto napoletano ma anche in lingua italiana.

Nel 1952 vinse con il brano Rose, poveri rose! il primo Festival di Castellammare. Questo lo spinse a lasciare la professione di ingegnere per potersi dedicare unicamente alla musica.

Il suo primo grande successo fu Scapricciatiello. In seguito venne la celebre Lazzarella, scritta da Domenico Modugno, che divenne anche un succcesso cinematografico.

Aurelio Fierro ha partecipato a quattro edizioni del Festival della canzone italiana di Sanremo (1958, 1959, 1961 e 1962) e a diverse edizioni del Festival della canzone napoletana (del quale vinse la prima edizione organizzata dalla RAI appunto con Guaglione).

Uno dei suoi ultimi successi, famosissimo anche all’estero, sempre presentato a un Festival di Napoli in coppia con Giorgio Gaber, è: ‘A pizza.

È stato anche discografico, fondando e dirigendo la casa discografica King.

A Napoli aprì un ristorante, A canzuncella, che soprattutto il sabato sera si riempiva di clienti in occasione del suo dinner show. Erano numerose le persone che affollavano il locale per sentirlo cantare e gustare la cucina napoletana. Studioso della cultura e delle tradizioni napoletane, sempre a Napoli avrebbe voluto fondare un museo della canzone con annesso piccolo teatro per i turisti, ma il progetto non andò in porto. Riuscì invece a pubblicare una Grammatica della lingua napoletana e, per la Rusconi Editore, un libro di Fiabe e leggende napoletane.

Oltre a essere un grande cantante della musica napoletana ha svolto anche attività nel mondo del cinema, quella di interprete e tra i lavori più interessanti possiamo citare la partecipazione nel film Aitanic (2000) di Nino D’Angelo dove ha interpretato la parte di Don Capillo.
Nel 1996 ha inoltre lavorato con Maurizio Nichetti per la realizzazione del film Luna e l’altra dove ha interpretato la parte del padre di luna.
Oltre al ruolo di interprete Aurelio Fierro ha lavorato come musicista nel film commedia di Carlo Ludovico Bragaglia Caporale di giornata (1958). E ancora musicista nel film di Marino Girolami Quel tesoro di papà (1959), musicista nel film di Pino Mercanti Ricordati di Napoli (1958), musicista nel film di Giorgio Simonelli Napoli sole mio (1958).

Per tutti gli anni anni ’90 fu impegnato nella stesura di una Enciclopedia storica della canzone in quattro volumi, che non riuscì tuttavia a dare alle stampe.

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grandenapoli-o-surdato

Una delle più belle canzoni napoletane di tutti i tempi è senza dubbio “‘O surdato ‘nnammurato“. Scritta nel 1915 da Aniello Califanoe musica di Enrico Cannino.

Spesso a Napoli, questa canzone la si sente cantare da 70 mila persone allo stadio San Paolo, quando il Napoli vince contro le grandi squadre. E non vi nascondo che è una senzazione unica che farebbe emozionare chiunque.

La canzone parla di di un soldato, lontano dal suo amore, perché è al fronte, in combattimento durante la prima guerra mondiale.

Un particolare curioso è che i due autori di questa meravigliosa canzone, non avevano mai indossato una divisa militare, perché riformati.

Interpretata da molti grandi artisti, napoletani e non-napoletani, la canzone ‘O surdato nnammurato rimane indimenticabile nell’interpretazione dell’attrice Anna Magnani in un film per la televisione degli anni settanta, che qui di seguito riportiamo il video.

Come di consueto, proponiamo delle rappresentazioni prese da youtube…

(continua…)

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grandenapoli-voce-e-notte

Questa canzone si potrebbe definire autobiografica. Racconta di un disperato innamorato che canta sotto il balcone della sua innamorata andata ad un’altro uomo.
Correva l’anno 1903 ed Eduardo Nicolardi, giovane poeta di 25 anni, si innamoro’ di Anna Rossi l’esile e bellissima vicina di casa figlia di un facoltoso commerciante di cavalli. Quando questi dichiaro’ il suo amore ai genitori di Anna, questi lo cacciarono via. La loro giovane figlia non poteva andare ad un giovane poeta dal futuro incerto, ma a Pompeo Corbera, un ricco cliente del padre dalla veneranda eta’ di 75 anni. Il destino, o l’età dell’anziano marito, volle che l’amore trionfasse. Infatti dopo poco tempo dal matrimonio, Pompeo Corbera morì ed i due poterono coronare il loro sogno d’amore e noi avere una delle piu’ belle canzoni d’amore di tutti i tempi.

Qui di seguito una serie di video della canzone presi da youtube.

(continua…)

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E’ una famosissima tarantella del ’700 di autore anonimo. Molto probabilmente doveva trattarsi di un abile pescatore, vista la sua indiscutibile competenza sulla fauna marina. Infatti vengono citati, nella canzone, oltre 80 specie di animali marini, tutti presenti nei nostri fondali. La particolarita’ sta nel fatto che non tutti sono stati identificati. Eminenti studiosi di fauna marina e biologi marini si sono cimentati nell’elencare tutte le specie citate. Nessuno fin’ora c’e’ riuscito. Non a tutti i protagonisti della canzone e’ stato potuto dare un corrispondente in italiano poiche’ per alcuni di essi della versione dialettale ne e’ stato perso il significato.
E’ la storia di un guarracino (Coracino in italiano) che, ben vestito e preparato, si mette alla ricerca di una sposa. Restera’ folgorato dalla bellezza di una Sardella (sardina) che canta affacciata al suo balcone. Il Guarracino incarichera’ la Bavosa (Vavosa) di fargli da tramite. La sarda arrossisce ed accetta. A rovinare tutto ci pensa una Patella (vongola) che spiera’ all’Allitterato (il Tonno, ex fidanzato della sarda) cosa sta succedendo. Iniziera’ una furibonda rissa nei fondali marini in cui interverranno amici e parenti dei contendenti composti da ogni sorta di essere marino.

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Tutti sanno che i versi di questa canzone sono ispirati dalla funicolare che fu aperta nel 1880 e che portava turisti fino alla bocca del cratere. Il progetto fu ideato circa dieci anni prima da E.E.Oblieght che, ottenuti i permessi, diede incarico di realizzarla all’ingegner Olivieri di Milano. Ultimata la costruzione e passati i primi momenti di entusiasmo dopo l’inaugurazione, accadde qualcosa che forse nessuno aveva previsto: la funicolare non veniva utilizzata.

I turisti preferivano salire le pendici del vulcano con i vecchi metodi, con somari o portantini, perche’ era piu’ romantico. I gestori dell’impianto, la compagnia Cook, penso’ che solo il fascino di una canzone ben fatta avrebbe potuto avvicinare i turisti ed i napoletani alla funicolare. L’occasione fu di presentarla alla festa di Piedigrotta di quello stesso anno. Gli autori, Turco per il testo e Denza per la musica, impiegarono solo poche ore per comporre Funiculì funiculà. La canzone fu la piu’ cantata a Piedigrotta ed ottenne il risultato sperato e non solo. Con Funiculì funiculà inizia quello che sara’ il periodo d’oro della canzone napoletana nel mondo.

Dopo la terza distruzione avvenuta nel 1944, la funivia non fu piu’ ricostruita ma sostituita con una seggiovia che oggi e’ in disuso.

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te-voglio-bene-assaje

Nata quasi per scherzo, Te voglio bene assaje, resta la prima e piu’ famosa canzone che fu cantata a Piedigrotta.

La musica piacevole ed i versi accattivanti fecero di questa canzone una vera ossessione per i napoletani. La si canto’ per anni dappertutto ed in qualsiasi momento. Nacquero rivalita’ tali che alcuni autori tentarono, invano, di sminuirla pubblicamente anche attraverso altri componimenti. Roberto Sacco, ottico nella Napoli del secolo scorso, compose la canzone nel 1835 cantandola per scherzo ad una festa tra amici.

La leggenda vuole che la melodia del Donizetti (fu davvero lui l’autore della musica?) ed i versi del Sacco furono cantati dal popolo la sera stessa che l’avevano ascoltata in quella festa tra amici. Persino il Clero si interesso’ alla cosa e Sacco (per non inimicarsi il Cardinale Riario Sforza) compose una variante “ecclesiale”. La canzone porto’ grande fama a Sacco ma pochi soldi. Rimase un ottico nella sua bottega, la stessa che oggi i suoi eredi gesticono nello stesso posto.

(continua…)

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