Il blog sulla grande città di Napoli – Novità e Curiosità

Ciò che caratterizza la calssica cartolina di Napoli è senza dubbio il mitico Castel dell’Ovo, elemnto che spicca maggiormente nel celebre panorama del Golfo.

Il Castel dell’Ovo sorge imponente sull’antico Isolotto di Magaride. Una delle più fantasiose leggende napoletane farebbe risalire il suo nome all’uovo che Virgilio avrebbe nascosto all’interno di una gabbia nei sotterranei del castello. Il luogo ove era conservato l’uovo, fu chiuso da pesanti serrature e tenuto segreto poiché da ” quell’ovo pendevano tutti li facti e la fortuna dil Castel Marino”

Da quel momento il destino del Castello, unitamente a quello dell’intera città di Napoli, è stato legato a quello dell’uovo. Le cronache riportano che, al tempo della regina Giovanna I, il castello subì ingenti danni a causa del crollo dell’arcone che unisce i due scogli sul quale esso è costruito e la Regina fu costretta a dichiarare solennemente di aver provveduto a sostituire l’uovo per evitare che in città si diffondesse il panico per timore di nuove e più gravi sciagure.

Un pò di storia

Sorge sull’isolotto di Megaride, costituito da due scogli uniti tra di loro da un grande arcone. Su questo isolotto sbarcarono i Cumani (di origine greco-euboica) a metà VII secolo a.C. per poi fondare sul retrostante Monte Echia la città (o, quanto meno, un organizzato centro abitato) di Partenope, di cui nel 1949 è stata scoperta la necropoli in Via Nicotera 10, mentre si stavano scavando le fondazioni per la costruzione di un edificio che ha sostituito un altro distrutto dai bombardamenti dell’ultima guerra.
 
Sull’isolotto e sul Monte Echia, nel I secolo a.C., durante la dominazione romana, fu costruita la celebre villa di Lucio Licinio Lucullo, che, probabilmente, si estendeva con giardini e fontane fino all’attuale Piazza Municipio, come sembra dimostrare una struttura riportata alla luce dai recenti scavi sotto Castelnuovo.

  
Della ricordata villa rimangono i rocchi delle colonne nella cosiddetta “Sala delle Colonne” che, durante l’alto Medio Evo, fu adibita a refettorio di uno dei conventi che furono costruiti sull’isolotto e i resti di un ninfeo sulla terrazza di Monte Echia.

(continua…)

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Come per la musica e come per la cucina, la città di Napoli e la sua provincia sono conosciute in tutto il mondo per l’arte sartoriale.
Stile, fantasia, eleganza: anche questo è Napoli, la sartoria napoletana è una leggenda.

I sarti napoletani sono dei veri purosangue del settore, la maggior parte è cresciuta all’ombra del vesuvio seguendo le antiche tradizioni della sartoria partenopea.

Città e provincia sono piene di piccole e grandi sartorie che tramandano nel tempo una antica tradizione sartoriale fatta di eleganza classica e gusto del particolare. Gli abiti, soprattutto maschili, sono confezionati con raffinatezza e ricercatezza. Importanti anche le camicie su misura e le cravatte, tutti prodotti che hanno creato marchi famosi anche all’estero.

L’abito confezionato a mano,fa impazzire tutti, non c’è cosa più bella di farsi un abito che vesta a pennello. A Napoli,si sa,il gusto e l’eleganza del vestire sono qualità innate. Forse questo avviene perché qui, per tradizione,l’apparenza ha un’importanza fondamentale, sartorialmente si cura il più piccolo dei particolari.

Anni fà, la domenica a via dei Mille, la strada “chic” di allora, c’era un continuo passeggio ed incrociarsi di sguardi, per valutare com’era vestito Tizio e com’era vestito Caio. Si osservava il taglio,la giuntura delle maniche,la morbidezza con cui erano attaccate le spalle,la scioltezza della vita che non doveva essere troppo segnata,la larghezza del bavero,le rifiniture,la piega dei pantaloni,ed il generale “aplomb” dell’intero vestito.
Il sarto su misura sarà sempre un privilegio di pochi, di una élite. Ma sarà lui, sempre, il modello di riferimento ed a lui si ispirerà anche la produzione in serie, quando vorrà perfezionarsi”. Così Raffaele La Capria ci racconta della consolidata tradizione sartoriale partenopea che viene rinnovata ancor oggi da abili operatori il cui gusto è riconosciuto in tutto il mondo. Fra il 1930 ed il 1935 Napoli era ancora da considerare la centrale europea dell’eleganza.L’artigianato trionfava. A Napoli c’erano i migliori sarti, sarte celebri, calzolai superiori a quelli inglesi”.

La sartoria napoletana è unica perché coniuga la perfezione artigianale del prodotto fatto a mano, da mani e menti napoletane, con uno stile aziendale, riconoscibile dal taglio.

In fine vorrei solo ricordare un pò di nomi che hanno fatto storia della sartoria mondiale: Kiton, Mariano Rubinacci, E. Marinella, Eddy Monetti, Mario Valentino, Isaia Napoli, Cesare Attolini, Mario Muscariello, Luigi Borrelli.

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Proprio come un vero ospedale, c’è chi aspetta il proprio turno, c’è una sala operatoria con una vecchia macchina per cucire e tutti i ferri del mestiere, forbici, uncini, aghi e spaghi vari.
Ma i pazienti non sono umani, ma bambole e  orsacchiotti di pezza e di plastica di tutti i generi e di tutte le età.
Stiamo parlando dell’Ospedale delle Bambole che si trova nel cuore di Napoli, in via San Biagio dei Librai 81, dal 1800.

Non è un museo, nonostante a visitarlo si trovino piccole damine ben vestite, bambolotti, bambole di porcellana, di panno, di celluloide, di carta e altri giocattoli antichi. Del resto non è neppure un negozio di antiquariato, perché troppo ricco di vita, dove esperti artigiani ricoverano ancora oggi giocattoli malati.

La sua storia sarà cominciata probabilmente con una balia maldestra a cui a fine Ottocento è scappata di mano una bambola. La donna con molta probabilità sarà passata in Via San Biagio dei Librai e si sarà fermata davanti alla bottega di Luigi Grasso, uno scenografo teatrale intento a realizzare l’allestimento del successivo spettacolo. Avrà visto l’artigiano concentrato a sistemare i dettagli delle sue scenografie speciali: marionette, burattini, pupazzi rivestiti o aggiustati, quando finivano ammaccati da qualche attore imbranato. La nostra balia avrà pensato allora di poter evitare una ramanzina, visto che le bambole sono molto simili ai pupi. Da allora il lavoro del piccolo ospedale non si è mai fermato, ha superato le generazioni, riparandone i giochi d’infanzia. Il maestro Grasso finiva infatti con il trovarsi in bottega pezzi di ricambi, bambole di ogni tipo e specie prodotte al mondo. Arrivavano al suo laboratorio richieste da tutta Europa: adulti legati a ricordi dell’infanzia, ma anche collezionisti alla ricerca di un affidabile artigiano.

Passeggiare per la piccolissima bottega al civico 81 non è il viaggio di un’introspezione nostalgica ma una piacevole promenade attraverso un arte  originale. Lontana dall’idea diffusa della casa di bambola (museo didattico e storico), questa piccola bottega è piuttosto un caotico piccolo ristoro, uno spazio dove si presta soccorso ai giocattoli, dove si può restare a guardare i medici all’opera. I pezzi raccolti sono stati messi insieme nel tempo, piccole adozioni dove prevalgono certamente i personaggi del teatro, antico amore di don Luigi, ma anche pastori del presepe settecentesco napoletano e Pulcinella in tutti i materiali possibili. Il piccolo Dolls Hospital è un laboratorio aperto tutto l’anno, dove Luigi, nipote del fondatore, e Tiziana, la figlia, riparano braccia e gambe rotte delle bambole di tutto il mondo, ne rinnovano gli abiti, ne oliano gli ingranaggi.

www.ospedaledellebambole.it

Via San Biagio dei Librai, 81
Tel (+39) 081 203067

Fonte dei video wikineapolis.com

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Per capire lo stile e le caratteristiche di una città basterebbe farsi un giro nel suo cimitero, da lì si capiscono tante cose… E proprio per questo che oggi dedico l’articolo di questo blog al Cimitero di Poggioreale, un vero e proprio museo a cielo aperto, per riscoprire un mondo popolato di statue e lapidi, troppo a lungo considerato soltanto come luogo di dolore e di rimpianto. Volti di marmo, tratti addolciti da un velo di polvere secolare.

Napoli, città di leggende e misteri, città esoterica con i sui tanti piccoli cimeteri nascosti e non, è anche la città con uno dei maggiori cimiteri di’Europa, lo storico Cimitero di Poggioreale. Ha una superfice di circa cinquanta ettari, disposti in maniera discontinua sul versante meridionale della omonima collina.

Il Cimitero di Poggioreale è formato da due parti, separate dalla via Santa Maria del Pianto, quella a valle con ingresso principale dalla Via Nuova Poggioreale nota come Cimitero Monumentale e quella a monte ovvero, Cimitero della Pietà e Cimitero Nuovissimo con ingresso dalla via Santa Maria del Pianto.

Merletti di pizzo scolpiti su pietra, mani congiunte in preghiera.
Lungi dall’essere un luogo cupo e macabro, il Cimitero Monumentale di Poggioreale ha tanto fascino da offrire a coloro che avranno la curiosità di visitarlo per ammirare una tale ricchezza di statue, storie e aneddoti curiosi da suscitare meraviglia.

Imponenti mausolei, monumenti consumati dal tempo, cappelle private e tombe intrise di storia si susseguono attraverso un percorso narrato, lasciando al visitatore una sensazione di piacevole subbuglio interiore, lì in mezzo a mille percezioni.

Indubbiamente il complesso più noto dell’intera area è il Cimitero Monumentale di grande valore storico e culturale per la preziosità delle sue tombe e delle sue statue, nonché per il gran numero di cappelle e chiese contenute al suo interno e per il Quadrato degli uomini illustri.
Infatti la fame di questo cimitero è dovuta anche alla presenza delle tombe del tenore Enrico Caruso, di Eduardo Scarpetta, Nino Taranto e del grande attore Totò.
Quest’ultimo continua a ricevere, sulla tomba che lo ospita, lettere di estimatori da ogni parte d’Italia che intestano così le missive al defunto: “Al Principe Antonio De Curtis, Cimitero del Pianto, Napoli“.
Le lettere vengono lasciate sul sepolcro in marmo bianco recante il suo inconfondibile profilo in altorilievo.

Il Monumentale è il più antico e fu progettato nel 1812 da Francesco Maresca e approvato da Gioacchino Murat ma gli eventi politici causati dalle guerre napoleoniche ne rallentarono la realizzazione.
Un forte impulso fu dato da Ferdinando II di Borbone che ne volle il compimento. Sotto la direzione degli architetti Ciro Cuciniello e Luigi Malesci, ripresi nel 1836 i lavori, fu inaugurato nel novembre 1837 con l’apertura di un’area distinta e discosta, prossima al Cimitero del Tredici, sulla via Nuova del Campo, destinata ai deceduti per l’epidemia di colera. Questo settore è conosciuto come Cimitero dei Colerosi e attualmente non è più in uso.

Sempre nella parte Monumentale abbiamo il quadrilatero degli Uomini illustri. L’area comprende 157 monumenti suddivisi in 7 isole. Infatti non esiste un Famedio che accolga i personaggi ma sepolture singole. Pur nella notevole eterogeneità di stili e dimensioni, l’insieme è di grande suggestione e invito a visitare questo luogo di forte suggestione emotiva.

Fra le personalità di spicco qui sepolte figurano:

Carlo Forte, ingegnere economista, compositore
Benedetto Croce, filosofo, politico (tomba esterna, nelle immediate vicinanze dell’ingresso, essendo l’area satura),
Salvatore Di Giacomo, poeta e scrittore
Raffaele Viviani, drammaturgo.
Benedetto Cairoli politico
Carlo Pisacane (Monumento)
E. A. Mario, autore, fra l’altro, de La leggenda del Piave
Luigi Settembrini letterato e politico
Francesco De Sanctis, letterato e politico
Vincenzo Gemito, scultore
Giovanni Amendola, politico
Nicola Antonio Zingarelli, musicista
Saverio Mercadante, musicista
Luigi Giura, ingegnere cui si deve il magnifico Ponte “Real Ferdinando” sul Garigliano, primo esempio del genere in Europa (Gran Bretagna esclusa)
Sigismund Thalberg, musicista

Esiste anche un laboratorio di archeologia sperimentale insolitaguida.it che organizza visite guidate di una Napoli poco convenzionale, tra cui al Cimitero di Poggioreale.

Sito web: http://www.insolitaguida.it/cimitero_poggioreale.html

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Non si può non lasciarsi sedurre da questa fusione di piante e meraviglie architettoniche.
La maggior parte di queste per un po’ si saranno domandate dov’erano finite: sarà stato quantomeno complicato per l’australiana Araucaria bidwillii, l’americana Cordia martinicensis, e la rara e asiatica Pistacia ambientarsi in una nuova città. Stessa difficoltà per quelle legate alle regioni tropicali e subtropicali, come il Corynocarpus levigato o il Pilocarpus pennatifolius, usato in medicina come antidoto agli avvelenamenti da belladonna o atropina (possibilità tutt’altro che remota se nel XVIII secolo fu istituita a Napoli una vera e propria Giunta dei Veleni!) 

Continuando a girare si scoprono le piante della macchia Mediterranea, sistemate nell’originaria ellisse, rimasta inalterata.  Al bordo dell’aiuola vi è la statua di Domenico Cirillo, medico e botanico napoletano, oltre che martire della Rivoluzione Napoletana. Tra le piante arboree si riconoscono: la quercia da sughero e l’oleastro; tra le specie arbustive:il mirto, il lentisco, il corbezzolo; tra le rampicanti il caprifoglio.  C’è perfino la ginestra odorosa che salvò Leopardi dal pessimismo cosmico e tutti noi da una grande tristezza. Se risultano decisamente sorprendenti per le dimensioni mastodontiche, la Phytolacca dioica, il Ficus magnolioides e la Yucca elephantipes, ha sicuramente qualcosa da dire anche la collezione di Orchidaceae che comprende fiori viventi allo stato spontaneo, bellissime e selvagge.

Nella sezione paleobotanica poi, la cosa si fa seria.
Sono qui raccolti fossili di piante utilizzati come  base per la descrizione delle forme vegetali che sono comparse sul nostro pianeta. La sezione dedicata all’Etnobotanica, che occupa le tre sale successive, offre anche una selezione di oggetti costruiti con materiale vegetale. Armi da caccia e da pesca dell’Amazzonia, con frecce avvelenate al curaro e dardi per cerbottane. Per ben custodire le armi, alcuni usano faretre diverse: fusti di bambù chiusi da tappi di pelliccia, altri adoperano foglie essiccate legate con lacci in fibra vegetale. Si può scoprire che esistono punte di frecce inimmaginabili: lanceolate in bambù, per animali si grossa taglia; arpionate in legno e osso, per pesci e uccelli; appuntite e trattate con curaro, per animali arboricoli. La cattura di quegli uccelli destinati a rituali cerimoniali, dal piumaggio colorato, avviene poi con punte arrotondate in bambù che mantengono intatte le piume per la colorazione del corpo, di arredi e di armi. Si possono osservare diversi strumenti musicali tra cui alcuni liuti, flauti, tamburi, tutti in materiale vegetale, eccetto le membrane di serpente destinate ai tamburi. Il più affascinante è il liuto, nato da un unico blocco di legno di palma o bambù. Lo strumento a corda più popolare presso i Pala‘wan delle Filippine è il kudlang, chiamato anche kudjapi o pakat. Un liuto a due corde con stilizzazioni zoomorfiche (teste di gallo, uccelli, ma anche pesci ed altre figure). Non si può perdere assolutamente la “zona survivor” con piante sottoposte ad ambienti limite per la vita vegetale, per guardare sadicamente i faticosi adattamenti delle piante in habitat estremi come la spiaggia, la torbiera e la roccaglia.

Meravigliosa infine l’area del Palmeto, con alcuni tipici esponenti della famiglia come Washingtonia robusta o Jubaea spectabilis. Gli stessi che è facile riconoscere in giro per la città. Secondo una moda in voga nel seicento, arrivarono nella capitale straordinari esemplari di piante esotiche piantati per le strade e nelle ville aristocratiche. Molte non attecchirono altre sono in ottima forma ancora adesso. Per quanto il buon Ferdinando IV prima, e Giuseppe Bonaparte nel 1807 poi, avessero immaginato questo Real Giardino delle Piante per istruzione del pubblico, la maggior parte dei visitatori cerca spazi di ristoro o di passeggio. E perfino gli studenti, iscritti alla facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali della Federico II, si mimetizzano molto facilmente, nonostante appunti, libroni e aria modicamente componente.

Proprio qualche giorno fà si è inaugurato all’interno dell’Orto Botanico di via Foria, il primo museo italiano tattile ed olfattivo dedicato ai non vedenti. In esposizione oltre 50 esemplari con caratteristiche facilmente percepibili al tatto e all’olfatto. L’itinerario è corredato da pannelli in caratteri braille.

Via Foria 223
80139 Napoli
Tel (+39) 081 449759
Fax: (+39) 081 295351
www.ortobotanico.unina.it

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Caffé, caffé e sempre e solo caffé, ogni scusa è buona per fare la pausa per gustare un buon caffé.
A casa o al bar, e per molti napoletani la giornata non comincia se non si prende un caffé come si deve.

Ogni volta che si prende il caffè a Napoli si compie un rito, si gode un privilegio che sembra brutto a tenersi solo per sé, quindi si lascia sempre una moneta sul bancone del bar come segno di un altro caffé già pagato o per un amico che passerà a prenderlo. 

Ufficialmente, tra le caratteristiche imprescindibili, il caffè deve avere le quattro C : carico, caldo, comodo e corto; anche se, secondo quanto è scritto sul muro del bar dietro al conservatorio, sarebbero: comme cazz coce, bevuto in piedi tra musicisti trafelati che, nonostante il ritardo, non rinunciano alla tazzulella e alla veloce chiacchierata. (continua…)

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A Napoli tutto è sempre tradizione, quindi come non può esserlo il carnevale con la sua antica storia e con il suo vecchio pulcinella.
Con le sua tipica cucina: chiacchiere, sanguinaccio, lasagna, migliacci dolci, migliacci salati, che in fondo a quest’articolo troverete le ricette di come si faceva una volta.

Le prime notizie del Carnevale napoletano ci giungono attraverso l’opera di Giovan Battista del Tufo,che era un nobile napoletano che inserì nel suo “Ritratto o modello delle grandezze, delle letizie e meraviglie della nobilissima città di Napoli” una serie di poesie che riguardavano anche il Carnevale napoletano e che facevano riferimento a cavalieri ben vestiti e a piccoli carri.
I Napoletani, un tempo non troppo lontano, erano dediti a dare maggiore risalto al “Loro” personalissimo carnevale settembrino, con i famosi carri allegorici della Piedigrotta, una festa voluta dai regnanti Borboni, e perché no anche da alcuni piatti tipici che si potevano gustare in questo periodo dell’anno. La cucina napoletana carnevalesca è varia, divertente, colorata e va dalla preparazione di alcuni dolci tradizionali alla realizzazione di alcuni piatti davvero unici. (continua…)

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grandenapoli-scatole

Hai litigato con la tua ragazza e vuoi far pace? Vuoi fare una sorpresa alla mamma? Stupire ad una ricorrenza? A Napoli si può fare con un dolce risveglio, grazie all’invenzione di un napoletano, la colazione a domicilio con scatole personalizzate. Le forme sono tante: cuori, bauli, ovali, cartoon, libri, etc., e altrettante sono le scritte sopra: auguri, c’è posta per te, ti amo, io e te 3 metri sopra il cielo, si può scrivere ciò che si vuole, di tutti i colori.

A Napoli questa novità è di moda, basta entrare in un bar, scegliere la scatola, dare l’orario e l’indirizzo della cosegna e la sorpresa è fatta.

Queste fantastiche scatole sono in vendita su uno degli shop online più particolari mai visti arteinbox.it 

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Ci seppellivano i morti extra moenia. Soprattutto quelli della peste del 1656 e quelli del colera del 1865. Epidemie tragiche che decimarono la città e riempirono l’antica cava di tufo di resti anonimi, di corpi senza identità a cui dare sepoltura comune. Si pensava a salvare i vivi, e si abbandonarono i legami con i morti, perdendo il lutto privato della perdita.
Un bel respiro prima d’entrare, nel cimitero nascosto nel cuore della Sanità: qui si refriscano ll’anem ‘o Priatorio: quarantamila cape ‘è morte, teschi allineati e impilati, innumerevoli resti anonimicompressi sotto il piano di calpestio; ossa per almeno quattro metri di profondità.

Entrando ci si fa il segno della croce, si tocca un teschio, si aspetta come se dovesse arrivare una particolare energia. Le cave sono umide, le capuzzelle sudano acqua purificante, emanazione dell’Aldilà, si dice.
Qualcuna si fa riconoscere subito, qualcun’altra aspetta di venire in sogno. Cercano la pace che solo le preghiere di chi è in terra può dare. Anime pezzentelle, poverelle, ma non basta ancora, bisogna ripeterselo in mente finché non si sprigionatutta la pietà che tiene dentro: l’abbandono, la dimenticanza, quel senso disperato di misericordiosa partecipazione. L’adozione è umana oltre che religiosa, un rito di compassione.

Il rapporto della città di Napoli con la morte è un interrogartivo che sorge a ogni angolo. A Napoli la morte è l’altra faccia della vita: non si scaccia, ci si allea per averne vantaggio.
Le anime purganti sono il legame con l’aldilà, quelle che guidano e proteggono chi è ancora in vita.
Il silenzio, l’enormità degli spazi illuminati da una luce avvolgente, la litania delle preghiere: sembra di trovarsi protagonisti di una tragedia greca. Fasci di luce generati dalle poche fessure si stagliano in maniera magistrale sui corpi, sottolineando i pochi dettagli e lasciando in un tetro chiaroscuro tutto il resto.

Il ramo centrale di questa suggestiva cava è ben illuminato e mette in risalto l’altare delle tre croci, la statua di San Vincenzo e la picola cappella. Appaiono in ombra le ossa degli appestati e i banchi delle preghiere. Ai piedi di San Gaetano avanzi di due corpi e un pezzo di leggenza. Uno sposo scettico, una sposa sfortunata e un capitano che compare al banchetto e li fa morire tutti di paura.
Resti senza storia e senza nomi, tranne che per due, Filippo Carafa, conte di Cerreto dei duchi di Maddaloni, e di sua moglie, che la credenza popolare vuole soffocata per uno gnocco. Li si distingue facilmente, sono gli unici di cui resta l’intero scheletro, vestiti e deposti nelle bara.

 
Per informazioni:o
Osservatorio Turistico  081/2471123 oppure direttamente al sito allo 081/5490368

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Un pò di storia

Dalle colline oggi chiamate “Colli Aminei” partivano quattro impluvi i quali, incidendo il tufo, lo mettevano a nudo creando dei veri e propri valloni, attraverso cui trovava recapito la cosiddetta “Lava dei Vergini”, colate di fango e detriti provenienti dall’erosione della coltre piroclastica che ammanta le colline circostanti.

La “lava dei vergini” per millenni ha eroso il vallone delle Fontanelle e della Sanità, creando le condizioni ottimali per l’estrazione del tufo che le leggi del ’600, le prammatiche, vietavano di cavare “intra moenia” per cui lo si prelevava “extra moenia” proprio in questa zona. La stessa strada, Via Fontanelle, rappresenta il vecchio impluvio sulle sponde del quale sono dislocate numerose cave che, fino al secolo scorso, hanno fornito i materiali da costruzione per l’attività edilizia di tutta la città e che oggi sono adibite ad usi più disparati: deposito di ulive, vetrerie, lavorazione di cioccolata, marmi, garages, cantine.

A metà del XVI secolo, la lava provocò un’enorme voragine nella strada delle Fontanelle, per cui si ordinò ai “salmatari di riempire la stessa con sfabbricatura”; questa notizia ci fa capire che già a quel tempo le Fontanelle erano praticate dai salmatari. All’epoca i morti venivano interrati nelle chiese, dove però non c’era più posto per cui i salmatari, di notte, li disseppellivano e li scaricavano nelle vecchie cave abbandonate. A seguito dell’ennesima alluvione, dalle cave fuoriuscirono molte salme e si racconta che gli abitanti della Sanità non uscivano di casa per non riconoscere i propri morti. Fu ordinato, quindi, ai salmatari ricomporli nell’ultima cava.

L’origine di questo ossario, però, si fa risalire al XVI secolo quando la città fu flagellata da tre rivolte popolari, tre carestie tre terremoti, cinque eruzioni del Vesuvio e tre epidemie e, essendo il luogo isolato, fu qui che vennero raccolti i cadaveri delle vittime. Micidiale fu la pestilenza del 1656, per cui i muri che chiudevano le cave furono di nuovo abbattuti e le stesse cave, secondo alcuni, accolsero 250.000 cadaveri su una popolazione 400.000 abitanti e, secondo altri, addirittura 300.000. L’architetto Carlo Praus racconta che nel 1764, “epoca memoranda di una esterminatrice carestia”, il Cimitero delle Fontanelle fu destinato dal Comitato di Pubblica Sanità a seppellire le salme della bassa popolazione, che non trovavano posto nelle pubbliche sepolture delle chiese all’interno della Città. Ed ancora il Praus, a seguito dell’editto di Saint-Cloud del giugno 1804, presenta nel 1810 un progetto per la costruzione di un vasto camposanto mediante l’ampliamento dell’antica necropoli delle Fontanelle.

Nel 1837, per provvedimento del Consiglio Sanitario, in seguito all’invasione del “colera morbu”, furono portati in questo cimitero altre salme. Nello stesso anno, essendo stato ordinato di togliere gli ossami da tutti i cimiteri delle parrocchie e delle confraternite e di portarli nell’Ossario delle Fontanelle, un gran numero di carri, scortati da confratelli e guardie, trasportarono in queste grotte cataste di resti mortali. Il cimitero rimase abbandonato fino al 1872, quando il parroco della chiesa di Materdei, Don Gaetano Barbati, con l’aiuto di popolane mise in ordine le ossa nello stato in cui ancora oggi si vedono e tutte anonime, ad eccezione di due scheletri: quello di Filippo Carafa Conte di Cerreto dei Duchi di Maddaloni, morto il 17 luglio 1797 e di Donna Margherita Petrucci nata Azzoni morta il 5 ottobre 1795; entrambi riposano in bare protetti da vetri.

Il corpo di Donna Margherita è mummificato ed il teschio ha la bocca spalancata come di chi sta per vomitare, per cui si dice che la nobildonna sia morta strangolata da uno gnocco. Nell’ordinare le ossa furono messe nella navata retrostante la chiesa quelle provenienti dalle parrocchie e dalle congreghe, per cui essa fu detta “navata dei preti”; la centrale fu chiamata “navata degli appestati” perché in essa erano stati sotterrati questi morti. L’ultima è la “navata dei pezzentelli” perché qui furono accomodate le ossa della gente povera. Così il cimitero entrò nel costume cittadino. Oggi, è insieme un luogo di culto e di macabro fascino, in cui si concentrano anche molte leggende e racconti di miracoli

 

Gli anedotti

Il culto delle anime del Purgatorio · l’Anime Pezzentelle
Nel documento del canonico e archeologo Andrea De Jorio, vi è gia preciso riferimento alla trasformazione della cava a luogo di culto, (“….fu costruito un muro ed un altare…”) avvenuto verso la fine del 1700. Dalla metà del1800 circa, un gruppo di popolane del rione Sanità, denominate “e’ maste”, riordinò tutti i resti mortali ammassati disordinatamente all’interno della cavità nel corso delle varie epoche. Tutte le ossa furono disposte in una sorta di “pietas popolare” a ridosso delle pareti tufacee seguendo scemi e raggruppamenti ben precisi. Questa sistemazione è ricordata con una lapide all’esterno della chiesa di Maria S.S. del Carmine realizzata alla fine dell’800 e tende a ricordare tutti coloro che morirono in occasione delle pestilenza, in povertà o nelle carceri e classificati pertanto come resti mortali “anonimi”.

A guidare e coordinare i fedeli nella opera di sistemazione dei resti mortali è stato il canonico Gaetano Barbati, fondatore e promotore di un’Opera pia per il suffragio delle “anime in pena”. Nel marzo del 1872 il cimitero delle Fontanelle venne aperto al pubblico e le chiavi dal Municipio vennero consegnate al parroco di Materdei. Grazie a Barbati e al Cardinale Sisto Riario Sforza fu istituita un’Opera di suffragio ai defunti nel detto cimitero”…adibendo a chiesa provvisoria la prima cava, sgombrata all’uopo dagli ossami con gran concorso di popolo …”. Il 13 maggio 1877 fu celebrata nel cimitero una prima manifestazione religiosa alla presenza del Cardinale Sforza che prese parte anche alla processione che seguì il detto rito di pietà ed espiazione. 
 
Dal 1884, anno in cui fu terminato il riordino dei resti umani, la “pietas popolare” napoletana si è rivolta alle “ossa e crani anonimi” con devozione religiosa familiare, con un culto che spesso richiama arcaiche tradizioni di tipo pagano. Alle anime in pena si rivolgevano amorevoli cure e suffragi, garantendo loro il cosiddetto “refrisco”. Questo “refrigerio” sarebbe poi stato successivamente ricambiato con l’intercessione dell’anime in pena per la protezione del fedele nei momenti di bisogno. I napoletani, in un clima di venerazione e culto anonimo, iniziarono dunque ad esprimere la propria devozione verso un ideale diverso dalla santità.
 
La devozione spinta fino all’ “adozione” del teschio e la collocazione di immaginette votive e messaggi scritti all’interno dei reliquari esprimeva una forma di equilibrio tra il culto dei Santi e la devozione popolare delle anime del purgatorio. Il grande numero di urne devozionali site nel Cimitero delle Fontanelle rappresentano i ringraziamenti dei fedeli per le grazie ottenute con l’intercessione delle anime in pena. Le “Maste”, ossia le popolane-devote alle quali la tradizione locale aveva attribuito una particolare sensibilità per il culto delle anime purganti, hanno aiutato migliaia di fedeli nella ricerca delle anime particolarmente bisognose di cure e preghiere. All’interno del cimitero si snodavano le processioni religiose, e venivano recitate le caratteristiche “giaculatorie e litanie” per le anime in pena, tra le tante una:

Anime sante, anime purganti,
Io son sola e vuie siete tante
Andate avanti al mio Signore
e raccontateci tutti i miei dolori
Prima che s’oscura questa santa giornata
da Dio voglio essere consolata.
Pietoso mio Dio col sangue Tuo redento
a tutte le anime del Purgatorio salutammelle a tutti i momenti,
Eterno Riposo

 
Le leggende
 
In un ambiente cosi suggestivo e magico non potevano non nascere le varie personificazioni delle “anime pezzentelle”. Ecco dunque nascere la figura di Lucia, una giovinetta morta subito prima del matrimonio o, le presenze di uomini morti in guerra, principesse cavalieri. Talvolta poi, i teschi hanno una storia e un nome trasmessi attraverso racconti tramandatisi nel tempo; è il caso del “monaco” (o’ capa e Pascale) in grado di far conoscere i numeri vincenti al gioco del lotto, quella del “capitano”, figura di riferimento emblematica del cimitero delle fontanelle o quella di “donna Concetta” nota più propriamente come “a’ capa che suda”. Altro aspetto significativo è legato alle leggende sulle storie dei bambini in particolare quella di “Pasqualino”.

 
“Io ero ciò che tu sei; tu sarai ciò che io sono”
La Morte
 
Suggestiva è la pratica delle adozioni di alcuni teschi che, di solito, venivano messi in teche e venerati o per grazia ricevuta o per voto o per fede. Nacquero così numerose storielle, tra cui quelle già ricordate dei due teschi che sudano e quella del Capitano.
Questo teschio era stato adottato da una povera ragazza, ad esso ella rivolge tutte le sue cure e preghiere, supplicandolo perché le facesse trovare marito. Così avvenne e, prima di andare all’altare, la giovane volle ringraziare il teschio per la grazia ricevuta. Il giorno delle nozze tutti erano attirati dalla presenza in chiesa di uno strano tipo vestito da soldato spagnolo; questi, al passaggio degli sposi, sorrise alla ragazza e le fece l’occhiolino. Il marito, ingelosito, lo affrontò e lo colpì ad un occipite con un pugno.
Tornata dal viaggio di nozze, la giovane si recò subito al cimitero per ringraziare ancora il suo teschio e lo trovò con una delle orbite completamente nera. Si gridò al miracolo ed il teschio in questione fu indicato come il “Teschio del Capitano”.
In seguito gli furono attribuiti anche altri miracoli.

Alcuni messaggi rinvenuti nei teschi
Anima bella venitemi in sogno e fatemi sapere come vi chiamate.
Fatemi la grazia di farmi uscire la mia serie della cartella
Nazionale. Anima bella fatemi questa grazia, a buon rendere…

Napoli 3/4/1944
La famiglia dell’Aviere Lista Ciro trovandosi senza notizie di suo figlio da pochi
giorni dopo l’Armistizio e quindi sono otto mesi ed essendo devota di voi aspetta
con tanta fede da voi la bella grazia.

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C’è una lunga discussione che va avanti dalla fine dell’Ottocento tra le statue del Palazzo Reale di Napoli.
Carlo V d’Asburgo, indicando una pozza d’acqua a terra esclamò: chi a fatto pipi qui a terra?. Carlo III di Borbone risponde: “Io non ne so niente“, mentre Gioacchino Murat ribatte: “sono stato io, e allora?”. A questo punto, l’intervento di Vittorio Emanuele II è il più drastico, sguaina la spada e urla: “ora te lo taglio (eviriamolo)”.

Queste straordinarie statue, ormai hanno un ruolo importante nella città di Napoli, sono opere che vivono in città, con la città. Si trovano a Piazza del Plebiscito, dove spesso si possono ammirare anche piccoli scugnizzi giocare a pallone, in fondo anche la storiella sottolinea l’aspetto umano dei regnanti eliminando ogni alone di sovrana regalità.

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