Il blog sulla grande città di Napoli – Novità e Curiosità

Di quanti colori è la città di Napoli? Un’esplosione di rossi, verdi e gialli, e una lunga crepa imponente che l’attraversa nel mezzo. Intorno è azzurro, tutto azzurro, tanto che abbraccia la città, questo splendido scorcio, come una cornice. Affacciati dal balcone di San Martino si ha la città ai propri piedi e la sensazione che ad allungare la mano qualcosa si possa toccare. Magari la guglia del Gesù Nuovo o il campanile della Madonna del Carmine.

Può succedere che si riesca a sfiorare il tetto verdissimo di Santa Chiara o a spingere un po’ più in là lo scempio inguardabile del Centro Direzionale. Si scorgono i rossi elegantissimi del Museo Archeologico e dei palazzi che li stanno accanto, o i gialli luminosi del corso Vittorio Emanuele. Con un po’ di fantasia la mente ci porta in giro tra quelle viuzze, strade che a guardarle ricordano linee attorcigliate, si scendono i gradini della Pedamentina, si fa il giro dell’anello di piazza Sannazaro.

Spaccanapoli è certamente la visione più suggestiva, sembra un’esigenza d’ordine, un modo educato per dividere un pezzo della città dall’altro: ai piedi della montagna del Vomero c’è il rione della Pignasecca, lo stretto budello che porta a Via Roma, San Domenico Maggiore, San Gregorio Armeno, Via Duomo, fino alle spalle di Castel Capuano, in corrispondenza della stazione centrale. Si vede chiaramente la coloratissima cupola maiolicata di San Pietro Martire dietro l’università, ma più di tutto, come non distinguere Capodimonte o lo splendido Castello Angioino, il Maschio con le fortificazioni turrite in tufo e piperno.

Se potessimo affacciarci meglio vedremmo il perfetto cortile quadrangolare e la cicatrice che mostra su un fianco. Non fu una palla di cannone, ma una scheggia di nave. Un pezzo della  “Caterina Costa”, la nave saltata in aria nel ’43.

Pizzofalcone  incombe alle spalle di Piazza Plebiscito, che da quassù sembra un ferro di cavallo o un gigantesco teatro all’aperto con enormi quinte naturali. Napoli è tutta lì. O tutta qui , in un plastico perfetto allestito a posta a beneficio di un osservatore appassionato ed esigente.

La distesa di tetti è protetta alle nostre spalle dal minaccioso Castel Sant’Elmo, progetto di Roberto d’Angiò del 1300. Accanto il paradiso in terra, la Certosa di San Martino. Due giganti che convivono, collegati da segreti, misteri e un lungo corridoio che non si è mai scoperto…  Tanto bellico l’uno quanto serafica e pacifica l’altra. E pensare che nel 1943 a salvare la fortezza fu una lacrima : i tedeschi in ritirata ne decisero l’abbattimento con più di 10 casse di dinamite , a farli desistere furono il pianto e le suppliche di una donna svizzera, vedova di un italiano.
Fonte dell’articolo: 101 cose da fare a Napoli almeno 1 volta nella vita.

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Ciò che caratterizza la calssica cartolina di Napoli è senza dubbio il mitico Castel dell’Ovo, elemnto che spicca maggiormente nel celebre panorama del Golfo.

Il Castel dell’Ovo sorge imponente sull’antico Isolotto di Magaride. Una delle più fantasiose leggende napoletane farebbe risalire il suo nome all’uovo che Virgilio avrebbe nascosto all’interno di una gabbia nei sotterranei del castello. Il luogo ove era conservato l’uovo, fu chiuso da pesanti serrature e tenuto segreto poiché da ” quell’ovo pendevano tutti li facti e la fortuna dil Castel Marino”

Da quel momento il destino del Castello, unitamente a quello dell’intera città di Napoli, è stato legato a quello dell’uovo. Le cronache riportano che, al tempo della regina Giovanna I, il castello subì ingenti danni a causa del crollo dell’arcone che unisce i due scogli sul quale esso è costruito e la Regina fu costretta a dichiarare solennemente di aver provveduto a sostituire l’uovo per evitare che in città si diffondesse il panico per timore di nuove e più gravi sciagure.

Un pò di storia

Sorge sull’isolotto di Megaride, costituito da due scogli uniti tra di loro da un grande arcone. Su questo isolotto sbarcarono i Cumani (di origine greco-euboica) a metà VII secolo a.C. per poi fondare sul retrostante Monte Echia la città (o, quanto meno, un organizzato centro abitato) di Partenope, di cui nel 1949 è stata scoperta la necropoli in Via Nicotera 10, mentre si stavano scavando le fondazioni per la costruzione di un edificio che ha sostituito un altro distrutto dai bombardamenti dell’ultima guerra.
 
Sull’isolotto e sul Monte Echia, nel I secolo a.C., durante la dominazione romana, fu costruita la celebre villa di Lucio Licinio Lucullo, che, probabilmente, si estendeva con giardini e fontane fino all’attuale Piazza Municipio, come sembra dimostrare una struttura riportata alla luce dai recenti scavi sotto Castelnuovo.

  
Della ricordata villa rimangono i rocchi delle colonne nella cosiddetta “Sala delle Colonne” che, durante l’alto Medio Evo, fu adibita a refettorio di uno dei conventi che furono costruiti sull’isolotto e i resti di un ninfeo sulla terrazza di Monte Echia.

(continua…)

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L’acqua di Napoli ha un qualcosa di magico, oltre a venire più buono il caffè e la pizza vengono anche meglio le statue di ghiaccio. E’ l’unico al mondo e nasce in una città calda come Napoli.

Rigorosamente acqua di Serino: “Schietta fresca, spumante acqua di Serino, vanto di Napoli, salvazione di Napoli, lavacro interiore, lavacro esteriore” ne diceva Matilde Serao e ne dice probabilmente anche Achille Mazzella, Presidente dell’AISG,  associazione scultori di ghiaccio, a capo di un team di artisti internazionale che ha inaugurato a Napoli il primo Ice Art gallery del mondo.

Bisogna coprirsi per bene prima di scendere a meno sette gradi in via Denza 6, un vicolo del corso Umberto. 120 metri quadri, 80 tonnellate di maestose opere d’arte illuminate da un’avvolgente luce blu, di quella che rifrange i riflessi dell’acqua creando uno spettacolo emozionante, nonostante il cuore algido del museo.

La visita dura venti minuti, promenade attraverso un igloo tecnologico, a contemplare le meraviglie di un’arte antica nata in Russia, che ha fatto lentamente il giro del mondo con gare e competizioni, diventando nel 2006 disciplina ufficiale alle Olimpiadi Invernali di Torino: quaranta scultori in rappresentanza di ventiquattro nazioni. Il laboratorio è dinamico, si rinnova ogni stagione, cambiando continuamente il tema delle esposizioni.

(continua…)

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Non conoscevo questa usanza, l’ho scoperta leggendo un libro sulle curiosità di Napoli, vedere gli aerei dietro Capodichino. L’aeroporto di Capodichino è immerso nella città, spessissimo si vedono ali che tagliano il cielo, talmente vicine da distinguere il colore delle bande. Il nome della compagnia sul fianco. Talmente a portata di mano da attaccargli sulla coda un messaggio, come si farebbe con una bottiglia nel mare, alle spalle, dietro la pista, si assiste ogni giorno a decine di decolli e atterraggi. Si tutto lo spettacolo si preferiscono gli atterraggi, sono quelli che fanno esplodere gridolini e applausi entusiasti. L’aereo passa sulla testa, gli si può guardare la pancia piatta e affusolata, il rumore è assordante, da tapparsi le orecchie; una folata di vento lo anticipa.

L’atterraggio è uno spettacolo da imparare a memoria. Si vedono bambini con il naso per aria, a cavalcioni sui padri ipnotizzati, c’è chi scatta fotografie e chi fa video. Un gippone militare ogni quarto d’ora passa e sfolla. Qui non si può stare. Qualcuno si fa un giro per tornare a parcheggiare, qualcun altro va via. Molti arrivano. Dietro queste grate la città scopre di non appartenere non solo alla leggenda degli uomini pesce.

Un rapporto poco conosciuto quello tra Napoli e il cielo, nonostante la Campania conti oltre 60 aziende aerospaziali e più di 10.000 addetti. Parenti lontani degli enormi capannoni nei primi del 900, le prime fabbriche e le cotonerie a Poggioreale, le mani delle operai che intessevano la tela dei rivestimenti alari e gli ingombri dei componenti che necessitavano lavorazione all’aperto. Napoli come la California, tra le patrie mondiali del volo. Un clima caldo che offre un cielo terso, disponibile a qualunque sperimentazione. Niente pioggia, vento e nebbie; solo mare, monti, colline e pianure da sorvolare.

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Non si può non lasciarsi sedurre da questa fusione di piante e meraviglie architettoniche.
La maggior parte di queste per un po’ si saranno domandate dov’erano finite: sarà stato quantomeno complicato per l’australiana Araucaria bidwillii, l’americana Cordia martinicensis, e la rara e asiatica Pistacia ambientarsi in una nuova città. Stessa difficoltà per quelle legate alle regioni tropicali e subtropicali, come il Corynocarpus levigato o il Pilocarpus pennatifolius, usato in medicina come antidoto agli avvelenamenti da belladonna o atropina (possibilità tutt’altro che remota se nel XVIII secolo fu istituita a Napoli una vera e propria Giunta dei Veleni!) 

Continuando a girare si scoprono le piante della macchia Mediterranea, sistemate nell’originaria ellisse, rimasta inalterata.  Al bordo dell’aiuola vi è la statua di Domenico Cirillo, medico e botanico napoletano, oltre che martire della Rivoluzione Napoletana. Tra le piante arboree si riconoscono: la quercia da sughero e l’oleastro; tra le specie arbustive:il mirto, il lentisco, il corbezzolo; tra le rampicanti il caprifoglio.  C’è perfino la ginestra odorosa che salvò Leopardi dal pessimismo cosmico e tutti noi da una grande tristezza. Se risultano decisamente sorprendenti per le dimensioni mastodontiche, la Phytolacca dioica, il Ficus magnolioides e la Yucca elephantipes, ha sicuramente qualcosa da dire anche la collezione di Orchidaceae che comprende fiori viventi allo stato spontaneo, bellissime e selvagge.

Nella sezione paleobotanica poi, la cosa si fa seria.
Sono qui raccolti fossili di piante utilizzati come  base per la descrizione delle forme vegetali che sono comparse sul nostro pianeta. La sezione dedicata all’Etnobotanica, che occupa le tre sale successive, offre anche una selezione di oggetti costruiti con materiale vegetale. Armi da caccia e da pesca dell’Amazzonia, con frecce avvelenate al curaro e dardi per cerbottane. Per ben custodire le armi, alcuni usano faretre diverse: fusti di bambù chiusi da tappi di pelliccia, altri adoperano foglie essiccate legate con lacci in fibra vegetale. Si può scoprire che esistono punte di frecce inimmaginabili: lanceolate in bambù, per animali si grossa taglia; arpionate in legno e osso, per pesci e uccelli; appuntite e trattate con curaro, per animali arboricoli. La cattura di quegli uccelli destinati a rituali cerimoniali, dal piumaggio colorato, avviene poi con punte arrotondate in bambù che mantengono intatte le piume per la colorazione del corpo, di arredi e di armi. Si possono osservare diversi strumenti musicali tra cui alcuni liuti, flauti, tamburi, tutti in materiale vegetale, eccetto le membrane di serpente destinate ai tamburi. Il più affascinante è il liuto, nato da un unico blocco di legno di palma o bambù. Lo strumento a corda più popolare presso i Pala‘wan delle Filippine è il kudlang, chiamato anche kudjapi o pakat. Un liuto a due corde con stilizzazioni zoomorfiche (teste di gallo, uccelli, ma anche pesci ed altre figure). Non si può perdere assolutamente la “zona survivor” con piante sottoposte ad ambienti limite per la vita vegetale, per guardare sadicamente i faticosi adattamenti delle piante in habitat estremi come la spiaggia, la torbiera e la roccaglia.

Meravigliosa infine l’area del Palmeto, con alcuni tipici esponenti della famiglia come Washingtonia robusta o Jubaea spectabilis. Gli stessi che è facile riconoscere in giro per la città. Secondo una moda in voga nel seicento, arrivarono nella capitale straordinari esemplari di piante esotiche piantati per le strade e nelle ville aristocratiche. Molte non attecchirono altre sono in ottima forma ancora adesso. Per quanto il buon Ferdinando IV prima, e Giuseppe Bonaparte nel 1807 poi, avessero immaginato questo Real Giardino delle Piante per istruzione del pubblico, la maggior parte dei visitatori cerca spazi di ristoro o di passeggio. E perfino gli studenti, iscritti alla facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali della Federico II, si mimetizzano molto facilmente, nonostante appunti, libroni e aria modicamente componente.

Proprio qualche giorno fà si è inaugurato all’interno dell’Orto Botanico di via Foria, il primo museo italiano tattile ed olfattivo dedicato ai non vedenti. In esposizione oltre 50 esemplari con caratteristiche facilmente percepibili al tatto e all’olfatto. L’itinerario è corredato da pannelli in caratteri braille.

Via Foria 223
80139 Napoli
Tel (+39) 081 449759
Fax: (+39) 081 295351
www.ortobotanico.unina.it

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Ci seppellivano i morti extra moenia. Soprattutto quelli della peste del 1656 e quelli del colera del 1865. Epidemie tragiche che decimarono la città e riempirono l’antica cava di tufo di resti anonimi, di corpi senza identità a cui dare sepoltura comune. Si pensava a salvare i vivi, e si abbandonarono i legami con i morti, perdendo il lutto privato della perdita.
Un bel respiro prima d’entrare, nel cimitero nascosto nel cuore della Sanità: qui si refriscano ll’anem ‘o Priatorio: quarantamila cape ‘è morte, teschi allineati e impilati, innumerevoli resti anonimicompressi sotto il piano di calpestio; ossa per almeno quattro metri di profondità.

Entrando ci si fa il segno della croce, si tocca un teschio, si aspetta come se dovesse arrivare una particolare energia. Le cave sono umide, le capuzzelle sudano acqua purificante, emanazione dell’Aldilà, si dice.
Qualcuna si fa riconoscere subito, qualcun’altra aspetta di venire in sogno. Cercano la pace che solo le preghiere di chi è in terra può dare. Anime pezzentelle, poverelle, ma non basta ancora, bisogna ripeterselo in mente finché non si sprigionatutta la pietà che tiene dentro: l’abbandono, la dimenticanza, quel senso disperato di misericordiosa partecipazione. L’adozione è umana oltre che religiosa, un rito di compassione.

Il rapporto della città di Napoli con la morte è un interrogartivo che sorge a ogni angolo. A Napoli la morte è l’altra faccia della vita: non si scaccia, ci si allea per averne vantaggio.
Le anime purganti sono il legame con l’aldilà, quelle che guidano e proteggono chi è ancora in vita.
Il silenzio, l’enormità degli spazi illuminati da una luce avvolgente, la litania delle preghiere: sembra di trovarsi protagonisti di una tragedia greca. Fasci di luce generati dalle poche fessure si stagliano in maniera magistrale sui corpi, sottolineando i pochi dettagli e lasciando in un tetro chiaroscuro tutto il resto.

Il ramo centrale di questa suggestiva cava è ben illuminato e mette in risalto l’altare delle tre croci, la statua di San Vincenzo e la picola cappella. Appaiono in ombra le ossa degli appestati e i banchi delle preghiere. Ai piedi di San Gaetano avanzi di due corpi e un pezzo di leggenza. Uno sposo scettico, una sposa sfortunata e un capitano che compare al banchetto e li fa morire tutti di paura.
Resti senza storia e senza nomi, tranne che per due, Filippo Carafa, conte di Cerreto dei duchi di Maddaloni, e di sua moglie, che la credenza popolare vuole soffocata per uno gnocco. Li si distingue facilmente, sono gli unici di cui resta l’intero scheletro, vestiti e deposti nelle bara.

 
Per informazioni:o
Osservatorio Turistico  081/2471123 oppure direttamente al sito allo 081/5490368

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Un pò di storia

Dalle colline oggi chiamate “Colli Aminei” partivano quattro impluvi i quali, incidendo il tufo, lo mettevano a nudo creando dei veri e propri valloni, attraverso cui trovava recapito la cosiddetta “Lava dei Vergini”, colate di fango e detriti provenienti dall’erosione della coltre piroclastica che ammanta le colline circostanti.

La “lava dei vergini” per millenni ha eroso il vallone delle Fontanelle e della Sanità, creando le condizioni ottimali per l’estrazione del tufo che le leggi del ’600, le prammatiche, vietavano di cavare “intra moenia” per cui lo si prelevava “extra moenia” proprio in questa zona. La stessa strada, Via Fontanelle, rappresenta il vecchio impluvio sulle sponde del quale sono dislocate numerose cave che, fino al secolo scorso, hanno fornito i materiali da costruzione per l’attività edilizia di tutta la città e che oggi sono adibite ad usi più disparati: deposito di ulive, vetrerie, lavorazione di cioccolata, marmi, garages, cantine.

A metà del XVI secolo, la lava provocò un’enorme voragine nella strada delle Fontanelle, per cui si ordinò ai “salmatari di riempire la stessa con sfabbricatura”; questa notizia ci fa capire che già a quel tempo le Fontanelle erano praticate dai salmatari. All’epoca i morti venivano interrati nelle chiese, dove però non c’era più posto per cui i salmatari, di notte, li disseppellivano e li scaricavano nelle vecchie cave abbandonate. A seguito dell’ennesima alluvione, dalle cave fuoriuscirono molte salme e si racconta che gli abitanti della Sanità non uscivano di casa per non riconoscere i propri morti. Fu ordinato, quindi, ai salmatari ricomporli nell’ultima cava.

L’origine di questo ossario, però, si fa risalire al XVI secolo quando la città fu flagellata da tre rivolte popolari, tre carestie tre terremoti, cinque eruzioni del Vesuvio e tre epidemie e, essendo il luogo isolato, fu qui che vennero raccolti i cadaveri delle vittime. Micidiale fu la pestilenza del 1656, per cui i muri che chiudevano le cave furono di nuovo abbattuti e le stesse cave, secondo alcuni, accolsero 250.000 cadaveri su una popolazione 400.000 abitanti e, secondo altri, addirittura 300.000. L’architetto Carlo Praus racconta che nel 1764, “epoca memoranda di una esterminatrice carestia”, il Cimitero delle Fontanelle fu destinato dal Comitato di Pubblica Sanità a seppellire le salme della bassa popolazione, che non trovavano posto nelle pubbliche sepolture delle chiese all’interno della Città. Ed ancora il Praus, a seguito dell’editto di Saint-Cloud del giugno 1804, presenta nel 1810 un progetto per la costruzione di un vasto camposanto mediante l’ampliamento dell’antica necropoli delle Fontanelle.

Nel 1837, per provvedimento del Consiglio Sanitario, in seguito all’invasione del “colera morbu”, furono portati in questo cimitero altre salme. Nello stesso anno, essendo stato ordinato di togliere gli ossami da tutti i cimiteri delle parrocchie e delle confraternite e di portarli nell’Ossario delle Fontanelle, un gran numero di carri, scortati da confratelli e guardie, trasportarono in queste grotte cataste di resti mortali. Il cimitero rimase abbandonato fino al 1872, quando il parroco della chiesa di Materdei, Don Gaetano Barbati, con l’aiuto di popolane mise in ordine le ossa nello stato in cui ancora oggi si vedono e tutte anonime, ad eccezione di due scheletri: quello di Filippo Carafa Conte di Cerreto dei Duchi di Maddaloni, morto il 17 luglio 1797 e di Donna Margherita Petrucci nata Azzoni morta il 5 ottobre 1795; entrambi riposano in bare protetti da vetri.

Il corpo di Donna Margherita è mummificato ed il teschio ha la bocca spalancata come di chi sta per vomitare, per cui si dice che la nobildonna sia morta strangolata da uno gnocco. Nell’ordinare le ossa furono messe nella navata retrostante la chiesa quelle provenienti dalle parrocchie e dalle congreghe, per cui essa fu detta “navata dei preti”; la centrale fu chiamata “navata degli appestati” perché in essa erano stati sotterrati questi morti. L’ultima è la “navata dei pezzentelli” perché qui furono accomodate le ossa della gente povera. Così il cimitero entrò nel costume cittadino. Oggi, è insieme un luogo di culto e di macabro fascino, in cui si concentrano anche molte leggende e racconti di miracoli

 

Gli anedotti

Il culto delle anime del Purgatorio · l’Anime Pezzentelle
Nel documento del canonico e archeologo Andrea De Jorio, vi è gia preciso riferimento alla trasformazione della cava a luogo di culto, (“….fu costruito un muro ed un altare…”) avvenuto verso la fine del 1700. Dalla metà del1800 circa, un gruppo di popolane del rione Sanità, denominate “e’ maste”, riordinò tutti i resti mortali ammassati disordinatamente all’interno della cavità nel corso delle varie epoche. Tutte le ossa furono disposte in una sorta di “pietas popolare” a ridosso delle pareti tufacee seguendo scemi e raggruppamenti ben precisi. Questa sistemazione è ricordata con una lapide all’esterno della chiesa di Maria S.S. del Carmine realizzata alla fine dell’800 e tende a ricordare tutti coloro che morirono in occasione delle pestilenza, in povertà o nelle carceri e classificati pertanto come resti mortali “anonimi”.

A guidare e coordinare i fedeli nella opera di sistemazione dei resti mortali è stato il canonico Gaetano Barbati, fondatore e promotore di un’Opera pia per il suffragio delle “anime in pena”. Nel marzo del 1872 il cimitero delle Fontanelle venne aperto al pubblico e le chiavi dal Municipio vennero consegnate al parroco di Materdei. Grazie a Barbati e al Cardinale Sisto Riario Sforza fu istituita un’Opera di suffragio ai defunti nel detto cimitero”…adibendo a chiesa provvisoria la prima cava, sgombrata all’uopo dagli ossami con gran concorso di popolo …”. Il 13 maggio 1877 fu celebrata nel cimitero una prima manifestazione religiosa alla presenza del Cardinale Sforza che prese parte anche alla processione che seguì il detto rito di pietà ed espiazione. 
 
Dal 1884, anno in cui fu terminato il riordino dei resti umani, la “pietas popolare” napoletana si è rivolta alle “ossa e crani anonimi” con devozione religiosa familiare, con un culto che spesso richiama arcaiche tradizioni di tipo pagano. Alle anime in pena si rivolgevano amorevoli cure e suffragi, garantendo loro il cosiddetto “refrisco”. Questo “refrigerio” sarebbe poi stato successivamente ricambiato con l’intercessione dell’anime in pena per la protezione del fedele nei momenti di bisogno. I napoletani, in un clima di venerazione e culto anonimo, iniziarono dunque ad esprimere la propria devozione verso un ideale diverso dalla santità.
 
La devozione spinta fino all’ “adozione” del teschio e la collocazione di immaginette votive e messaggi scritti all’interno dei reliquari esprimeva una forma di equilibrio tra il culto dei Santi e la devozione popolare delle anime del purgatorio. Il grande numero di urne devozionali site nel Cimitero delle Fontanelle rappresentano i ringraziamenti dei fedeli per le grazie ottenute con l’intercessione delle anime in pena. Le “Maste”, ossia le popolane-devote alle quali la tradizione locale aveva attribuito una particolare sensibilità per il culto delle anime purganti, hanno aiutato migliaia di fedeli nella ricerca delle anime particolarmente bisognose di cure e preghiere. All’interno del cimitero si snodavano le processioni religiose, e venivano recitate le caratteristiche “giaculatorie e litanie” per le anime in pena, tra le tante una:

Anime sante, anime purganti,
Io son sola e vuie siete tante
Andate avanti al mio Signore
e raccontateci tutti i miei dolori
Prima che s’oscura questa santa giornata
da Dio voglio essere consolata.
Pietoso mio Dio col sangue Tuo redento
a tutte le anime del Purgatorio salutammelle a tutti i momenti,
Eterno Riposo

 
Le leggende
 
In un ambiente cosi suggestivo e magico non potevano non nascere le varie personificazioni delle “anime pezzentelle”. Ecco dunque nascere la figura di Lucia, una giovinetta morta subito prima del matrimonio o, le presenze di uomini morti in guerra, principesse cavalieri. Talvolta poi, i teschi hanno una storia e un nome trasmessi attraverso racconti tramandatisi nel tempo; è il caso del “monaco” (o’ capa e Pascale) in grado di far conoscere i numeri vincenti al gioco del lotto, quella del “capitano”, figura di riferimento emblematica del cimitero delle fontanelle o quella di “donna Concetta” nota più propriamente come “a’ capa che suda”. Altro aspetto significativo è legato alle leggende sulle storie dei bambini in particolare quella di “Pasqualino”.

 
“Io ero ciò che tu sei; tu sarai ciò che io sono”
La Morte
 
Suggestiva è la pratica delle adozioni di alcuni teschi che, di solito, venivano messi in teche e venerati o per grazia ricevuta o per voto o per fede. Nacquero così numerose storielle, tra cui quelle già ricordate dei due teschi che sudano e quella del Capitano.
Questo teschio era stato adottato da una povera ragazza, ad esso ella rivolge tutte le sue cure e preghiere, supplicandolo perché le facesse trovare marito. Così avvenne e, prima di andare all’altare, la giovane volle ringraziare il teschio per la grazia ricevuta. Il giorno delle nozze tutti erano attirati dalla presenza in chiesa di uno strano tipo vestito da soldato spagnolo; questi, al passaggio degli sposi, sorrise alla ragazza e le fece l’occhiolino. Il marito, ingelosito, lo affrontò e lo colpì ad un occipite con un pugno.
Tornata dal viaggio di nozze, la giovane si recò subito al cimitero per ringraziare ancora il suo teschio e lo trovò con una delle orbite completamente nera. Si gridò al miracolo ed il teschio in questione fu indicato come il “Teschio del Capitano”.
In seguito gli furono attribuiti anche altri miracoli.

Alcuni messaggi rinvenuti nei teschi
Anima bella venitemi in sogno e fatemi sapere come vi chiamate.
Fatemi la grazia di farmi uscire la mia serie della cartella
Nazionale. Anima bella fatemi questa grazia, a buon rendere…

Napoli 3/4/1944
La famiglia dell’Aviere Lista Ciro trovandosi senza notizie di suo figlio da pochi
giorni dopo l’Armistizio e quindi sono otto mesi ed essendo devota di voi aspetta
con tanta fede da voi la bella grazia.

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